L'Italia tra Ordolandia e Caoslandia, cerniera di un mondo sempre più diviso

L’analisi di Lucio Caracciolo (Limes) sull’attuale situazione geopolitica. L’Italia cerniera di due mondi contrapposti, Ordine e Caos, che si affacciano sul Mediterraneo. Il ruolo degli Stati Uniti e quello crescente della Cina sugli scenari mondiali.

L'Italia tra Ordolandia e Caoslandia, cerniera di un mondo sempre più diviso

L’immagine più spettacolare che Lucio Caracciolo e i suoi giornalisti di Limes estraggono dal cilindro della lezione tenuta nei giorni scorsi nella conferenza organizzata all’università di Verona dal collegio Don Mazza, è quella di un mondo diviso in due parti, non omogenee territorialmente ma idealmente: Ordolandia e Caoslandia.

La prima corrisponde all’Europa, al Nord America escluso il Messico, alla Russia, la Cina e il Giappone, l’Oceania e il Sudafrica. Insomma il cosiddetto Occidente più qualche altro grande attore del panorama mondiale.
Caoslandia è il resto, cioè quel groviglio di paesi che si destreggia tra instabilità, dittature, guerre, tensioni, povertà varie. Insomma quasi tutta l’Africa, il Medio Oriente fino al subcontinente indiano, il Sudest asiatico e il Centro America che scende fino al Paraguay. Noi, con vecchie terminologie, lo chiameremmo Secondo e Terzo Mondo.

Ebbene: questi due mondi raramente confinano.
Lo fanno tra Stati Uniti e Messico – dove già ora un bel muro separa gli uni dall’altro – e, soprattutto, si guardano in faccia nel Mediterraneo. Di qua chi rischia la morte per fuggire e trovare fortuna; di là, chi sta alzando muri per isolarsi.

L’Italia sta in mezzo, esattamente nel mezzo, pur appartenendo a Ordolandia

Un tempo, questo confine stava più giù, «in Libia, dove Gheddafi veniva foraggiato di soldi e promesse per chiudere le rotte migratorie da sud a nord – spiega Caracciolo – Poi gli americani e i francesi hanno voluto la testa di Gheddafi, la Libia è sprofondata nell’anarchia e il confine s’è spostato a nord: Lampedusa, le coste siciliane. Milioni di persone che cercano di raggiungere il Nord Europa, con l’Italia paese di transito che ha finto di accoglierli, in realtà cercando il più possibile di agevolare il transito verso nord».

Un confine poroso che ha indispettito appunto il Nord Europa.
Prima si è chiusa la Gran Bretagna, con la Brexit e il collo di bottiglia tappato di Calais; quindi la Francia e l’Austria hanno sigillato Ventimiglia e il Brennero. «Così l’Italia, da paese di transito è diventato paese obiettivo delle migrazioni, fino alla svolta di quest’estate del ministro dell’interno Marco Minniti». Cioè da quando paghiamo noi gli scafisti libici affinché non facciano partire più barconi in direzione Italia: tra l’altro, per loro è più comodo, meno rischioso e altrettanto redditizio. E i milioni di disperati di cui sopra? Non sottilizziamo, suvvia. Anche se le rimesse che inviano dall’Occidente alle loro terre natali «sono immensamente superiori ai cosiddetti aiuti umanitari che diamo al Terzo mondo. Ci sono nazioni che stanno in piedi solo grazie ai soldi mandati da chi è emigrato».

E il grande poliziotto del mondo?
Che ne è «dell’unico impero rimasto, capace di controllare il commercio mondiale tramite una marina imponente e quindi l’intero globo»? Insomma gli Usa, «che già ora non possono più fare quel che hanno fatto nel Novecento: non hanno più i mezzi, gli abitanti, la voglia. L’opinione pubblica americana non ha nemmeno idea di dove siano Aleppo o Bengasi: non vuole più mandare i proprio figli a morire per questo». E il 4,4 per cento della popolazione non ha più chance di dominare – seppur sotto l’egida della libertà e della democrazia – il restante 95,6. 

Altri imperi stanno sorgendo, anzi risorgendo come nel caso della Cina
«Noi occidentali consideriamo i cinesi dei newcomers, gli ultimi arrivati di questi anni. I cinesi invece sanno di avere alle spalle una storia millenaria di grandissima potenza mondiale, con la parentesi degli ultimi 150 anni che sta terminando», chiosa Caracciolo. Ma gli Usa hanno stretto un “cordone sanitario” di alleati e basi militari tutto attorno al Mar Giallo. Cosa che non ha frenato l’immaginazione del leader Xi Jinping («potente come un imperatore di un tempo»): se non si passa dai mari, si passerà dalla terra. Ecco la Via della Seta con linee ferroviarie che congiungeranno la Cina all’Europa; ecco la presenza di investimenti cinesi in tanti paesi africani, «e con gli operai-schiavi che costruiscono ferrovie in Etiopia, arrivano pure i militari per la sicurezza, e quindi le basi, e quindi…».

La storia insomma non è finita.
La fine del secolo vedrà un mondo molto diverso dall’attuale, con la complicità di una demografia esangue che, per la prima volta nella storia moderna, sta mettendo fuori gioco le antiche potenze del mondo. L’Europa occidentale diventerà come un vecchio azionista che vive di patrimonio accumulato e rendita? Una fabbrica di cultura e basta? Una Disneyland per i ricchi di altri continenti? Un deserto raso al suolo dai nuovi barbari, come temono certe correnti di pensiero anche italiane?

 L’unica cosa certa è che le barriere tra Primo, Secondo e Terzo mondo si sono divelte rispetto a un passato dove la distanza fisica e temporale tra i grattacieli delle metropoli e le capanne nelle savane era enorme. Che tutto si sta muovendo e rimescolando a una velocità tripla. E che ogni previsione fatta con gli occhiali di oggi – e figuriamoci con quelli di ieri – è semplicemente ridicola.

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