Elisabetta d’Ungheria compie 30 anni. Il sogno? Più accoglienza notturna

21 ottobre 1987, un giorno feriale come tanti: alcuni laici e le suore terziarie francescane elisabettine, in collaborazione con la diocesi di Padova, fondano l’associazione di volontariato Elisabetta d’Ungheria, per testimoniare la carità misericordiosa del Padre offrendo assistenza e aiuto agli ultimi. A 30 anni di distanza, e dopo tanti giorni feriali vissuti «ad altezza povero», l’associazione festeggia l’anniversario di domenica, il 22 ottobre, all’Opsa di Sarmeola di Rubano.

Elisabetta d’Ungheria compie 30 anni. Il sogno? Più accoglienza notturna

Una scelta non casuale, quella dell’Opera della Provvidenza
Qui infatti circa la metà dei 500 volontari della onlus padovana presta abitualmente servizio.

Sarà la messa delle 9.30 ad aprire la giornata del trentennale, che si chiuderà con un pranzo a buffet.
Nel cuore della mattinata, alle 11, lo spettacolo teatrale Un fiore che profuma ancora, monologo interpretato dall’attrice ungherese Katinka Borsànyi e dedicato alla vita della francescana laica santa Elisabetta (Chiunque voglia intervenire alla festa, può iscriversi fino a esaurimento posti su www.elisabettadungheria.it).

«Compiere 30 anni vuol dire aver fatto un bel tratto di strada, sempre confidando nella provvidenza – riflette Alessandro Brunone, 36 anni, funzionario commerciale di professione, sposo per vocazione e volontario per passione, alla guida del direttivo dell’associazione dal 2015 – Tra i nostri soci ci sono ancora alcuni dei fondatori: sono loro i primi a essere stupiti per il traguardo raggiunto, perché a fine anni Ottanta non immaginavano lo sviluppo che questa realtà avrebbe potuto avere».

Tanti campi d'impegno

Al momento attuale, la onlus dedicata alla santa francescana è impegnata nel servire le persone con disabilità dell’Opsa; le persone anziane di casa Maran; i bambini della comunità familiare Elisabetta Vendramini; i malati gravi di casa Santa Chiara; gli uomini senza dimora di casa Elisabetta, da inizio 2017 stabilitasi in un appartamento nella parrocchia del Sacro Cuore di Padova.

«L’accoglienza invernale notturna nella nuova Casa Elisabetta, che riaprirà in novembre, è ancora in fase di rodaggio – commenta Brunone – perché di fatto siamo riusciti a riaprire appena per un paio di mesi la scorsa primavera. Ma già questo scarso tempo è bastato per innescare alcune belle dinamiche: i circa 50 ospiti che abbiamo accolto, a rotazione, nei 14 posti letto disponibili, hanno ben compreso di non essere più alloggiati in rifugi di fortuna, ma in una vera casa. Così l’hanno adornata con dei fiori, con qualche piantina aromatica di cui si prendono cura, si sono lasciati coinvolgere in semplici momenti di svago e di dialogo fraterno con i volontari serali. Con alcuni di loro hanno stabilito dei rapporti di amicizia coltivati anche fuori dalla casa».

E guardando al futuro?

Nel cassetto della Santa Elisabetta c’è un sogno di carità: raddoppiare l’accoglienza invernale notturna.
Non però nel senso di arrivare a ventotto letti, ma di aprire un servizio simile anche al femminile, come spiega il presidente: «Per un progetto del genere serve tanta speranza e tanta fede, e poi personale qualificato, obiettivi condivisi, una struttura protetta...».

«Di certo il disagio femminile, abitativo e non solo, è un problema che si sta aggravando, ed è perlopiù invisibile. Ci piacerebbe metterci allo stesso livello di questa nuova povertà e, per quanto possibile, intervenire. È un sogno, ma... chissà! Gesù ha dato il meglio tra i 30 e i 33 anni, quindi... perché non anche noi?». 

Alberto Friso

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