Tortura, la legge che delude tutti

Scontente le associazioni con Antigone in testa («non è la nostra legge»), e Amnesty international («carente sotto il profilo della prescrizione. Inoltre, la definizione della fattispecie è confusa e restrittiva, scritta con la preoccupazione di escludere anziché di includere in sé tutte le forme della tortura contemporanea. Permette tuttavia di compiere un passo avanti, anche se incompleto»). Mentre per Cittadinanzattiva di positivo c'è che l'iter che ha indebolito molto la norma si è chiuso. Sul piede di guerra per ragioni opposte i sindacati di Polizia.

Tortura, la legge che delude tutti

«In Italia da oggi c’è il reato di tortura nel codice penale. Un dibattito parlamentare lungo ben ventotto anni. Un dibattito molto spesso di retroguardia culturale. Un dibattito che ha prodotto una legge da noi profondamente criticata per almeno tre punti: la previsione della pluralità delle condotte violente, il riferimento alla verificabilità del trauma psichico e i tempi di prescrizione ordinari».

L’associazione Antigone si mostra critica verso la nuova legge sulla tortura, approvata in via definitiva alla Camera. Una legge che sembra scontentare tutti, come si evince dalle reazioni arrivate da numerose associazioni e forze politiche. «La legge approvata non è la nostra legge e non rispetta la convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura che risale addirittura al 1984. Da domani – aggiunge Antigone – il nostro lavoro sarà quello di sempre: nel caso di segnalazioni di casi che per noi sono ‘tortura’ ci impegneremo affinché la legge sia applicata. Non demordiamo».

Una legge che va migliorata anche secondo Amnesty International che attraverso il presidente della sezione italiana della ong, Antonio Marchesi, ha spiegato come la normativa, pur avendo il carattere positivo di introdurre nell’ordinamento il reato di tortura, è

«carente sotto il profilo della prescrizione. Inoltre, la definizione della fattispecie è confusa e restrittiva, scritta con la preoccupazione di escludere anziché di includere in sé tutte le forme della tortura contemporanea. Permette tuttavia di compiere un passo avanti, anche se incompleto».

Di positivo, continua il presidente di Amnesty, c’è che «la legge permette di superare quella situazione di grave inadempimento per cui i giudici italiani erano costretti a mascherare una delle più gravi violazioni dei diritti umani da reato banale, a volte da mero abuso d’ufficio, con la conseguenza di punirla in modo lieve o di non punirla affatto per effetto della prescrizione». Dunque, se la definizione accolta non può soddisfare, «l’ipotesi di rinviare per l’ennesima volta, nella vaga speranza che un nuovo parlamento sapesse fare ciò che nessuno dei cinque precedenti aveva fatto, sarebbe servita solo a chi – e sono ancora in molti – il reato di tortura non lo ha mai voluto, senza se e senza ma e in qualsiasi modo definito, considerandolo contrario agli interessi delle forze di polizia».

Per Cittadinanzattiva si tratta di una «legge piena di limiti, di uno strumento spuntato». Dopo quasi trent’anni dalla ratifica italiana della Convenzione Onu, nel codice penale compare uno specifico reato di tortura. Dichiara Laura Liberto, coordinatrice nazionale di Giustizia per i diritti-Cittadinanzattiva:

«Oggi dovremmo quindi essere particolarmente soddisfatti, ma quella appena approvata è una legge che non ci piace. Lontana dalle previsioni del testo della Nazioni Unite, la legge presenta limiti enormi, che porranno altrettanti problemi sul piano applicativo, col rischio di lasciare comunque impunite, o di punire inadeguatamente, diverse condotte che nei fatti integrano la tortura».

Nel testo approvato «la tortura è un reato generico», che quindi può essere commesso da chiunque e non soltanto da un pubblico ufficiale (in quest’ultimo caso è prevista un’aggravante); perché ci sia tortura non basta un singolo atto violento ma occorre una pluralità di condotte. È inoltre richiesto un trauma psichico “verificabile”. «Più volte abbiamo evidenziato questi limiti, chiedendo che si correggessero, nel corso del lungo iter parlamentare che ha progressivamente depotenziato il testo del disegno di legge, nei palleggi tra Senato e Camera, e di una discussione oscillante tra i timori reverenziali nei confronti delle forze dell’ordine e le strumentalizzazioni delle destre sempre pronte a spacciare un provvedimento sacrosanto, che tutela i diritti umani, come una legge contro la polizia. Il risultato è una legge fortemente compromissoria, disconosciuta dal suo stesso iniziale firmatario e oggetto di decisi rilievi del commissario europeo per i diritti umani perché troppo distante dalle raccomandazioni internazionali».

La nuova legge non piace e spaventa – per motivi diametralmente opposti – anche le forze di polizia.

«Una legge inutile, anzi dannosa, quella del reato di tortura, non fosse altro perché in Italia, questa forma di reato, è già prevista e sanzionata, in varie leggi. Questa norma, sembra ritagliata “su misura” per gli operatori di Polizia e assume, a giudizio del Libero sindacato di Polizia (Lisipo) «un aspetto quasi punitivo, inammissibile ed assurdo».

Dichiara il presidente nazionale, Antonio de Lieto: «Pene elevatissime per i pubblici ufficiali che dovessero incorrere in una delle fattispecie di questo reato. La previsione, quale parte integrante del reato, dell’“acuta sofferenza psicologica” potrebbe incentivare anche accuse infondate nei confronti di operatori di Polizia che, comunque, sarebbero costretti ad affrontare spiacevoli situazioni. Forse non ci si rende conto, che questa legge può diventare una sorta di disarmo psicologico degli operatori di Polizia. Certo, è assurdo pensare che un poliziotto possa torturare, ma se ciò dovesse accadere, è ovvio e giusto che il responsabile sia perseguito penalmente».

Il Lisipo – conclude de Lieto – non chiede «immunità», chiede «solo che gli operatori di polizia possano svolgere serenamente il loro lavoro e una legge che sembra un “abito su misura” per gli operatori di polizia deve quantomeno far riflettere e indurre il legislatore ad apportare radicali modifiche».

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Fonte: Redattore sociale
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