Il ruolo dei diaconi permanenti: strategici per liturgia e famiglia, ma serve competenza

Don Raffaele Gobbi è parroco a Tencarola dal 2010. Da qualche mese affianca al suo impegno in parrocchia quello di delegato vescovile per il diaconato permanente  e sta preparando la full immersion del 26 novembre che vedrà come protagonisti i 12 candidati al diaconato presenti oggi in diocesi. Su queste persone, che si trovano in punti diversi del cammino verso il sacramento dell’ordine, si intensificherà il suo discernimento nei mesi a venire. Ma gli scenari che si aprono si possono già tracciare. 

Il ruolo dei diaconi permanenti

«Negli anni futuri si confida molto sull’efficacia del ministero diaconale; contribuirà attraverso un’azione estensiva e decentrata a risolvere i vari problemi ecclesiali, specialmente quello dell’evangelizzazione, secondo le esigenze di questi nostri tempi».

Parole che potrebbero essere state scritte ieri. E invece risalgono al 1° novembre 1987, quando l’allora delegato per il diaconato don Pietro Brazzale spiegava, dalle colonne della Difesa, l’inedito ministero alla comunità diocesana che assisteva per la prima volta a un’ordinazione di questo genere.

Oggi il delegato vescovile è un parroco.
Don Raffaele Gobbi è a Tencarola dal 2010 e sta preparando la full immersion del 26 novembre che vedrà come protagonisti i 12 candidati al diaconato presenti oggi in diocesi. Su queste persone, che si trovano in punti diversi del cammino verso il sacramento dell’ordine, si intensificherà il suo discernimento nei mesi a venire. 

«In una chiesa tutta ministeriale come quella delineata dal Concilio, nella quale osserviamo l’esperienza dei gruppi ministeriali di laici presenti in diocesi come Vicenza, quale posto occupano i diaconi permanenti? – si chiede don Raffaele – Su questo interrogativo verte tutto l’anno formativo che stiamo vivendo accompagnati da don Livio Tonello, direttore dell’Issr».

Gli scenari che si aprono si possono però già tracciare.
«Grazie al sacramento dell’ordine e al loro legame con il vescovo, i diaconi permanenti possono farsi propositivi nel presiedere la liturgia della Parola nelle piccole comunità dove il parroco non risiede più, o all’interno delle unità pastorali».
Ma non è tutto qui. Esiste in diocesi un filone di pensiero che intravvede nella famiglia un vero soggetto pastorale, non solo la destinataria di una o più proposte. La ragione? La famiglia è lo snodo di tutte le vocazioni. «I diaconi, nella maggior parte dei casi, sono mariti e padri di famiglia. Possono essere gli apripista nella recezione dell’esortazione apostolica Amoris laetitia. Possono prendersi la responsabilità della pastorale familiare all’interno della diocesi».

Ma c’è un presupposto fondamentale a tutte queste strade aperte: la preparazione.
«Ogni responsabilità comporta competenza. La formazione di un diacono deve essere all’altezza: deve permettere una certa propositività nei confronti del vescovo e la capacità di stendere contributi e progetti pastorali. Lo spessore di un ministero passa anche da qui».

Nel frattempo la comunità diaconale cresce e con le ultime quattro ordinazioni di Stefano Bertocco, Siro Zavagnin, Mauro Franceschin e Tiziano Lando ha toccato quota 55 membri.
La testimonianza cresce in diocesi, come frutto del Vaticano II. Cresce il numero degli adulti che si interrogano su questo tipo di chiamata. Su di loro si concentra un recente volumetto curato da Alessandro Castegnaro e Monica Chilese dell’Osservatorio socioreligioso del Triveneto, Uomini che servono, che analizza tra le altre cose le relazioni familiari dei diaconi, un punto nevralgico per la vita e il ministero. Un ampio confronto è in corso anche a livello triveneto, dove una commissione guidata dal vescovo Andrea Bruno Mazzoccato sta formulando dei criteri per uniformare il cammino di preparazione al sacramento.

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