La novità del Risorto

Quel Gesù che la crudeltà di uomini meschini aveva assassinato, mediante crocifissione, Dio lo ha risuscitato dai morti e lo ha glorificato accanto a sé. 
Non è vero che c’è un’unica sorte per tutti davanti alla morte, dunque. E poiché Dio risuscita Gesù non a titolo individuale, ma come “primogenito di quelli che risorgono dai morti” (Col 1,18), non è vero neppure che non esiste per noi resurrezione oltre la morte. 

La novità del Risorto

Una manciata di settimane dopo la sepoltura di Gesù, Pietro e gli undici dimostrano una libertà e un coraggio straordinari poiché avevano incontrato il Maestro, vivente oltre la morte!

Ho letto che al cardinal Martini, già avanti nell’età, qualcuno chiese: «Se dovesse andare solo in un’isola e dovesse portare con sé un solo Libro delle Scritture, quale sceglierebbe?».
La risposta sorprende: “Qohelet”. È uno dei Libri Sapienziali, noto per le parole con cui inizia e che ripete tante volte: «Vanità delle vanità, tutto è vanità». Forse il cardinale trovava questo libro biblico di grande onestà in faccia alla morte.

Il Libro del Qohelet è stato scritto quando ancora non si era formata in Israele una piena speranza nella vita oltre la morte.
E proprio la morte, agli occhi del Sapiente, pareva annullare ogni sensatezza della vita. Si provi a leggere queste sconsolate parole: «L’uomo non conosce nulla di ciò che gli sta di fronte. Vi è una sorte unica per tutti: per il giusto e per il malvagio, per il puro e per l’impuro, per chi offre sacrifici e per chi non li offre, per chi è buono e per chi è cattivo, per chi giura e per chi teme di giurare. Questo è il male in tutto ciò che accade sotto il sole: una medesima sorte tocca a tutti» (Qo 9,1-3).

San Paolo, ai cristiani di Corinto che, secondo la mentalità greca, negavano la risurrezione dei morti, afferma qualcosa di analogo
«Se non vi è risurrezione dei morti, neanche Cristo è risorto! Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede. […] Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini» (1Cor 15,13-14.19).

Il pensatore e poeta Gabriel Marcel (1889-1973) ha coniato una frase indimenticabile: «Amare qualcuno è dirgli: tu non morirai!». Ma sullo sfondo di questa magnifica frase si staglia minaccioso il suo contrario: «Poiché tu morirai, ciò rende illusorio l’amore».

È con tutto questo che ha a che fare la buona novità della Pasqua.
Quel Gesù che la crudeltà di uomini meschini aveva assassinato, mediante crocifissione, Dio lo ha risuscitato dai morti e lo ha glorificato accanto a sé.
Non è vero che c’è un’unica sorte per tutti davanti alla morte, dunque. E poiché Dio risuscita Gesù non a titolo individuale, ma come “primogenito di quelli che risorgono dai morti” (Col 1,18), non è vero neppure che non esiste per noi resurrezione oltre la morte. La Pasqua irrompe come un sole trionfante e distrugge il sinistro messaggio della morte, la sua pretesa di essere l’ultima, l’unica vera disperante parola sulla nostra esistenza.

I dodici apostoli che stavano con Gesù erano gente come noi, feriti dalle nostre stesse debolezze, ricattabili dalla paura di morire.
È stato questo ricatto che ha portato Giuda al tradimento, Pietro a rinnegare il Maestro, tutti gli altri ad abbandonarlo quando venne arrestato. Eppure amavano Gesù, e Pietro, a nome di tutti, quando molti si tiravano indietro, aveva esclamato: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68). Si può con tutta verità applicare loro quanto si legge nella Lettera agli Ebrei: «Per timore della morte erano soggetti a schiavitù» (Eb 2,15).

Sorprendentemente, una manciata di settimane dopo la sepoltura di Gesù, Pietro e gli undici dimostrano una libertà e un coraggio straordinari.
E molti tra loro andranno incontro a una morte prematura e violenta, pur di non rinunciare a dare testimonianza a Gesù. L’unica spiegazione logica di questo cambiamento è che la morte non aveva più su di loro alcun potere di ricatto. Avevano incontrato il Maestro, che era stato crocifisso e sepolto, vivente oltre la morte.

Non era lei, l’estremo nemico (cfr 1Cor 15,26) capace di inabissare tutto nel non senso (vanità delle vanità), ad avere l’ultima parola.
Quella se la riservava Colui che all’inizio aveva detto: «Sia la luce!». E la luce fu (Gen 1,3). Sulle labbra di Stefano, primo martire: «Noi vi annunciamo che la promessa fatta ai padri si è realizzata, perché Dio l’ha compiuta per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel salmo secondo: Mio figlio sei tu, io oggi ti ho generato» (At 13,32-33). Questa sarà l’ultima ed eterna parola anche su di noi.

don Chino Biscontin

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