Mamme No Pfas. Battaglia per la vita

Le Mamme No Pfas. Da dieci mesi in campo per salvare i propri figli dal più grande caso di inquinamento ambientale della storia del Veneto

Mamme No Pfas. Battaglia per la vita

«Vogliamo acqua pulita, incontaminata. Così non è possibile andare avanti!».

Il grido delle Mamme no Pfas, e di tutti i genitori attivi della zona contaminata, è pieno di dolore. A tratti, la disperazione incrina le loro voci. Eppure nemmeno il più grande caso di contaminazione ambientale della storia del Veneto ha potuto costringerle alla rassegnazione.

Sono passati dieci mesi da quando le loro vite ordinarie di mamme, lavoratrici, casalinghe, cittadine impegnate, sono state sconvolte.

Dieci mesi lunghi come un’intera esistenza.

«Ricordo come fosse ora quando abbiamo ricevuto le analisi del sangue di mia figlia – racconta Michela Piccoli, infermiera di Lonigo, comune vicentino epicentro dell’inquinamento da Pfas, tra le prime mamme a entrare in azione – L’Ulss ci comunicava che Maria, che ha 14 anni, aveva 90 nanogrammi di acidi perfluoroalchilici per ogni millilitro di sangue. Se consideri che nel suo corpo ci sono circa due litri e mezzo di sangue, riesci a immaginare quanto di questo veleno scorre nelle sue vene?».

Era lo scorso aprile e nelle case delle famiglie della zona rossa della contaminazione (21 comuni nelle province di Vicenza e Verona, oltre a Montagnana) di questi referti ne arrivavano a decine: l’amaro risultato del piano di sorveglianza che la regione Veneto aveva avviato a inizio 2017. Per la prima volta era possibile toccare con mano il danno provocato dallo sversamento di sostanze chimiche nella seconda falda acquifera più grande d’Europa, quella di Almisano.

La vicenda era finita all’onore delle cronache già nell’estate del 2013, quando uno studio del Centro nazionale delle ricerche aveva provato l’elevata concentrazione di Pfas nell’acqua potabile della zona (oltre che nel bacino dell’Arno e in altre aree del Piemonte e della Lombardia). Fin da subito, Arpav aveva puntato l’indice contro Miteni, l’azienza chimica con sede a Trissino, unica produttrice di queste molecole dalle molte applicazioni industriali. Studi successivi hanno dimostrato che la contaminazione è in atto fin dagli anni Sessanta, quando la famiglia Marzotto decise di aprire proprio in località Colombara a Trissino lo stabilimento Rimar (Ricerche Marzotto), con l’obiettivo di impermeabilizzare i tessuti. Da quel momento l’inquinamento è iniziato e oggi il plume della contaminazione misura circa 180 chilometri quadrati, sotto un’ottantina di comuni veneti, e continua a propagarsi dalla Bassa padovana verso l’Adriatico a una velocità che va dai tre ai sei metri al giorno.

Ma fino a quando non sono iniziate le analisi del sangue, le notizie che comparivano nei tg e sulla stampa rimanevano come sospese in un bolla di sapone. Poi è cambiato tutto. «Abbiamo visto ragazzi con 70, 80, 100, ma anche 200, 400, fino a 700 nanogrammi di Pfas per grammo di sangue a Sarego – aggiunge Laura Facciolo coordinatrice del gruppo Zero Pfas Montagnana – Ci siamo chiesti il perché di tutto questo, quali danni potesse provocare questo inquinamento e chi lo avesse provocato. Volevamo informazioni certe, avevamo bisogno di capire».
In poche settimane è nato un gruppo di “mamme attive” in ognuno dei comuni coinvolti. «Ci siamo messe a studiare – riprende Laura, che ha tre figli di 5, 6 e 8 anni e nella vita fa la ricercatrice farmaceutica – Si sono susseguiti gli incontri con gli esperti e con i politici a tutti i livelli. A tutti abbiamo chiesto di agire nella trasparenza».

Nei mesi le mamme sono state ricevute dai sindaci, dal governatore Zaia, dal ministro per l’ambiente Galletti e da Beatrice Lorenzin, titolare del dicastero per la salute. Hanno visto la regione avviare la plasmaferesi e lo scambio plasmatico (per tentare di accelerare l’espulsione dall’organismo dei propri figli di queste molecole) per poi bloccare il tutto a causa dell’intervento critico della stessa Lorenzin in parlamento. Infine, a ottobre, l’annuncio dell’Arpav: l’acqua della zona rossa è libera dai Pfas grazie ai nuovi filtri a carboni attivi ed è perfettamente sicura». Tutto a posto dunque? Nemmeno per idea.

«Fino a questo momento sono state messe in campo solo azioni tampone, nulla che possa davvero risolvere il problema – riprende Michela Piccoli – Non possiamo pensare di andare avanti per tutta la vita con filtri costosissimi (i gestori spedono tre milioni di euro all’anno per la loro sostituzione, ndr) che non captano tutti i Pfas. Servono le nuove fonti idriche: non ci interessano le ripicche politiche tra regione e governo, i lavori per i nuovi acquedotti devono partire al più presto».

Nelle case di Montagnana sono ancora in molti a utilizzare acqua di bottiglia anche per cucinare. «Ci troviamo a fare i conti con il senso di colpa per aver dato ai nostri figli l’acqua del rubinetto – confessa Laura Facciolo – Oggi siamo qui a lottare, ci mettiamo tutto quel che abbiamo, a partire dalla nostra stessa faccia, per avere la coscienza pulita di fronte ai nostri stessi figli. Per il loro bene e per il loro futuro non lasceremo nulla di intentato».
E i prossimi obiettivi certo non mancano. «Le nostre azioni servono per sostenere le istituzioni ad andare avanti nella bonifica e nel perseguire i colpevoli – conclude Michela – Miteni si proclama innocente e chiede cento milioni di euro di danni per le operazioni di caratterizzazione del sito decise dalla regione. Eppure lì si stanno ancora producendo i Pfas a catena corta (con quattro atomi di carbonio) che secondo studi americani e spagnoli sono tutt’altro che innocui. Prima di vendere l’azienda per un euro a Icig nel 2009, Mitsubishi aveva commissionato studi per risolvere una situazione grave, già nota ma non comunicata alle autorità. Erma ha stabilito che per smantellare servono dai 5 ai 6 milioni di euro, dai 12 ai 18 per bonificare. Serve una legge che prevenga queste situazioni anche per altre sostanze».

Le questioni ancora aperte

L’ultimo capitolo della complessa vicenda Pfas risale a sabato scorso con la doppia manifestazione dei genitori no Pfas. Al mattino si fronte al municipio di Montagnana un centinaio tra mamme e ragazzi hanno chiesto all’amministrazione comunale di reintrodurre l’acqua in bottiglia anche per cucinare nelle mense delle scuole del comune, revocata in seguito all’annuncio dell’Arpav dell’azzeramento degli inquinanti nelle acque potabili. 

Nel pomeriggio, di fronte alla Miteni di Trissino, la protesta ha avuto per obiettivo la richiesta danni preventiva che l’azienda ha chiesto al Tar nei confronti di regione, provincia di Vicenza e comune di Trissino nel caso in cui la caratterizzazione del sito produttivo – con carotaggi a maglia stretta di dieci metri per dieci – non venga revocata. Si tratta della ricerca di rifiuti industriali che sarebbero stati sepolti nel terreno dello stabilimento e che continuerebbero a contaminare la falda che scorre sotto lo stabilimento. L’azienda produttrice di Pfas, nell’occhio del ciclone da cinque anni, sostiene che l’operazione durerebbe dodici anni e arrecherebbe un danno pari a cento milioni di euro. Meglio procedere con una serie di trincee nei luoghi più probabilmente oggetto di scavi nel passato. «I carabinieri del Noe hanno dimostrato che l’azienda è a conoscenza del problema dei rifiuti almeno dal 2010 e quelli rinvenuti in riva al Poscola non possono certo spiegare la contaminazione presente tuttora in falda – è stata la risposta a muso duro del direttore di Arpav Nicola Dell’Acqua – Se l’azienda in questi otto anni avesse indicato dove si trovano i rifiuti non ci sarebbe bisogno della caratterizzazione del sito».

La scorsa settimana, l’assessore regionale all’ambiente Giampaolo Bottacin ha anche fatto il punto della situazione dal punto di vista giudiziario. È emerso così come siano ben 34 i ricorsi pendenti nei confronti di Palazzo Balbi. Da un lato, ci sono le organizzazioni ambientaliste che denunciano i ritardi con cui la regione ha affrontato il problema: basti pensare che l’acqua zero Pfas in zona rossa è arrivata a oltre quattro anni dallo scoppio della vicenda, o che i dipendenti Miteni – che registrano anche decine di migliaia di nanogrammi di Pfas per grammo di sangue – sono stati inseriti nel biomonitoraggio sanitario solo un mese fa. Dall’altro, le aziende chimiche sparse sul territorio che si oppongono ai bassi limiti imposti allo scarico. 

Rimangono aperte due partite. Anzitutto la presa in carico delle 80 mila persone contaminate. La plasmaferesi e lo scambio plasmatico iniziate a settembre su base volontaria, tra Padova e Vicenza, per i cittadini con almeno 100 nanogrammi di Pfas nel sangue, è stata interrotta a fine 2017 dopo la dura presa di posizione del ministro Lorenzin. In secondo luogo, non si conoscono dati della contaminazione sugli alimenti, se non valori mediani. È fondamentale invece appurare quali siano le aree agricole sane e quelle inquinate.

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