Sant'Egidio: "Domenica pomeriggio cammineremo per ricordare"

Da cinque anni, ogni 3 dicembre, la Comunità di Sant’Egidio e a Comunità ebraica di Padova promuovono una marcia silenziosa per fare memoria della deportazione degli ebrei padovani. Anche quest’anno, domenica 3 dicembre, alle 17 un pellegrinaggio della memoria si snoda a partire da palazzo Moroni per le vie del centro, attraverso il ghetto.

Sant'Egidio: "Domenica pomeriggio cammineremo per ricordare"

Il titolo della marcia è “Non c’è futuro senza memoria”, perché «chi dimentica il proprio passato è condannato a riviverlo», come diceva Primo Levi.

Il 3 dicembre 1943 segnò l’avvio di uno dei momenti più drammatici della storia recente di Padova: il prelevamento degli ebrei della città e l’apertura del campo di concentramento di Vo’ Euganeo. Il 17 luglio 1944, i 47 internati del campo furono deportati ad Auschwitz.

Solo 3 donne tornarono. La memoria della Shoah a Padova si ricollega a quella della deportazione degli ebrei romani del 16 ottobre 1943: sin dal 1994, a Sant’Egidio ci siamo convinti che non bisognasse lasciare soli gli ebrei nei giorni del ricordo di tanto dolore. Ricordare insieme è diventato non soltanto un segno di amicizia a Roma, a Padova, in diverse altre città italiane ed europee, ma anche il segno di una grande speranza verso il futuro.

Quest’anno sentiamo in modo particolare l’esigenza di marciare silenziosamente. Mentre scompaiono gli ultimi testimoni, non possiamo dare nulla per acquisito una volta per tutte: assistiamo al riemergere di demoni che sembravano per sempre debellati. Oltre al terrorismo, troppe manifestazioni di odio e di violenza. Non vanno sottovalutate, anzi dobbiamo chiamarle per nome: razzismo, fascismo, neo-nazismo, antisemitismo. Siamo preoccupati: di fronte al male, non possiamo rimanere indifferenti ma sentiamo la necessità di scendere per strada. Per riaffermare le ragioni della vita, del vivere insieme e della pace.

I prelevamenti del 3 dicembre 1943 furono la diretta conseguenza dell’ordinanza di polizia n.5, emanata il 30 novembre 1943 dal ministro degli interni della Repubblica sociale italiana Guido Buffarini Guidi. Il provvedimento impresse un’ulteriore terribile accelerazione alle persecuzioni antiebraiche del precedente quinquennio che avevano comportato la progressiva emarginazione degli ebrei dalla vita sociale.

Il 3 dicembre 1943, fu individuata villa Venier a Vò Vecchio come campo di concentramento. Quindici persone vi giunsero il primo giorno, altre dieci il secondo, decine di altre nelle settimane e nei mesi successivi. Non possiamo dimenticare che le famiglie ebree trovarono troppe porte chiuse; chi si nascose fu tradito. Sylva Sabbadini, una dei tre sopravvissuti di Vo’, insieme alla madre, era a Terraglione di Vigodarzere il 24 dicembre del 1943.

Aveva abitato a Padova, ma un giorno il questore suggerì al padre di tagliare la corda: scapparono in campagna ospiti di una famiglia di contadini. Ma furono traditi da altri italiani.

Quella notte del 24 dicembre, il federale del paese si presentò con le SS, che arrestarono tutta la famiglia, con la nonna. Furono portati a villa Venier. La permanenza degli ebrei nel campo di Vo’ ebbe tragicamente fine nell’estate dell’anno successivo. Nel pomeriggio del 17 luglio 1944, infatti, soldati tedeschi fecero salire gli ebrei su due camion distinti e li trasferirono di nuovo in città da dove furono trasferiti presso la Risiera di San Sabba e da lì ad Auschwitz.

Era convinzione profonda del rabbino Toaff che la memoria della Shoah si rivela, sempre più, non come un fatto accessorio, ma uno dei fondamenti della nostra civiltà occidentale, libera, democratica, pluralista.

Ci chiediamo: può succedere di nuovo?

Certo, non negli stessi modi, ma diceva Settimia Spizzichino, l’unica donna sopravvissuta alla razzia degli ebrei di Roma: «cose terribili succedono ai nostri giorni». Non va mai trascurata la crescita di una coscienza, memore e umana. Sì, anche ai nostri giorni succedono cose terribili.

Non è facile evitarle, ma qualcosa è possibile evitare: non affrontare più la vita, le cose terribili da soli, gli uni contro gli altri, gli uni disprezzando gli altri, gli uni separati dagli altri. Questo è il senso profondo della marcia, che raccoglie tutte le generazioni, italiani, nuovi italiani e nuovi europei, li raccoglie attorno a una memoria dolorosa che appartiene a tutti.

Ricordare è ripetere: mai più.

È un impegno a diffondere una nuova cultura del dialogo e della solidarietà con tutti, una cultura della pace.

Mirko Sossai

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