A trent'anni di distanza, Padova ricorda il primo trapianto di cuore italiano

Il 14 novembre 1985 Vincenzo Gallucci effettuò nell’ospedale di Padova il primo trapianto cardiaco totale: il paziente, Ilario Lazzari, visse fino al 1992, quando fu stroncato da un’infezione contratta con una trasfusione di sangue infetto. Oggi le prospettive per sopperire al bisogno crescente sono di realizzare un cuore meccanico permanente oppure un cuore bioingegnerizzato.

A trent'anni di distanza, Padova ricorda il primo trapianto di cuore italiano

«Sono le 4, si comincia. L’ospedale dorme, in una sala operatoria medici e infermieri stanno compiendo il miracolo. Le mani di Gallucci si muovono come un maestro d’altri tempi, come un mago. Ma la sua è una magia intrisa di scienza e di sapienza». Così Gianfranco Natoli rievoca nel suo libro, Non ho dubbi (Inedibus, pp 192, euro 20,00), uscito in occasione del trentesimo anniversario, il primo trapianto di cuore eseguito in Italia. Il giornalista ha ripercorso tappa per tappa come si è arrivati a quel fatidico 14 novembre 1985 quando scatta quella incredibile serie di eventi che vedrà scaturire una vita nuova da una morte. La morte fu quella del giovane trevigiano Francesco Busnello, ucciso da un’auto mentre era alla guida del suo Ciao.

BUSNELLO_francesco

La vita quella di Ilario Lazzari, falegname di Vigonovo, che ricevette il cuore di Francesco e visse con esso per sette anni, prima di essere stroncato da un’infezione contratta attraverso una trasfusione di sangue.

lazzari-gallucci

In mezzo, l’artefice del “miracolo” fu Vincenzo Gallucci, cardiochirurgo ferrarese di cui il volume di Natoli racconta con partecipazione la vita: la nascita il 4 novembre 1935 (avrebbe compiuto 80 anni in questi giorni); la laurea e poi la specializzazione a Padova, con Pier Giuseppe Cevese (morto vent’anni fa), l’affinamento della tecnica cardiochirurgica in America e poi il coraggioso ritorno a Padova, dove in pochi anni riesce a costituire una équipe di cardiochirurgia d’altissimo livello.

GALLUCCI_vincenzo

Da queste basi è scaturito il primo trapianto cardiaco italiano, 17 anni dopo l’impresa di Barnard in Sudafrica, e poi il primo trapianto multiplo mondiale di cuore-rene, nella primavera del 1986, e soprattutto la costituzione del Centro di cardiochirurgia che nasce, sulla carta, proprio il giorno precedente al primo trapianto. Occorreranno molti anni e molte fatiche per inaugurarlo, nel 1991, e per vederlo diventare operativo, non poco tempo dopo. Il centro fece a tempo ad essere intitolato a Gallucci che, purtroppo, il 10 gennaio 1991 perse la vita in un incidente autostradale, sulla Serenissima dove erano in corso i lavori per la terza corsia, mentre era di ritorno da un intervento chirurgico effettuato a Bergamo.

Gallucci è morto, ma il suo impegno continua grazie ai tanti che ne hanno affiancato e proseguito il lavoro. Di questi tanti fornisce una testimonianza un nuovo volume, L’altro cuore. Vite professionali, storie di pazienti e scienza in cardiochirurgia (Padova universitary press, pp 398, euro 40,00) pubblicato in concomitanza con le commemorazioni ufficiali che l’università e l’azienda ospedaliera di Padova, in collaborazione con Ordine dei medici, comune, provincia, regione, Ulss 16, Società italiana di chirurgia cardiaca, hanno organizzato nel trentennale del primo trapianto italiano. Il volume, scritto a più mani e curato da Gino Gerosa, attuale direttore del centro di cardiochirurgia Vincenzo Gallucci, guarda al passato, per dare voce alle tante persone che hanno reso e rendono possibile questa eccellenza medico-chirurgica padovana e veneta.
Ma vi si affacciano anche le nuove sfide scientifiche e tecnologiche che si stagliano di fronte ai “Gallucci del presente”: la chirurgia microinvasiva, la medicina rigenerativa, il cuore artificiale... «Nonostante che a tutt’oggi – spiega Gino Gerosa – il trapianto d’organo rappresenti la terapia ottimale per i pazienti con grave insufficienza cardiaca non più responsiva alla terapia medica o al trattamento cardiochirurgico tradizionale, la medicina moderna sta cercando di risolvere il problema della mancata corrispondenza tra il numero sempre crescente di pazienti con insufficienza cardiaca terminale e la scarsità di organi disponibili. In Italia il numero di donatori è stazionario, ma la qualità degli organi cardiaci, a causa dell’innalzamento dell’età dei soggetti, è inferiore. La lista d’attesa annua a livello nazionale è di 800 soggetti, contro 250 trapianti eseguiti.
Le due alternative che anche il centro padovano sta percorrendo sono quelle del cuore artificiale totale permanente completamente italiano e del cuore bioingegnerizzato totale. Per il cuore artificiale abbiamo messo a punto l’attuatore, il motore, manca il resto, che non è poco. Con finanziamenti adeguati in 3-5 anni potremmo riuscire a metterlo a punto. Più ambizioso e futuristico, e anche molto arduo, è il progetto di decellularizzare un cuore in toto e poi ripopolarlo con le cellule staminali del ricevente. Sono due strade su cui stanno lavorando anche gruppi ben più strutturati di noi, per quanto riguarda i finanziamenti, ma siamo ottimisti di riuscire a portare a termine almeno uno dei due progetti. Benché la seconda strada sia indubbiamente la più affascinante, quella del cuore artificiale permanente, che non sia solo un ponte al trapianto cardiaco come è oggi il cuore artificiale utilizzato, appare la più approcciabile. Perché sia una terapia sostitutiva al trapianto bisogna che garantisca una qualità di vita accettabile, e quindi migliorativa rispetto all’attuale anzitutto come grandezza. Un cuore più piccolo garantirebbe il suo utilizzo sia nei soggetti maschili che femminili e anche in soggetti pediatrici, mentre quello attuale non è adatto a tutte le persone. Un cuore con una migliore biocompatibilità utilizzerebbe una minore quantità di anticoagulante rispetto a quella adesso necessaria. Un cuore permanente dovrebbe essere poi più silenzioso e quindi elettrico, piuttosto che pneumatico come quello attualmente disponibile».
La realizzazione del cuore bioingegnerizzato sarebbe l’avverarsi di un sogno, «ma ci sono ancora molte domande – conclude Gerosa – a cui non siamo riusciti a dare risposta; la sua realizzazione è un grande punto di domanda. Però per la ricerca è importante pensare che l’impossibile di oggi può essere il possibile di domani».

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