Venticinque anni fa è nata la mia prima figlia. Ricordo bene il giorno in cui, dopo le feste e le visite di parenti e amici, mi sono ritrovata con lei da sola. Tenendola in braccio, mentre si addormentava, le ho detto: «Non mi libererò mai più di te» percependo che la mia vita era irrimediabilmente cambiata e che la mia libertà da quel momento aveva un’altra faccia.

Qualche anno fa, un amico libico mi ha parlato del deserto. Ricordo bene il suo racconto, mi aveva descritto il deserto come un luogo e un’esperienza che coinvolgono nell’insieme l’essere umano: dai pensieri, che si espandono nel silenzio più totale, al corpo, che si fa sentire in ogni sua parte per lo stress cui è sottoposto. Il mio amico non è nato nel deserto, né è per lui un ambiente familiare, avendo vissuto la maggior parte della sua vita nella capitale. Quello che al tempo mi aveva colpito era che, nonostante ciò, lo riconoscesse come luogo proprio: per lui il deserto era lo spazio dove ritrovare la pace e una dimensione profonda di preghiera.