Santi perché hanno offerto la vita. Il motu proprio di papa Francesco riletto attraverso la storia di Massimiliano Kolbe

Non ci si può inventare un simile passo. Non c’è masochismo che regga ad una simile certezza di morte terrificante. Solo la vita antecedente, in ascolto della Parola, spesa in aiuto agli altri, ha costituito l’humus su cui poteva germinare il seme di quel dono che chiedeva di esplodere in piena fioritura. Si distingue dal martirio per la sua spontaneità che rompe tutte le riserve e gli attaccamenti alla vita che in ogni persona scattano subito in presenza del pericolo di morte. Non è solo quindi accettazione, se si vuole passiva, di una realtà che incombe minacciosamente ma una corsa, un andare incontro con piena lucidità e sicura fierezza. Non contando su se stessi ma sciogliendo gli ormeggi e aprendo la vela del proprio esistere al Soffio che attendeva di poter soffiare e sospingere. In una immediatezza che rispondeva al bisogno immediato

Santi perché hanno offerto la vita. Il motu proprio di papa Francesco riletto attraverso la storia di Massimiliano Kolbe

Quando si accenna o si parla di offerta della vita anche fra persone credenti e praticanti sorge subito l’imbarazzo. Delicatezza dell’argomento? Ambiguità propositive? Meccanismi psicologici o psicanalitici di difesa? Aiuto male interpretato?

Interrogativi del tutto legittimi che si possono chiarire alla luce del Motu proprio Maiorem hac dilectionem.

Il documento non è una funambolica astrazione del diritto canonico oppure una sottigliezza di cui si poteva fare a meno, tanto nulla cambia. È l’esito di un’acuta osservazione sul campo, sulla realtà che si è imposta svelando la necessità di una distinzione. Vale a dire che poggia sul concreto, sulle persone che, se amano Cristo amano la vita e la loro vita, eppure sono state sospinte dallo Spirito a farne dono, in momenti particolari, quando ne intravvedevano il richiamo che, nella loro coscienza, si faceva luce trasparente ed impellente.

Per amore di storia vissuta, è opportuno osservare un santo che, con ogni probabilità, con il suo esempio ha sospinto a distinguere: Massimiliano Maria Kolbe. La sua testimonianza risponde esattamente ai quattro criteri esposti e richiesti dal Motu Proprio.

Il francescano arrivò ad Auschwitz il 28 maggio 1941 e divenne semplicemente uno Stück, un pezzo numerato: 16670. Uno dei lavori più penosi cui fu costretto, divenne il trasporto dei cadaveri; ripetutamente bastonato oppose resistenza passiva e silente, facendo corpo con i compagni di detenzione.
Gli riuscì anche di celebrare due volte l’Eucaristia, malgrado il preciso divieto.

È illustrato così e dimostrato il criterio c): “esercizio, almeno in grado ordinario, delle virtù cristiane prima dell’offerta della vita e, poi, fino alla morte”.
Kolbe, alla fine di luglio, fu trasferito al Blocco 14 e costretto alla mietitura, sotto il sole cocente, privato del cibo e sottoposto alla tortura psicologica del continuo terrore per la precarietà della vita.

La rappresaglia dovuta alla fuga di un prigioniero si riversò su dieci prigionieri che sarebbero stati rinchiusi nel bunker della fame. Morte certa in tempi brevi.
Uno dei condannati, Franciszek Gajowniczek, scoppiò in lacrime pensando alla sua famiglia. Fu in questo momento che fra Massimiliano avvertì dentro di sé il richiamo ad offrire la propria vita ed incarnò così il criterio a): “offerta libera e volontaria della vita ed eroica accettazione propter caritatem di una morte certa e a breve termine; nesso tra l’offerta della vita e la morte prematura”.

Inaspettatamente l’offerta fu accettata e la sorte di Kolbe segnata: per aver prestato ascolto all’impulso dello Spirito ad accogliere il dono che il Vangelo racchiude in un solo versetto “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15, 13), il numero 16670 sarebbe andato incontro a due settimane di terribile agonia, senza cibo, senza acqua. Breve ma costosissimo termine che seppe trasformare in un inno continuo, gravido di calma e preghiera.
La fine sopraggiunse il 14 agosto per un’iniezione letale di acido fenico.

Non ci si può inventare un simile passo. Non c’è masochismo che regga ad una simile certezza di morte terrificante.
Solo la vita antecedente, in ascolto della Parola, spesa in aiuto agli altri, ha costituito l’humus su cui poteva germinare il seme di quel dono che chiedeva di esplodere in piena fioritura.

Si distingue dal martirio per la sua spontaneità che rompe tutte le riserve e gli attaccamenti alla vita che in ogni persona scattano subito in presenza del pericolo di morte.

Non è solo quindi accettazione, se si vuole passiva, di una realtà che incombe minacciosamente ma una corsa, un andare incontro con piena lucidità e sicura fierezza. Non contando su se stessi ma sciogliendo gli ormeggi e aprendo la vela del proprio esistere al Soffio che attendeva di poter soffiare e sospingere.
In una immediatezza che rispondeva al bisogno immediato.

Tanti e tante, nostri fratelli e sorelle, lo hanno compreso. Lo hanno, con ogni probabilità, desiderato, coltivato come sigillo di una vita in cui già cresceva rigogliosa la carità ma che non aveva ancora il profumo del gesto spontaneo, immediato, di risposta a chi si trovava in pericolo.
Solo un addestramento precedente, calato nel profondo, può sollecitare su questa via martiriale, nel suo senso etimologico di testimonianza, ma distinta dal martirio stesso per la sua rapidità. Quasi una lama di luce che trapassi un buio momento della storia per trasfigurarlo in un unico momento in cui brilla la carità pienamente.

Cristiana Dobner

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