Cattolici, di nome e di fatto

Il cammino dello Ius soli non può che continuare: perché le differenze arricchiscono e contribuiscono alla crescita del paese. Ne parliamo con don Gianni De Robertis, direttore generale della Fondazione Migrantes.

Cattolici, di nome e di fatto

Sono numerose le iniziative della chiesa italiana che accompagnano la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Tra le tante, il programma "Italiani anche noi", dello scrittore e insegnante Eraldo Affinati, che racconta l’Italia dell’accoglienza: un viaggio in dieci tappe alla scoperta delle Penny Wirton, le scuole di italiano per stranieri, gratuite, fondate da Affinati e dalla moglie Luce Lenzi. Il programma andrà in onda su Tv2000, a partire dal 14 gennaio, la domenica alle 19.30. Alla conferenza stampa di presentazione della giornata è intervenuto – assieme a mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, e a mons. Guerino Di Tora, vescovo ausiliare di Roma e presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes – anche don Gianni De Robertis, direttore generale della Fondazione Migrantes, al quale abbiamo rivolto alcune domande.

Papa Francesco celebrerà la messa in Piazza San Pietro con le comunità etniche alla vigilia del suo viaggio in Cile e Perù (15-21 gennaio). Quali sono le aspettative per la Giornata di quest’anno? 
«È un evento un po’ fuori dall'ordinario e è una bella coincidenza. Ci aspettiamo una crescita di tutte le comunità cristiane, nella consapevolezza che tutti i popoli sono chiamati alla salvezza. Le nostre comunità sono chiamate a essere cattoliche di nome e di fatto: in Italia abbiamo 5 milioni di immigrati, di cui un milione di cattolici che devono sentirsi accolti, specie in un momento della vita del paese in cui si fanno sentire voci discordi».

La legge sulla cittadinanza secondo lo ius soli non è stata approvata entro la fine della legislatura, come si sperava. Cosa auspicare?
«Purtroppo è come se impallidissero i volti e le persone concrete, che dovrebbero essere invece il fine di ogni legge. Invece prevalgono altre logiche, nonostante sia evidente a tutti che stiamo parlando di 800 mila bambini e ragazzi che sono nati e vivono in Italia. Anche se in questa legislatura non si è riusciti ad approvare la legge, questo cammino non può che continuare: perché le differenze arricchiscono e contribuiscono alla crescita del paese».

Il 2018 è iniziato da poco e già è arrivata la prima notizia del naufragio di un barcone: 86 migranti salvati, 8 cadaveri recuperati ma si temono molte più vittime. Gli arrivi non si fermano, nonostante gli accordi Italia-Libia…
«Gli arrivi sono il sintomo del grande dramma delle disuguaglianze che si acuiscono sempre di più tra Nord e Sud del mondo e all’interno di ogni paese. Poi c’è il dramma dei conflitti, che invece di diminuire si sono moltiplicati. Purtroppo l’industria che sta andando meglio è quella del commercio di armi. Finché non metteremo mano a queste grandi ferite non possiamo aspettarci che le migrazioni tornino a numeri più contenuti. Bisogna che Italia, Europa e Onu abbiano un ruolo effettivo, reale, nel governare questi processi, un compito della politica in senso alto».

Nel frattempo l’Italia ha deciso di inviare una missione militare in Niger con lo scopo di combattere il traffico di migranti diretto in Libia e di addestrare l'esercito nigerino. Che ne pensa?
«Quando è arrivata la notizia ero vicino a un giovane del Niger accolto da una nostra comunità a Bari, a cui hanno ucciso entrambi i genitori nella zona di Boko Haram, al confine con la Nigeria. Non era scolarizzato ma è molto intelligente, ora sta facendo l’istituto alberghiero e il suo sogno è diventare medico. Mi ha suggerito una risposta incredibile: “In Niger non abbiamo bisogno di 500 soldati ma di 500 insegnanti”. Anche perché di militari – americani, tedeschi, francesi – ce ne sono già molti. E si sa che dove manca l’istruzione i movimenti terroristi proliferano. Inoltre non dovremmo appoggiare figure corrotte che dominano molti paesi africani».

Il messaggio del papa di quest’anno ruota intorno a quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e i rifugiati. Quali di questi è prioritario in Italia?
«Non bisogna fermarsi al primo gradino, perché i quattro suggerimenti del papa sono collegati.
È necessario metterli in campo tutti. Si sa che la cattiva accoglienza alimenta il rifiuto nei confronti degli stranieri: spesso sono parcheggiati nei centri di accoglienza, non sanno l’italiano e non sono aiutati a coltivare risorse e doni. Invece bisogna portare avanti questi quattro passi insieme, attraverso un’accoglienza diffusa, per fare in modo che gli arrivi non siano un problema ma una grande opportunità di crescita e scoperta di altri valori».

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