Non solo vuoto e silenzio

Il sepolcro vuoto è uno dei segni visibili della risurrezione di Gesù. Non ne è la conferma, ma l’evidenza di una assenza.
Le prime a vedere la tomba senza il corpo di Gesù sono state le donne, poi gli apostoli, poi gli altri discepoli. Donne e discepoli sono stati anche i primi a incontrarlo. E quel vuoto si è trasformato in una presenza. Lo stupore del mattino di Pasqua si è caricato di speranza: quel vuoto e quel silenzio indicavano una possibile novità. Gli entusiasmi naufragati sul Golgota sono alla fine diventati certezza per la presenza del Maestro vivo.

Non solo vuoto e silenzio

Eppure quella tomba vuota fa ancora paura. Sembra il segno di una disillusione, di una sconfitta.
Nella vita quotidiana rimane il rischio di lasciarsi cadere le braccia di fronte alle sconfitte e alle amarezze. C’è un vuoto di valori, di sensibilità, di altruismo che spaventa. Quante speranze in un mondo migliore sono infrante di fronte alla nuda cronaca! Vuoto e buio sembrano ancora dominare la scena del mondo. Il silenzio di Dio è chiamato in causa nelle catastrofi naturali, nelle atrocità della guerra, nelle ingiustizie quotidiane.

Anche il cuore dell’uomo sembra abitato da un silenzio innato, perché Dio abita nel profondo di ogni persona. Dio è silenzio, e questo silenzio divino abita l’uomo. Un silenzio che, scriveva il monaco trappista Thomas Merton (1915-1968), può essere insopportabile ed è proprio qui che sta la più grande difficoltà dell’uomo: cercare Dio nel (e con il) silenzio. Qui che gioca un ruolo determinante la fede, perché il silenzio divino è una rivelazione misteriosa.

«Pensate ai grandi silenzi nella Bibbia - ci esorta Papa Francesco - per esempio il silenzio nel cuore di Abramo, quando andava con suo figlio per offrirlo in sacrificio. Due giorni, salendo sul monte, ma lui non osava dire qualcosa al figlio, anche se il figlio, che non era sciocco, capiva. E Dio taceva. Ma il più grande silenzio di Dio è stato la Croce: Gesù ha sentito il silenzio del Padre, fino a definirlo “abbandono”: “Padre perché mi hai abbandonato?”».

Ci sono silenzi che non possiamo comprendere né spiegare se non guardando la croce e andando oltre la croce.
La Pasqua ci ricorda che il vuoto e il silenzio del sepolcro sono una parola di presenza molto forte. «Se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede», scrive san Paolo che del risorto ha fatto una esperienza singolare sulla via di Damasco.
La tentazione rimane grande. La tentazione di non credere alla potenza del Signore; lo scoraggiamento di fronte al male; la paura di agire invano per il bene. Se così fosse, saremmo come i discepoli che non hanno avuto il coraggio di salire al Calvario e sono fuggiti. E invece quel primo giorno della settimana rispunta di nuovo. È il giorno della vita, della luce, della speranza. È il giorno di Cristo Signore, canta la liturgia nel tempo ­per celebrare quell’evento unico e irripetibile del Risorto che vive nella sua Chiesa.

Questa è la differenza tra chi guardando il sepolcro vede solo le bende buttate alla rinfusa e chi comprende che la vita si è liberata dai lacci della sofferenza e della morte. I cristiani fanno di questa visione una certezza, di questa assenza una presenza, di questo vuoto una pienezza. Qui si anima la nostra fede per dire una parola di speranza al mondo.

L’augurio di buona Pasqua sia un invito a vedere le cose in modo nuovo e a non fermarsi alle apparenze.
L’augurio di sentire la presenza del Risorto che riempie i vuoti e allevia le fatiche. «Si degni di concedervi tutto questo, colui che è risorto da morte: a lui sia onore e gloria, dominio e potestà nei cieli e sulla terra per i secoli eterni» (sant’Antonio, Sermone di Pasqua).

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