Don Milani e don Mazzolari: l'omaggio del papa agli scomodi profeti

Martedì 20 giugno papa Francesco sarà a Bozzolo e a Barbiana per pregare rispettivamente sulla tomba di don Primo Mazzolari e di don Lorenzo Milani. I due preti, pur diversi nella personalità, hanno in comune il fatto di aver insegnato che la fede cristiana ti vuole incontrare nella tua umanità, perché tu sia anzitutto un uomo vero. È questa fede che ti porta a impegnarti per la dignità della persona umana, per l’inviolabilità dei suoi diritti, e per una chiesa che sappia essere attrattiva e profetica.

Don Milani e don Mazzolari: l'omaggio del papa agli scomodi profeti

Martedì 20 giugno papa Francesco sarà a Bozzolo e a Barbiana per pregare rispettivamente sulla tomba di don Primo Mazzolari e di don Lorenzo Milani
Due preti diversi per estrazione sociale, formazione, cultura, vicende personali, accomunati però da alcune “opzioni pastorali”:

assunzione radicale del messaggio evangelico; forte percezione dell’urgenza dell’azione cristiana, da incarnare nella storia e non riducendo la fede a una visione astratta e spiritualistica; volontà di offrire la parola ai poveri declinandola anzitutto come giustizia e diritto; forte critica ad atteggiamenti e impostazioni ecclesiali che siano compromesse con il potere.

Sullo sfondo la percezione e la denuncia di una chiesa che, ai loro occhi, sembrava fuori dal tempo, dalla storia, dalla realtà di un mondo che stava rapidamente cambiando non solo a livello economico, sociale, politico, ma anche e soprattutto culturale e religioso.
Ecco come don Milani dal suo osservatorio parrocchiale di San Donato Calenzano, dov’era cappellano, osserva e descrive con arguzia, ma non senza sofferenza interiore, una processione: «Passa il Signore. Serenata di fiori, veli bianchi, festa di paese. Trionfo della fede? Ma il gruppo d’uomini che segue il Signore non è la parrocchia, è solo una chiesuola senza peso. La parrocchia si gode lo spettacolo e si tiene a dovuta distanza. Il parroco: perdonali, Signore, perché non sono qui con te. Il cappellano: perdonaci, Signore, perché non siamo là con loro».

Anche agli occhi di don Mazzolari la chiesa sembrava fuori dal tempo, dalla storia, da un mondo in rapido cambiamento.
Di qui le sue critiche severe e i rimproveri che egli rivolgeva alla chiesa fin dagli anni Trenta, quando secondo lui non aveva avuto il coraggio di prendere decisamente le distanze dal fascismo che ne snaturava l’essenza e la corrompeva associandola al potere di un regime totalitario che sostituiva l’adorazione di Dio con l’idolatria dello stato.
A guerra finita e abbattuto il fascismo, sempre agli occhi di don Mazzolari, la chiesa ancora una volta non aveva avuto il coraggio di aiutare i lavoratori a cercare risposta al loro bisogno di giustizia nel vangelo e non nel socialismo, che egli peraltro definiva «un’eresia cristiana».

Come si può intuire, due personalità forti, marcate, cui non potevano certo mancare divergenze di sensibilità, di analisi, di impegno, a partire dall’importanza cruciale che don Milani attribuiva alla scuola rispetto a un più tradizionale “specifico sacerdotale” assunto e vissuto da don Mazzolari nella sua vicenda pastorale.
Divergenze peraltro che si scioglievano in un abbraccio solidale e partecipe come quello di don Mazzolari subito dopo l’attacco di Civiltà cattolica a don Milani e alle sue Esperienze pastorali. «Misuro – egli scrive con trasparente rimando autobiografico – il tuo dispiacere da esperienze consimili ripetute più e più volte, e vorrei che tu mi sentissi vicino, paterno amico, anche se non so dirti una parola».
Una parola che poi però gli è venuta e ha preso la forma di un invito fraterno a immergersi in «un bagno di umiltà, un atto di fede oltre gli uomini, un abbraccio ai tuoi figlioli e agli amici, che aspettano da te conferma del tuo amore verso la chiesa del tempo e della eternità».

Sono molti gli interrogativi che queste due figure di preti e pastori così diversi tra loro, ma anche così simili, ci consegnano.
Uno per tutti: cosa rimane oggi del loro messaggio? Cosa troviamo in esso di pastoralmente attuale per il nostro cammino di chiesa a cinquant’anni e più ormai dal concilio Vaticano II?

Sia l’uno che l’altro potrebbero apparire ai nostri occhi “sorpassati”, o forse meglio “oltrepassati” dagli eventi.
Il che non dovrebbe certo meravigliare e loro molto onestamente lo avrebbero riconosciuto.
Si pensi a quanto scriveva don Milani a soli sette anni di distanza dalla stampa delle sue Esperienze pastorali. In una lettera da Barbiana del 1965 a un professore che gli chiedeva di mandargli una copia del libro annotava: «Il mio libro fece molto rumore quando uscì nel ’58. Poi è stato sorpassato a sinistra da un papa (Giovanni XXIII, ndr). Quale umiliazione per un “profeta”! Lo considero perciò superatissimo».
Poi però, non senza una punta di compiacimento, ammoniva: «Ci sono alcuni capitoli che forse sono ancora importanti». Su tali capitoli che molto probabilmente riguardavano la liturgia, il rapporto con la Democrazia cristiana, la giustizia sociale, ci sarebbe effettivamente ancora molto da dire.

Importanti e chiarificatrici al riguardo a me sembrano, a ogni modo, le parole che il nuovo presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, ha pronunciato in un’omelia celebrativa nella quale associava la figura di don Mazzolari ad altre figure di profeti e testimoni, tra cui ovviamente anche quella di don Milani: «Quanto sono grato a don Mazzolari, padre Turoldo, La Pira, don Milani e don Barsotti che, fin dalla giovinezza, mi hanno ispirato un umanesimo bello, profondo e cristiano, che ha nutrito la mia vocazione al sacerdozio. Essi mi hanno insegnato che la fede cristiana ti vuole incontrare nella tua umanità, perché tu sia anzitutto un uomo vero. È questa fede che ti porta a impegnarti per la dignità della persona umana, per l’inviolabilità dei suoi diritti».

E – io aggiungerei – anche per la credibilità di una chiesa che sia attrattiva e profetica come la sognarono quei due preti che papa Francesco tra pochi giorni onorerà per la loro passione pastorale, ma soprattutto per la loro fedeltà alla chiesa, nonostante le tante incomprensioni, i richiami e le censure che hanno dovuto subire nell’arco della loro vita.

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