La guerra al confine, i rifugiati in casa. Così la Giordania rischia il collasso

Condomini dai muri scrostati, finestre senza vetri, molti rifiuti agli angoli delle strade. Siamo nella periferia est di Madaba, a 45 chilometri dalla capitale giordana di Amman. Accanto a ciò che resta di un piccolo cancello arrugginito ci aspetta Aziza. È una dei quasi 660 mila rifugiati siriani in Giordania registrati all’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr). A questi si aggiungono circa 850 mila siriani clandestini, per un totale di oltre un milione e mezzo di persone, la cui vita non conosce ancora che una esile parvenza di normalità.

La guerra al confine, i rifugiati in casa. Così la Giordania rischia il collasso

A Madaba Aziza è arrivata tre anni fa, di notte, nel cassone di un camion con il marito e tre dei suoi sette figli.
Ora vivono in un piccolo appartamento: una cucinina, un bagno e due camere. Niente lampadari, niente televisione, solo un grande tappeto colorato e dei materassini scuciti riempiono la stanza in cui ci accoglie. È scappata da Aleppo senza avere il tempo di raccogliere nemmeno lo stretto necessario. «Hania, la maggiore dei miei figli, ci ha raggiunto pochi giorni dopo insieme ai suoi fratellini. Non potevamo fuggire tutti insieme, sarebbe stato troppo pericoloso».
Hania, oggi quattordicenne, a quel ricordo abbassa gli occhi neri. Nessuna lacrima, solo voglia di cambiare argomento. Si alza e va in cucina a prendere del caffè. In Giordania a lavorare è solo il marito, Aziza esce di casa solo quando serve. «La Caritas ci dà una mano, ma non è semplice. In Siria eravamo felici, vivevamo dignitosamente. Mio marito era un agricoltore, ora fa quello che capita. Della nostra casa sono rimaste solo macerie». 

Le stime dell’Unhcr dicono che quasi il 90 per cento dei siriani in Giordania vive al di sotto della soglia di povertà, con 68 dinari al mese (poco meno di 90 euro).
Ma le difficili condizioni economiche non sono l’unico problema: «Ci tengono a distanza, siamo vittime di razzismo. Soprattutto sono i nostri bambini a essere discriminati».
A dirlo è Rabia. Vive a pochi passi dalla casa di Aziza, ma non si conoscono. Abita insieme alla sua famiglia. Sorelle, cognati, suoceri, figli. In tutto sono quindici. Fuori dalla porta ci sono almeno 7 paia di scarpe da bimbo. «L’affitto è molto caro, più la famiglia è numerosa e più si paga». Rabia e i suoi parenti sono clandestini: sono fuggiti dallo Zaatari, il secondo campo profughi più popoloso al mondo vicino a Mafraq. «Per quaranta giorni siamo rimasti con gli stessi vestiti addosso. È stato terribile, ora stiamo meglio ma viviamo come fantasmi e non sappiamo cosa potrebbe accaderci domani. Vorremo solo ritornare a casa nostra». 

Nel centro di Madaba incontriamo Mark e Lilian, marito e moglie di Mosul.
Lui ha 38 anni, lei quattro di meno. In Iraq Mark faceva il barbiere, adesso realizza mosaici grazie a un progetto di reinserimento professionale promosso da Caritas. «Non è male come lavoro, ma non è quello che avrei voluto fare. Qui siamo solo rifugiati, non persone con dei diritti. Quando penso al futuro dei miei due figli provo tanta rabbia. Siamo stati privati della libertà di scegliere, stiamo semplicemente sopravvivendo». La casa di Mark e Lilian è ben curata, c’è profumo di pulito, la televisione è accesa, alle pareti rappresentazioni di Gesù e di altri santi. «Le ha fatte mia moglie, le piace disegnare. Cerchiamo di vivere al meglio, lo facciamo per i nostri bimbi, ma questa non è vita. Non so dire se mai riusciremo a tornare in Iraq, lì non abbiamo più niente e nessuno». 

Sono circa le stesse parole che usa Ranem, una sessantina d’anni, che vive vicino alla chiesa di San Giovanni Battista.
Anche lui è scappato dalla piana di Ninive poche ore prima dell’incalzare dei miliziani dello Stato islamico. Era un insegnante di inglese, per 35 anni ha prestato servizio nella parrocchia del suo paese. In Giordania si è ammalato di diabete e i costi delle cure sono troppo alti. «Quando abbiamo qualche soldo in più riesco a comprare le medicine, grazie a Dio c’è chi ci dà una mano. Ho visto tante brutalità e sto cercando solo un po’ di pace». 

Quest’ondata di rifugiati sta mettendo a dura prova la Giordania, già povera d’acqua e di risorse naturali. Il re Abdallah più di una volta ha manifestato la sua preoccupazione durante lo scorso anno, prima di ottenere 1,7 miliardi di dollari dalla comunità internazionale per far fronte all’emergenza. Un paese fortemente indebolito, in cui lo spirito di accoglienza si mescola all’esasperazione. Una realtà che in poche ore potrebbe far cambiare idea a chi in Europa parla di invasione.

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Parole chiave: giordania (5), isis (102), rifugiati (33), profughi (225)
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