Ugo Cappuzzo, il medico padovano che rimase per tre anni nella prigione di Mao

Domenico Cappuzzo non fu un padre tenero: interpretò il suo ruolo genitoriale con rigore, come si usava a quel tempo, in famiglia e a scuola. Una severità che usava con le figlie Lidia e Ines, e con il figlio Ugo, intelligente e vivace, nato l’1 gennaio 1907, che soffrì particolarmente le regole ferree e le dure punizioni, solo in parte temperate dalla dolcezza materna. Andava a rifugiarsi in cima a un albero del giardino e progettava di scappare. Fuggì lontano, appena laureato in medicina il 5 luglio 1932. A Padova aveva conosciuto Galeazzo Ciano che nel 1930 era stato nominato console generale a Shanghai. Così Ugo si sposò a San Nicolò con Clara Anita Matteis, conosciuta a una festa studentesca, e partì per la Cina sul piroscafo Gange, ex Kaiser Franz Josef I della marina austro-ungarica, passato al Lloyd Triestino.

Ugo Cappuzzo, il medico padovano che rimase per tre anni nella prigione di Mao

Per finanziare il viaggio papà Domenico chiese un prestito. La nave, che aveva a bordo anche un missionario salesiano, don Carlo Braga, “il don Bosco della Cina”, approdò dopo un mese scarso di navigazione alla foce del Fiume Azzurro e Ugo, in breve tempo, trovò posto come medico della legazione di Pechino con una ospedale, passato dai missionari al governo italiano, un ambulatorio privato e una piacevole residenza all’interno della stessa legazione.

La Cina di quegli anni, ricostruita con attenzione da Simonetta Rigato che, forse proprio per il fascino esercitato dal ricordo del fratello della nonna Lidia è diventata sinologa, studiando a Pechino e Shanghai, era un paese complesso e turbolento, su cui incombevano le mire imperialiste soprattutto del Giappone. Anche l’Italia cercava di giocare le sue carte: Ciano spingeva all’entrata in linea dei nuovi transatlantici superveloci che avrebbero risparmiato una settimana di viaggio, il Conte Rosso, il Conte Verde e il Conte Biancamano; nel 1933 venne in visita a Pechino Guglielmo Marconi.

I coniugi Cappuzzo si fecero benvolere sia dalla comunità straniera che dai locali; conducevano una vita agiata e Anita approfondì la conoscenza dell’archeologia e dell’antiquaria cinese, che le sarà utile al forzato rientro in Italia. Ugo nel settembre 1934 venne invitato dal vescovo di Yuhsien a visitare la missione francescana, a otto ore di treno da Pechino. Qui il giovane medico, che a Padova aveva frequentato il corso di “patologia esotica”, iniziò una ricerca sul tifo petecchiale, endemico in Cina e di cui in quella zona era in corso un’epidemia. Dalla ricerca sui pidocchi, portatori del morbo, isolò un anno dopo un vaccino che si dimostrò efficace nella successiva epidemia. Partecipò anche ad altre missioni politico-economiche.

Il 1937 è l’anno dell’occupazione giapponese di Pechino: i nipponici erano ufficialmente alleati dell’Italia, ma i rapporti non furono mai molto cordiali. Scoppiò la seconda guerra mondiale e arrivò anche qui la fatidica data dell’8 settembre: i giapponesi accerchiarono l’ambasciata e intimarono agli italiani di giurare fedeltà alla Repubblica sociale o di andare internati nel campo di Weixiang: Ugo Cappuzzo giurò, per evitare alla famiglia, che ormai contava quattro figli piccoli, i patimenti della prigionia. Alla fine della guerra, però erano rimasti privi di tutto; Anita e i quattro ragazzi rientrarono in Italia su una nave carboniera; Ugo rimase, perché non voleva lasciare il paese dove aveva costruito la sua vita. Nel 1949 le truppe di Mao entrarono a Pechino; dapprima non si avvertì alcun cambiamento, ma il clima nei confronti degli stranieri andò progressivamente peggiorando. Soprattutto dopo lo scoppio della guerra in Corea i cinesi vollero dare un segnale forte agli occidentali senza scatenarne la reazione diretta. Il 26 settembre 1950 furono arrestati vari italiani, cittadini di una nazione abbastanza importante ma troppo debole per reagire, ex alleata dei giapponesi e ora stretta agli americani. Il 25 luglio 1951 vennero arrestati numerosi religiosi e Ugo Cappuzzo con loro, prelevato mentre stava compiendo un’operazione chirurgica nella sua clinica privata. Incarcerato senza sapere perché, interrogato, sottoposto alla tortura, sembra fosse imputato di essere una spia imperialista implicata in attività di guerra batteriologica contro i cinesi. Le sue ricerche sul tifo e quelle in corso sul kala-azar, per cui aveva voluto restare, si ritorsero contro di lui. Entrato in un gioco politico più grande di lui rimase tre anni nelle prigioni di Mao sottoposto alle torture del processo di “riforma del pensiero”. Liberato alla fine della guerra corana, con la proibizione di parlare della sua vicenda, rientrò a Legnaro nell’estate del 1954. Ma niente era più come prima. Ripartì poco dopo e sua madre morì di crepacuore.

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