I miei anni con Nervo, una continua scoperta

Risonanze dal libro "Gemme di carità e giustizia - Racconto di una vita". Alberto Trevisan racconta la "lezione di carità" di mons. Giovanni Nervo, fondatore di Caritas Italiana.

I miei anni con Nervo, una continua scoperta

Ho letto con grande emozione il nuovo libro da poco uscito sulla vita e le opere del compianto don Giovanni Nervo, Gemme di carità e giustizia - Racconto di una vita, di cui la Difesa si è ampiamente e profondamente occupata nei numeri scorsi.

Per oltre quarant’anni ho potuto vivere di “luce riflessa” quanto don Nervo ha realizzato nella sua lunga vita (94 anni). Nel 1967 frequentavo la “sua” Scuola superiore di servizio sociale dell’Onarmo, che don Giovanni ha voluto con forza fondare per creare dei veri professionisti, che sapessero affrontare i problemi sociali, morali e politici del tempo.

Don Giovanni aveva persino inserito a Santa Sofia, di cui era parroco, il servizio sociale per favorire il superamento di una concezione meramente “assistenziale” che spesso le parrocchie erano costrette a svolgere per far fronte al disagio e alle vecchie e nuove povertà. Don Giovanni in tutte le sue opere esprimeva una caratteristica unica e particolare: sapeva "vedere oltre”! Già in questa sua prima esperienza innovativa del 1967 ebbi il privilegio di svolgere il mio tirocinio professionale. I miei dubbi iniziali di eventuali condizionamenti, nel mio operare, quasi subito sparirono: prevaleva la laicità di don Giovanni Nervo che non lasciava nessun dubbio.

Nella premessa della sua autobiografia, scritta solo perché «sono stato sollecitato da amici a scrivere i miei ricordi sulle mie esperienze nella vita sacerdotale e civile», don Giovanni si domandava: «A chi possono interessare le memorie delle esperienze? Probabilmente soltanto a chi le ha vissute».

Sono convinto che su questo aspetto, se pur spinto dalla sua proverbiale modestia, don Giovanni non avesse ragione: come noi avremmo potuto far tesoro dei suoi doni, vero “Dono di Dio”? Sempre nella premessa don Giovanni traccia il percorso di sacerdote, cristiano, uomo elencando cinque esperienze fondamentali: la resistenza (1943-45) e l’assistenza agli ex-internati della Germania; il contatto diretto con il mondo operaio come assistente provinciale delle Acli (1945-50) e come cappellano dell’Onarmo (1951-65); il rapporto con i giovani come insegnante di religione (1946-68);il rapporto con i servizi sociali attraverso la Scuola di servizio sociale (1951-71) e la fondazione Zancan (1964-97); l’esperienza della parrocchia di Santa Sofia (1965-69).

Don Giovanni nel suo testamento spirituale, scrisse: «Avendo avuto queste esperienze forse non mi sono accorto che rispondevano a un progetto che il Signore aveva per la mia vita: la Caritas italiana». Quante sono le persone che hanno potuto vivere di “luce riflessa” in tutte le esperienze a cui, a vario titolo, hanno potuto partecipare grazie alle innumerevoli iniziative di don Giovanni? Il mio “vissuto” ha attraversato molte di queste esperienze: dalla Scuola di servizio sociale alla partecipazione ai momenti di approfondimento professionale offerti dalla “sua” fondazione Zancan, oltre che ai seminari sulla funzione degli obiettori di coscienza in servizio sociale e il significato etico e sociale della scelta dell’obiezione di coscienza, che avevo scelto di percorrere.

Don Giovanni anche nei momenti più duri e pieni di sofferenza perché ristretto per lunghi mesi nelle carceri militari non mi ha mai fatto mancare la sua solidarietà e condivisione. Anzi era orgoglioso di aver avuto tra i suoi studenti uno dei primi obiettori di coscienza in Italia: non fu un caso se inserì nel 1976 gli obiettori nella Caritas italiana, di cui per anni è stato presidente.

Nel suo testamento spirituale del 6 luglio 2012, nell’anniversario di settant’anni di sacerdozio, scritto quattro anni prima di tornare alla casa del Padre, don Giovanni non rinuncia a uno slancio generoso di ringraziamento per quanti gli sono stati vicino: «Grazie, Signore, a te e alle persone di cui ti sei servito per la mia formazione e per la mia attività pastorale. Ci sono anche omissioni ed errori: di questo, Signore, ti chiedo perdono e ti chiedo che non danneggino le anime». Nella conclusione don Giovanni sottolinea: «Ho intitolato questo capitolo “Luci dell’alba”. La realtà della vita eterna deve rimanere al centro della mia attenzione e tutto quello che mi capita devo metterlo in relazione con la vita eterna».

Ci ricordano i curatori del libro che «don Giovanni é nato e vissuto povero, ha parlato in modo povero, con parole essenziali, sobrie, profonde, per dire tanto, ma senza sprecarle, facendo tesoro delle immagini, come il suo Maestro, cercando il suo volto con mani innocenti e cuore puro».

Ogni volta che, in silenzio, mi trovo di fronte al pezzetto di terra dove riposa, sento che questa sintesi della figura di don Giovanni mi ha accompagnato fianco a fianco per lunghi tratti del mio percorso di vita. Grazie don Giovanni!

Alberto Trevisan

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