I 300 chilometri a piedi del veterinario in pensione nella terra del Santo

Piero Sguotti, veterinario in pensione di Conselve, e i suoi 300 chilometri a piedi nella terra del Santo. Toccate Nazareth, Tiberiade, Betlemme, Tel Aviv. Impossibile invece raggiungere Ramallah, capitale dei Territori palestinesi.

I 300 chilometri a piedi del veterinario in pensione nella terra del Santo

Pellegrino sulle stesse strade percorse da Gesù. E come lui a piedi per oltre 300 chilometri, tra Giordania, Israele e la Cisgiordania. È questo il percorso compiuto da Pietro Sguotti – Piero per gli amici – di Conselve: medico veterinario in pensione, 67 anni, marito, papà e nonno, Pietro, con un passato di assessore negli anni '90, ha studiato teologia e non è un neofita dei pellegrinaggi a piedi.

«Dopo Santiago di Compostela e Roma, come ogni pellegrino coltivavo il desiderio di raggiungere Gerusalemme a piedi. Con quale motivazione? Vivere e lasciare le impronte lungo le strade del Maestro che ha detto anche a me "Vieni e seguimi"». E aggiunge: «Dal momento che la strada è una ottima maestra, mi sono messo in cammino per incontrarlo. Anche se frequentare una terra così lacerata e socialmente difficile viene oggi giudicato un comportamento temerario».

Nelle settimane immediatamente precedenti la partenza, infatti, le tensioni sempre latenti in Medio Oriente si sono riacutizzate, tanto da far temere per l'avvio del progetto di Pietro, che però non si è fermato neppure di fronte alla crisi causata dalla decisione del presidente Trump di trasferire la rappresentanza diplomatica statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, suscitando le proteste dei palestinesi, del mondo arabo e anche di gran parte di quello occidentale. La partenza da Acri, in Israele, avvenuta il 31 dicembre, l'arrivo a Tel Aviv il 18 gennaio, dopo oltre 300 chilometri di strada tra zone semi desertiche, colline e aree coltivate, strappate alla sabbia; per una cinquantina di chilometri il percorso del pellegrino è avvenuto con autobus di linea per la mancanza di alloggio lungo quel tratto.

Nei giorni precedenti la partenza, Sguotti si è incontrato in Giordania, a Petra, con un nutrito gruppo di pellegrini di Conselve, guidati dal parroco don Luciano Danese; tra questi anche la moglie Fiorenza, con la quale ha condiviso la visita alla storica città giordana.

Il pellegrinaggio a piedi ha toccato tutte le località più significative della Palestina – Gerusalemme, Nazareth, Tiberiade, Betlemme, Tel Aviv – mentre a Pietro non è stato possibile raggiungere Ramallah, capitale di fatto dello stato palestinese. Parlando dell'attraversamento dei Territori palestinesi, il pellegrino racconta: «Siamo in Israele, ma cambiano bandiera, targa automobilistica, lingua… entriamo in un territorio molto diverso da un punto di vista orografico, sociale, culturale ed economico. La moneta è unica, come unica è la destinazione delle tasse».

Partito con un altro pellegrino, che ha rinunciato dopo le prime tappe, Pietro Sguotti ha proseguito da solo. Al rientro lancia una proposta: «Vorrei raccogliere le disponibilità di persone alle quali piacerebbe fare una esperienza analoga e con loro compirei di nuovo il percorso. Penso che con questa modalità si riesca a vivere nel modo ideale un territorio, prima ancora che visitarlo».

La preghiera all'unico Dio con musulmani, cristiani ed ebrei

Tra le tante emozioni vissute lungo la strada, l'arrivo a Gerusalemme è forse stata una delle più intense per il pellegrino conselvano. «Gerusalemme è una città che ti conquista, l’immersione nelle sue strade ti segna nel cuore. È una città unica, che pare sospesa nel tempo e al centro del mondo. Senza le tre religioni monoteiste non esiste la città santa. Per gli ebrei è la capitale del re David e il luogo del tempio. Per i cristiani è il teatro dell’avvenimento pasquale, fondamento della salvezza. Per i musulmani è la terza città santa, dopo la Mecca e Medina».

Sguotti nella visita alla città resta colpito dalle modalità della preghiera dei fedeli delle tre grandi religioni presenti, nel giorno di venerdì, «con una sorta di staffetta molto particolare. Si comincia a mezzogiorno con la preghiera dei musulmani all’Haram al Sharif (il recinto sacro delle moschee). Siamo abituati a costruirci un Dio un po’ su misura e l’Islam offre oggi una provocazione, la trascendenza di Dio. Un Dio grande e unico e, davanti a Lui, non puoi fare altro che prostrarti e pregare. Esco dalla città vecchia e vado verso il monte degli Ulivi. Sosto all'Eleona, la grotta dove si fa memoria del Padre nostro. È la domanda degli apostoli, “Signore insegnaci a pregare”. Il Dio unico e grande di Haram al Sharif, qui diventa colui a cui posso rivolgermi chiamandolo “Padre”. È la parola in più rispetto al clemente e misericordioso del Corano. Il terzo appuntamento del venerdì a Gerusalemme è quello dell’imbrunire, ogni ebreo va incontro allo Shabbat. Vado verso il Muro occidentale, che noi conosciamo come Muro del pianto. Nello Shabbat c’è tutta la dimensione dell’attesa, vissuta all’unisono con il sole che tramonta. È l’attesa gioiosa dello sposo per la sposa. Lo Shabbat è il giorno dell’innamorato dell'Altissimo». 

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