Educare a imparare a vivere

Ricordo un volume famoso del teologo milanese Giuseppe Angelini che così titolava: Educare si deve, ma si può? Un interrogativo che inquieta e che sembra adattarsi alle attuali fatiche di genitori, insegnanti, formatori. Educare è diverso da insegnare, ammaestrare, trasmettere contenuti. Educare è più pregnante, più inclusivo, più dialogico. È il tema sul quale la Conferenza episcopale italiana ha centrato gli Orientamenti pastorali in questo decennio pur passato in secondo piano sotto l’incalzare del “mondo nuovo” di papa Francesco.

Educare a imparare a vivere

Ci ha comunque aiutato a recuperarlo nella recente memoria dei cinquanta anni dalla morte di un educatore sui generis: don Lorenzo Milani (26 giugno 1967). Antesignano di idee, modalità e sensibilità che la scuola italiana sta ancora scoprendo, don Milani è la figura ecclesiale di una educazione a 360°. Il priore di Barbiana ha raccolto nel motto “I Care” (mi importa, mi interessa, mi prendo cura) il senso fondamentale dell’educatore.

Il messaggio forte e chiaro è quello dell’atteggiamento da avere gli uni verso gli altri: attenzione e amore.
Allora si poneva in polemica col motto fascista “me ne frego”, oggi rimane una dichiarazione d’intenti che confligge contro un certo individualismo piuttosto diffuso.

Il messaggio dice anzitutto la centralità dei più piccoli, la dedizione verso gli allievi, la sostanza della scuola autentica che è un “prendersi cura” intenzionale e intelligente, consapevole - anche dei limiti della scuola stessa - e scelto tutti i giorni. Un impegno non solo degli insegnanti, ma una sfida per tutti. Della famiglia in primis, della società, della Chiesa. 

Non si tratta di trasmettere nozioni, piuttosto di aiutare a imparare a vivere.
E ogni generazione deve rifare questa fatica. Il cucciolo d’uomo è l’unico nel mondo animale che abbisogna di molto tempo per cavarsela da solo. Ci stupiamo - e a ragione - che non impariamo dal passato, non facciano tesoro degli errori..., che non si ascoltino i padri, i nonni, i profeti.

Educare (dal latino educere: far uscire) significa far emergere, far crescere e sviluppare quello che come seme prezioso è custodito nella persona.
L’altro nella sua unicità ci anticipa, ci previene. Non come vorrei io, ma secondo la forma che arcanamente è custodita nell’intimità, quella forma che Dio ha pensato da sempre e che è chiamato a realizzare.
Quella che chiamiamo “la Sua volontà” non è altro che accoglienza di ciò che ci precede perché scritto in noi prima di noi e che deve venire alla luce. Una promessa fatta ai padri che si realizza nei figli. Educare è compito di ogni generazione per imparare a dire se stessa e ritrovare se stessa nella “formazione” umana delle proprie aspettative.

Impegno arduo per tutti, anche per la Chiesa in un tempo nel quale è difficile trasmettere la stessa fede: dare vita a quella scintilla di luce che è celata nel cuore di ogni figlio di Dio. Il compito della comunità cristiana è attivare la fede anche sotto le ceneri di cambiamenti epocali che spengono i sussulti dello Spirito. Non basta dire “non è più come una volta”, “anni fa le cose andavano meglio”, “ai miei tempi sì ché...”.

Siamo qui oggi. Lodare i tempi passati non ci giova.
Ogni generazione ha le sue fatiche anche nell’imparare a credere. Segnalo un segno molto bello presente tra voi associati: l’affidamento a sant’Antonio dei propri figli e nipoti o iscriverli all’Associazione.
È come consegnare un testimone perché non abbia a finire una legame con il Santo che dura da generazioni. Anche questa è una forma di educazione e di cura: segno che ci stanno a cuore la vita e la crescita delle nuove generazioni.

Il 20 giugno scorso papa Francesco si è recato a Barbiana (a Vicchio - Firenze) fermandosi a pregare dinanzi alla tomba di don Lorenzo Milani, riconoscendogli la grandezza di sacerdote e di educatore.
Nella foto: don Lorenzo con i ragazzi per i quali aveva ideato una scuola innovativa

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Parole chiave: lorenzo-milani (2), educazione (46), santo-dei-miracoli (3)
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