Insieme fino alla fine

Quando una persona si sente male la gente accorre. Si avvia una gara di solidarietà per prestare soccorso. Poi arriva l’ambulanza e il personale paramedico si prende cura del caso. In pochi decenni la medicina ha fatto passi da gigante e ha aumentato di molto le aspettative di vita. Molte malattie, un tempo incurabili, oggi non fanno più paura. Ma le cure mediche sono sufficienti? 

Insieme fino alla fine

Significative le espressioni che papa Francesco ha usato al meeting sul “fine vita” organizzato dalla “Pontificia Accademia per la vita” nello scorso mese di novembre
«L’imperativo categorico è quello di non abbandonare mai il malato... Questo è il luogo in cui vengono chiesti amore e vigilanza, più di ogni altra cosa, riconoscendo il limite che tutti ci accomuna e proprio lì renderci solidali». Importante quanto “le cure” è l’atteggiamento della “cura”. Ne accennavo nell’editoriale di dicembre facendo riferimento a quella che Dio Padre manifesta alle sue creature.
Ne possiamo parlare ora, in occasione della Giornata mondiale del malato (11 febbraio), in riferimento ai nostri simili, specialmente nel momento della sofferenza e della malattia.

La cura non è solo fisica, medica e psicologica, ma comporta anche rispetto, vicinanza, accettazione, silenzio. Il paziente è una persona, con la propria dignità, e lo continua a essere in ogni condizione. Nessun malato può essere solo oggetto delle terapie. Perché la dignità della vita e il significato che ne promana non possono venire meno. È il valore e il senso della sua vita che devono orientare le cure e le attenzioni di chi lo accompagna dentro al mistero della sofferenza.

C’è un “prendersi cura” della persona che deve affiancarsi a ogni intervento clinico.
Una vicinanza che si prolunga fino alla fine, fino all’atto del morire. Perché anche la morte è un atto umano, ha quindi un senso e va vissuta con umana consapevolezza.
Dice il Papa: «non attivare mezzi sproporzionati, o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico... è dunque moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà definito “proporzionalità delle cure”». Non è un invito a propendere per la “dolce morte”: come se la morte potesse essere dolce...

La proporzionalità delle cure ci ricorda che la persona malata rimane un fine non un oggetto.
Anche questa è cura, è attenzione, è rispetto della singola vita. Ma va ricordato che l’uso di una terapia non è più importante della consolazione di avere una presenza accanto al proprio letto d’ospedale; alla stretta di mano del familiare che dice “ci sono”; ai sussurri che accompagnano le lunghe ore della notte... Piccoli gesti di prossimità per sostenere la vita e conservare la dignità anche nel momento della debolezza. Il mistero del dolore rimane tale anche di fronte alla fede più grande e trova luce solo nel crocifisso e nel contatto fraterno. Nemmeno Gesù è morto da solo. Il dramma di chi è ammalato è sentirsi solo, abbandonato, rifiutato. Alla tragedia del dolore si aggiunge spesso l’angoscia della solitudine. Quasi una doppia, immeritata condanna.

Ora che anche l’Italia ha approvato il bio-testamento, di fronte alla possibilità di disporre del proprio vivere e morire, rimane l’incognita sulla modalità di percorrere quell’ultimo pezzo di strada. Da soli? Con un atto di libertà puramente individuale? Con una disposizione testamentaria come se la vita fosse una casa o un conto in banca? La vita (e la morte) richiedono molto di più. Sì, anche la morte che è parte della vita, come ultimo atto irrevocabile del quale non temere. Per noi cristiani, vista nella luce della risurrezione di Cristo, è il passaggio che apre alla Vita.

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