Renato Dalle Fratte, il “maestro di calcio” di Campodarsego

Allenare significa educare, non è solo tecnica. A 67 anni, cinque giorni a settimana, si prende un gruppetto di ragazzini e via in campo a palleggiare, stoppare, calciare. Una passione che si coniuga con la consapevolezza di quanto importante sia vivere lo sport in serenità e in un vero accordo con la famiglia

Renato Dalle Fratte, il “maestro di calcio” di Campodarsego

Appuntamento davanti l’Appiani.
Personalmente un che di pellegrinaggio, luogo sempre particolare e speciale. Cancelli aperti, quella sorta di tunnel per entrare in campo, ogni volta mi dico che me lo ricordavo più lungo, così almeno mi pareva da giocatore (e non ero il solo). Poi il verde di quel prato, il cosiddetto terreno di gioco che fa quella sua gobba, si chiama ballatura, me lo insegnò Buso quel termine, già, Sergio, lui che sono anni che se n’è andato, lui che andava all’Appiani con uno zio nella gradinata centrale, ma quando pioveva si metteva vicino alla rete, «non ci si vedeva con gli ombrelli; ricordo che vedevo le gambe dei calciatori lì vicino ma non vedevo dall’altra parte».

Eccola, la “ballatura”. Incontro Renato Dalle Fratte, classe 1950, ora “maestro di calcio” per i ragazzini del Campodarsego, dal 2005 al 2011, il che vuol dire che ha a che fare pure con bambini di sei anni, sì. Avanti.

«Li ho compiuti da poco questi miei 67 anni, diciamo che insegno tecnica calcistica e devo dirti che mi piace proprio quella definizione di “maestro”. Cinque pomeriggi la settimana, una squadra per volta, me ne prendo a turno tre-quattro e via a palleggiare, a stoppare la palla, a condurla, a calciarla eccetera. Gli allenamenti me li preparo ogni volta, c’è una gradualità a cui star dietro e sono sempre lì anche mezz’ora prima, così per me va fatto. Un ruolo che ho cominciato giusto quest’anno, è stata la società a individuarmi come “maestro” e all’inizio non sapevo bene, un po’ m’è mancata la partita, l’essere lì in panca con loro, con la squadra, ma ora va meglio e mi piace molto. Mi piace anche come ogni volta mi accolgono, mi pare che possa essere proprio affetto la parola giusta: tutti che mi corrono incontro e quando butto là “chi viene con me oggi?”, sono tutti lì che alzano la mano, “io, io, io”. Però devo dirti che non è poi tanto facile e guai porsi lì con loro pensando “ai miei tempi”. Dai, io che a scuola alle superiori ci andavo in bici, da Fiumicello con la cartella e la borsa del Calcio Padova: dopo la scuola avevo l’allenamento e anche quando tornavo, prima di andare a casa mi fermavo lì davanti alla chiesa a giocare con gli amici… e pensare che se potessero, ci sono adesso delle mamme che entrerebbero in macchina nello spogliatoio per lasciarti il figlio. È tutto cambiato, come fai pretendere che questi ragazzini possano capire? Ecco così, col tempo che mi ci è voluto, anch’io col cellulare a crearmi i gruppi, li posso avvisare, funziona così adesso».

«Le volte che mi sento vecchio sono quelle in cui mi verrebbe da impormi su di loro, noi che ti ricordi quanto stavamo zitti quando un allenatore parlava. Vorrei che facessero silenzio e si applicassero di più, facendo sul campo le cose che chiedi loro di fare, ma devi stare attento, sempre un po’ psicologo, un po’ intrattenitore, la battutina eccetera, altrimenti rischi per davvero che quasi tutti se ne vadano. Ricordo lì al Padova, con Tansini, che se arrivavi con le scarpe sporche al campo, lui semplicemente ti mandava a casa. Un modo di insegnare e un modo d’imparare, ma ora devi andarci piano, probabile che qualche genitore vada in società a reclamare, non è più come prima».

«No, l’aver giocato, anche in categorie importanti, non ti fa allenatore per ragazzini e lo stesso vale pur se lo prendi il patentino. Bisogna provarci e consiglierei a tutti giusto di provare una volta con una scuola calcio, di verificare se si è adatti. Con i genitori ho sempre avuto buoni rapporti, anche se c’è sempre chi va fuori dalle righe. Cerco sempre di essere chiaro, entrambi stiamo cercando di far crescere questi ragazzini, io sul campo e loro a casa. Sono due ruoli che devono rispettarsi, io allenatore non mi intrometto nelle famiglie e lo stesso dovrebbero far loro per le cose di campo. Sempre, dal primo giorno, quando c’è la presentazione della stagione, la prima cosa che dico loro è che si informino sempre per bene a chi affidano il figlio, un allenatore non deve solo essere bravo e preparato come tecnico, ma pure sul piano etico, come educatore, come si fa se uno poi lì si mette a bestemmiare? E poi che vengano certo alle partite, come no, ma che siano coscienti che la loro voce è quella che i ragazzini riconoscono più e meglio, di incitarli e basta, che non si mettano pure loro a fare i tecnici: fanno solo confusione al figlio, che così si diverte meno».

«Sono sì pensionato e mi considero fortunato. Ora come ora infatti non è tanto importante il fisico, mica lo devo “allenare”. La fortuna sta nel fatto che occupo per bene la mente e non solo in campo, lì a vedere per bene, ma anche a casa, riflettendo sulle carenze di questo o quel ragazzino, su come correggere un gesto, cosa inventarmi per stimolarli, su come farli divertire intanto che imparano e arrivano a far bene i movimenti, le posture eccetera. Certo che come coordinazione motoria di base siamo messi proprio male: c’è tanto e tanto da fare».

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