Uniti dalla fede, missionari per natura, assetati di futuro

Continua il percorso di avvicinamento alla settimana della comunità. In questa tappa la riflessione si sofferma sulla comunità come soggetto della pastorale.

Uniti dalla fede, missionari per natura, assetati di futuro

La parrocchia è ancora “la fontana del villaggio”, come la definì il papa santo Giovanni XXIII? Come evolverà questa forma del nostro essere chiesa nel prossimo futuro, visti i grandi mutamenti sociali in atto?
Attorno a questo domande ruota uno dei punti nodali della riflessione sulla parrocchia che le comunità padovane stanno sostenendo, sollecitate vescovo Claudio, grazie allo strumento di consultazione La parrocchia. A queste grandi questioni la Difesa dedica la terza tappa del suo itinerario di avvicinamento alla Settimana della comunità.

«È necessario anzitutto precisare i termini – spiega don Andrea Toniolo, docente di teologia alla Facoltà teologica del Triveneto – Parrocchia è una forma stabile (ha una configurazione giuridica) di comunità cristiana, dove è garantita la cura pastorale dei fedeli. Essa è il frutto dell’inculturazione del cristianesimo in una società prevalentemente stabile. Il termine comunità invece ha una radice biblica forte, e dice le relazioni che nascono dalla fede; so che a molti non piace perché può avere la parvenza di realtà chiusa, “settaria”, ma dobbiamo renderci conto che la chiesa si attua essenzialmente in comunità e come comunità, a cui tutti gli uomini, anche in non praticanti e non credenti, sono in qualche modo riferiti».

Non c’è contrapposizione, dunque. Da secoli le nostre comunità cristiane si sono conformate come parrocchie. Ma secondo don Andrea la vera questione è un’altra. «Che cosa ci fa essere chiesa? Un padre della chiesa, san Cipriano, diceva che la chiesa è il popolo di Dio adunato nel nome della Trinità. La fede continua a vivere dove gli uomini si lasciano radunare e plasmare dal Dio Trino, e sperimentano così una nuova solidarietà, una nuova comunione».

Una fede che sta al centro dell’azione pastorale delle comunità, dunque.

«Il caso serio della pastorale, a mio avviso, è proprio qui: le nostre comunità cristiane sono coscienti del motivo primo che le costituisce, ovvero del fatto che siamo convocati non per motivi sociali o religiosi, come se il cristianesimo fosse una pratica di pietà, ma per motivi di fede, che noi esprimiamo sempre quando iniziamo l’eucaristia “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”? È il Signore che ci convoca, è il vangelo che ci interpella e provoca a cambiare vita».

Il segno distintivo di ogni parrocchia è l’eucaristia domenicale, senza la quale «non possiamo vivere», scrivevano i cristiani di Abitene, in contesto di persecuzione nei primi secoli.

«Se viene meno questo gesto forte nei nostri cristiani – e penso soprattutto nelle generazioni giovani – è difficile tenere vivo il motivo della nostra fede, sarà anche difficile trasmettere il cristianesimo stesso».

La riflessione porta così all’essenza della vita di ogni parrocchia. «Nella nostra pastorale, con grande generosità di preti e laici, stiamo gestendo il presente, rispondendo alla domanda di fede attraverso i sacramenti – continua don Andrea - Ma la nostra preoccupazione è anche porre le condizioni perché la fede cristiana possa avere futuro. Tutti siamo coscienti della fatica di raggiungere le nuove generazioni o del fatto che siamo una minoranza della società. Questo ci porta a riscoprire il linguaggio dei cristiani delle origini: l’etimologia di parrocchia, termine che compare nella prima lettera di Pietro, significa “essere pellegrini”, “stranieri in questo mondo”». La missionarietà è dunque insita nella natura della comunità cristiana: «Giovanni Paolo II diceva che la parrocchia deve cercare se stessa fuori da se stessa. Papa Francesco parla di chiesa in uscita. La parrocchia deve un po’ ripensarsi in questo. Nessuno ha le ricette, ma abbiamo gli ingredienti. Il primo è la comunità intera come soggetto, che si interroga sul proprio mandato missionario. Penso che alcuni limiti della parrocchia, quali il clericalismo e l’autoreferenzialità, possano essere superati solo valorizzando il più possibile la collaborazione tra i pastori e i fedeli laici».

Cercare Dio con chi abita accanto a noi 

Come evolverà la parrocchia? L'opinione del sociologo Luigi Gui

«Essere comunità in un’epoca desocializzata è di per sé un’impresa, a prescindere dalla dinamica di fede – spiega il sociologo Luigi Gui – Nella nostra consuetudine, il laicato si appoggia sull’attivismo del clero, ma lo strumento di consultazione La parrocchia scuote l’attenzione: non possiamo più pensare che le comunità di fede si affidino interamente ai preti. Ai laici toccano due riflessioni: se vogliono essere comunità sul piano sociale e umano e se sono disposti a farsi carico dell’animazione della comunità fino a oggi sostenuta dal clero».

La sfida è meno semplice di quanto sembri. Gui infatti sottolinea come la parrocchia risponda a una vocazione ulteriore, quella della prossimità geografica.

«Fare comunità oggi è più semplice in un contesto di affinità culturale, di obiettivi, inclinazioni. Chi fa parte di una parrocchia, alla domanda “chi è il mio prossimo?” risponde indicando il proprio vicino di casa, di quartiere, e non chi ha scelto in nome di una relazione o di una condivisione. Questo comporta l’impegno ripetitivo a riconoscere e accogliere il proprio vicino, in un contesto sociale che spinge piuttosto all’anonimato e all’individualismo».

La scelta forte dunque è la ricerca condivisa di Dio con chi ci è accanto e non con chi fa parte della nostra associazione, movimento, o con chi è legato a un particolare luogo di fede.

«Naturalmente non si tratta di un imperio morale – continua Luigi Gui – ma di una vocazione. D’altro canto si tratta di una piacevole scoperta: l’incontro con il diverso da noi stessi (per età, sensibilità, ceto sociale) in contesto parrocchiale, per esempio servendo ai tavoli alla sagra, rappresenta un arricchimento».

Immaginare come evolverà la forma delle comunità è assai complicato. Ma Gui intravvede una prima scelta strategica che pertiene al vescovo.

«Da un lato c’è la via della diocesanità, e quindi della comunità locale. Dall’altro c’è la via dell’affinità, e quindi la scelta di costruire la chiesa sulla scorta dei movimenti ecclesiali, alcuni dei quali hanno anche dei seminari in cui il calo delle vocazioni non sembra inesorabile come nelle istituzioni diocesane. A Padova sembra prevalere il criterio della territorialità. Se sarà così, le comunità andranno incontro a una selezione naturale: laddove si troveranno nuclei vivaci di fede ci saranno nuove vocazioni (religiose o laicali), altrove non sarà così. Una chiesa a “macchia di leopardo”? Il realtà il fenomeno è già in atto, anche se mitigato dalla distribuzione omogenea del clero».

Un ruolo spetterà anche ai gruppi ministeriali, che però non potranno sostituirsi ai consigli pastorali, altrimenti, commenta il sociologo, si rischia di applicare ai ministri la delega che tradizionalmente è stata del clero.

«La riflessione è aperta e urgente, ma i processi necessitano di tempo. Urgenza non significa fretta».
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