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Travestita da povera, avvolta in stracci, mano tesa, aspettavo i ragazzi della caccia al tesoro. Ho pensato: se non fosse un gioco? Se davvero la mia condizione fosse questa? Ma lo è, quando prego: mendicante di vita, di salute, di gioia, di pace nel cuore, tendo le mani verso te, Signore.

In questo periodo in cui si viene a conoscenza di tutto e di tutti in pochi minuti se non addirittura quasi nello stesso momento in cui succedono le cose, verrebbe quasi da dire che il mondo poliglotta è nelle nostre case, nei nostri pensieri. Dalle nostre comode case però non è neanche necessario conoscere una lingua diversa, tutto viene tradotto simultaneamente o quasi. Le immagini sono così reali che le parole diventano un accessorio. Io insegno inglese alla scuola primaria e so quanto è difficile impadronirsi di una lingua diversa da quella materna.

Ricordo mia figlia da piccola, una domenica in chiesa, che mi dice: «Mamma, ma dov’è Dio? Se fosse qui dovrei vederlo! Dov’è? Dov’è?» e intanto con le mani stringe l’aria quasi volesse acchiapparlo questo Dio invisibile e misterioso. A volte come i bambini, e ancor più come gli adolescenti, anche da adulti ci perdiamo in discussioni filosofiche su Dio, la sua esistenza, la sua presenza.

Gesù ascolta la parola che Dio gli rivolge e la incarna dentro gli spaccati più vari dell’umano. Nel battesimo si è mescolato con un’umanità piagata e ferita, nelle sue giornate ha continuato a frequentare e intrecciare le storie di vite spezzate nei loro affetti, sporcate dai pregiudizi dei benpensanti, puzzolenti per la lebbra dell’esclusione e dell’emarginazione, indurite da un’esteriorità a scapito dell’essenziale e dell’interiorità. Gesù ha “fatto” la parola di Dio, l’ha attualizzata nei gesti della vicinanza, dell’accompagnamento, dell’accoglienza, dell’incontro, della condivisione.

Mi capita da molti anni: ogni volta che ascolto questa storia raccontata da Gesù mi emoziono fortemente! Questo padre è davvero oltre ogni previsione e oltre ogni esperienza: per quanto bello e ricco sia il mio vissuto di madre e di figlia, non sarei mai riuscita a immaginare tanto.

Due persone anziane al tempio e due genitori in cammino verso Gerusalemme. Al centro della scena Gesù e tutti, mossi e ispirati dallo Spirito, al tempio lo attendono, ne parlano bene e ringraziano Dio per il dono che è questo bambino. In questo vangelo sono rappresentate tutte le generazioni, ciascuna con ruoli diversi. Di Simeone mi piacerebbe avere la speranza, la capacità di fidarsi, la serenità nei confronti della morte, che pure egli attende, ma verso la quale mostra una libertà piena, nel totale abbandono alla volontà di Dio.

Caspita, già pensare a quella ragazzina chiamata a essere la mamma di Gesù, di colui che è «nato da donna», c’è di che «far tremare le vene e i polsi», ma addirittura immaginare che sia la madre di Dio, questo è davvero un bel salto nel vuoto chiesto alla mia ragione, al mio senso pratico, alla mia esigenza di spiegare il come e il quando.

Il Natale di Gesù è la storia di un Dio che lascia il cielo e inizia la sua nuova vita sulla terra. Il Natale di Lazzaro, il povero del vangelo secondo Luca, va nel senso opposto: è la storia di un povero che lascia la terra e inizia la sua nuova vita in cielo. La vita di Gesù è stata vissuta tutta ai margini: una stalla, una periferia da miseria, emigrato in Egitto, rifiutato dal potere di Gerusalemme e ucciso dal potere di Roma.

Alberto Bobbio scrive che due personaggi si stagliano all’orizzonte della nostra memoria storica per la loro pietà verso i morti. Dalla Grecia del V secolo a. C. ci viene la figura di Antigone, la quale va incontro alla morte per aver trasgredito la legge del re di Tebe che le proibiva di dare sepoltura al fratello.

Il giovedì santo di ventidue anni fa era il giorno del mio compleanno. Lo ricordo molto bene perché la sera, in parrocchia, durante la celebrazione “In Coena Domini”, assieme ad altri quattro amiche e amici, sono stato istituito “ministro straordinario della comunione”. Un regalo molto bello e prezioso che continua anche oggi a valorizzare la mia vita.

Perdere, cercare, trovare Giovanni, il mezzano dei nostri tre figli, quattro anni, fra le bancarelle della festa paesana in Svizzera: minuti interminabili di ricerca spasmodica, gridando il suo nome; poi l’abbraccio, la gioia singhiozzata, il racconto a chi non era con noi, rivivendo quegli attimi di angoscia con gli occhi che brillano e il cuore in festa. Cuore di madre, cuore di padre. Pensavo di rimproverarlo perché si era allontanato, eppure gli avevo detto di darmi la mano in mezzo alla folla; ma ora siamo di nuovo insieme, tutto è dimenticato.

Il fenomeno della dispersione scolastica si inserisce in un più vasto fenomeno di dispersione delle risorse dei giovani uomini e delle giovani donne nel processo di crescita ed è all’origine sia di vistosi fenomeni di abbandono scolastico sia di un ben più diffuso fenomeno di difficoltà educativa nella relazione tra giovani generazioni e mondo adulto. Tra i giovani il disagio esistenziale acuto è ormai un fenomeno che oltrepassa i limiti delle classi sociali e il “normale” disagio della civiltà che è comune a tutti gli uomini che vivono la propria esistenza cercando un significato.

«Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». La domanda è formulata con ipocrisia: il dottore della legge è interessato alla risposta non perché vuole veramente imparare cosa fare, dato che presume di saperlo già, ma per mettere alla prova Gesù. Eppure, se posta in modo genuino, la domanda punta a un bersaglio altissimo.

Ci consola molto questa fatica di Pietro nel credere all’angelo. Nei momenti di difficoltà e sofferenza ci risulta difficile vedere la mano di Dio; ci sentiamo perseguitati e indifesi, non capiamo il senso di tante prove, che ricadono sempre sulle nostre spalle. Poi, una volta superate, ci accorgiamo degli angeli che lui ha posto al nostro fianco, a volte silenziosi, a volte invadenti, con sembianze che non sempre rispondono ai nostri cliché.

Perdonare, porgere l’altra guancia non è un affare di buona volontà, tanto meno di buonismo. L’ho provato, Signore, sulla mia pelle, quando ho scoperto che Linda mi tradiva. Otto anni di matrimonio portano con sé qualche inevitabile stanchezza, qualche fatica. Ma il primo dell’ufficio che le ha fatto una moina, lei ci è cascata come una scema! Nel momento in cui ho capito, mi si è inchiodato lo stomaco: ho avuto una crisi di nervi, la testa scoppiava.

Chiedere non è mai facile perché significa rendersi umili e riconoscere di avere bisogno degli altri. Chiedere comporta il rischio di ricevere un rifiuto. Gesù ci dice che otterremo ciò che chiediamo nel suo nome, ma non qualsiasi cosa che possiamo chiedere pensando al nostro tornaconto personale. E cosa significa chiedere nel suo nome?

La prima riunione di preparazione per il viaggio in Terra Santa: ricordo tra le mani la cartina geografica della Galilea, terra delle genti; ricordo il “don” mentre spiegava che quella terra di confine era spesso saccheggiata e considerata luogo di idolatria e di oscurità. Ma proprio in quel buio nacque, ancora più splendente, la luce: Gesù.

Trovo questa una delle pagine più schiette e dirette del vangelo! Ci dice chiaramente e senza sconti come vivere il sacrificio e la preghiera. Poche e chiare regole necessarie affinché la nostra relazione con il Signore sia vera. Se le leggo lentamente e con attenzione non posso non chiedermi come io viva l’elemosina, la preghiera, il digiuno e perché scelgo di compierli. Nel donare qualcosa al fratello, cosa mi muove?

L’altro giorno, di domenica, sono passato davanti a numerose chiese: davanti a quasi tutte, seduto su un angolo dei pochi scalini dell’ingresso, c’era un povero che chiedeva la carità. Perché? Forse hanno capito che la gente che passa di lì in qualche modo è più attenta, sensibile, generosa.

Ed è qui il primo aspetto dello spogliamento. Fin tanto che la mia preghiera resta ancorata al gusto, saranno facili gli alti e i bassi; le depressioni seguiranno gli entusiasmi effimeri. Sarà sufficiente un mal di denti per liquidare tutto il fervore religioso dovuto ad un po’ di estetismo o a un moto di sentimento. «Occorre spogliare la tua preghiera» mi dice il maestro dei novizi. «Occorre semplificare, disintellettualizzare. Mettiti dinanzi a Gesù come un povero: senza idee, ma con fede viva. Rimani immobile in un atto di amore dinanzi al Padre. Non cercare di raggiungere Dio con l’intelligenza: non ci riuscirai mai; raggiungilo nell’amore: ciò è possibile».

«Quando possiamo vederci? Facciamo qualcosa come un brainstormig? Io ti racconto e tu mi aiuti a focalizzare le questioni da presentare all’avvocato. Sai, mi stanno aspettando i pescecani». È Olga, tanta vita sulle spalle e troppa nella testa, così tanta da farla scoppiare. A quarantasei anni conta di laurearsi. Ancora pochi mesi e dovrebbe farcela, se la testa non torna a scoppiare. Non la può comandare da tanto tempo ormai, da quando, ragazza, la famiglia l’ha rifiutata, ripudiata e ingannata. Da allora è stata una voragine a risucchiarla, un buco nero, un dolore inestinguibile. Qualche breve periodo di serenità riesce a trovarlo, ma poi è tutto e solo un baratro.
Vive rincorrendo un passato perduto per ripulirlo e ricostruirlo. Così ha fatto con le figure dei genitori: li ha resi umani, ma irriconoscibili. Cos’altro poteva fare? Anche la sua vita ha bisogno di radici.

Il vangelo mette al centro la coppia, l’uomo e la donna, così come sono stati voluti da Dio all’inizio della creazione: una sola carne. Un progetto grande, ma così alto che fin dai tempi di Mosè veniva riportato alla misura della fragilità umana. Infatti, in caso di adulterio, quella “sola carne” poteva essere di nuovo divisa dall’atto di ripudio: come se da sempre il cuore duro degli uomini e delle donne non sia in grado di restare fedele a questo progetto e abbia bisogno di essere regolato da leggi e tribunali.

Protesto di credere fermamente che io vengo da Dio e che, perciò, tutto quanto è in me è dono di Dio. Ciò afferma la mia sublime dignità e ancora la mia estrema dipendenza dal mio creatore. Quindi per debito di giustizia io debbo e voglio essere tutto di Dio. Io non sono di me, degli altri, del mondo: io appartengo solo a Dio e il mio rigoroso dovere è di restituire tutto a lui senza esitazione, senza dilazione, senza riserva; di non essere schiavo di alcuno dei miei vizi, della mia volontà, dei miei gusti, ma soltanto servo della volontà del mio creatore.

Lo schermo del telefono si illumina: qualcuno mi ha inviato un’immagine. La osservo: ritrae un piccolo appezzamento di terra, tutta erbacce e zolle. Nell’immagine, non c’è nient’altro. Me la manda una giovane coppia di amici: è la terra su cui costruiranno la loro casa e la loro famiglia.  Per il resto della giornata, non riesco a distogliere il pensiero da quel pezzo di terra. Penso a quante altre cose avrà bisogno per diventare casa e per diventare famiglia.

i sembra che il filo conduttore delle letture di questa domenica sia la scelta. Amos è stato scelto da Dio come suo profeta; noi siamo stati scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a Dio nella carità; Gesù ha scelto i dodici apostoli per inviarli a due a due a predicare il vangelo e proclamare la conversione dei cuori. Dio non ha scelto e non sceglie gli annunciatori della sua Parola in quanto sapienti e talentuosi agli occhi del mondo, ma tra i lavoratori umili e semplici come il mandriano Amos e come i pescatori Simone, Giacomo e Giovanni.

Talvolta capita che nella nostra vita cali la sera. Il buio. Capita di sentirsi su una barca, soli, salpati nostro malgrado verso un altrove lontano e sconosciuto e misterioso. Un luogo dove nessuno potrà raggiungerci, nessuno potrà più raggiungere il nostro dentro. Le nostre esperienze, i nostri pensieri, i nostri sentimenti sembrano non somigliare a quelli di qualcuno, nella fatica, nel dolore.

Di tutte queste storie, del suo impegno coraggioso, Gino davvero non menò vanto. Insisteva, in famiglia, con quella teoria semplice dell’antica cultura contadina: il bene si fa e non si dice. Anche dopo tanti anni Bartali evitò con garbo qualunque forma di pubblicità. Non gli interessava l’elogio postumo.

C’è quindi per i cristiani anche l’impegno per tutto uno sforzo di qualificazione personale pure su un piano umano, di consapevolezza delle condizioni del proprio tempo e degli uomini che vivono in esso, di apprestamento di strumenti anche umani perché sia resa gloria a Dio.

Che cosa è il valore? A quali valori ci riferiamo? Quali priorità diamo nella scala dei valori? Nel dizionario della lingua italiana sotto la parola valore si legge: «Quanto vale una cosa, prezzo, costo; l’insieme delle qualità per lo più buone di una cosa; importanza, peso, efficacia, credito; valori morali: quelli ideali in cui un uomo crede».

Anche se madre Teresa aveva interiorizzato il senso della sua incessante oscurità interiore, il convivere con essa non rendeva più semplice il suo cammino. Dio la stava spogliando di ogni sostegno, naturale e soprannaturale: il suo isolamento era così assoluto da poter essere paragonato solo all’inferno.