Ogni giorno cementifichiamo 80 campi da calcio

I dati del rapporto Ispra del 2015 sono impressionanti. Tra il 2010 e il 2012 abbiamo cementificato il 7 per cento dell'intera superficie del nostro paese e il Veneto è la seconda regione per consumo di suolo dopo la sola Lombardia. È necessario dotarsi di una nuova legge che limiti il più possibile un'ulteriore impermeabilizzazione del terreno.

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Ogni giorno cementifichiamo 80 campi da calcio

Tra le molte problematicità che richiedono di cambiare radicalmente il nostro rapporto con l’ambiente naturale e le sue risorse e di mettere in campo azioni efficaci per la cura della casa comune vi è sicuramente la questione del consumo di suolo che rappresenta un’emergenza globale e locale.

L’ultimo rapporto dell’Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale (Ispra) per il 2015 lancia infatti l’allarme sul consumo di suolo in Italia. I dati sono impressionanti: il suolo urbanizzato nel 2014 risulta pari a circa 2,1 milioni di ettari, ovvero al 7 per cento del territorio nazionale (la media europea è del 2,3 per cento, mentre quella della Regione Veneto è compresa tra l’8,6 e l’11,1 per cento), con un incremento del 260 per cento rispetto agli anni Cinquanta.

Tra il 2008 ed il 2013, in cinque anni, sono stati cementificati oltre 100 mila ettari in grandissima parte a scapito dei terreni agricoli più fertili, con un ritmo di 55 ettari al giorno, ovvero di 6-7 mq ogni secondo. Volendo provare a visualizzare si può dire che giornalmente consumiamo una quantità di suolo equivalente a 80 campi da calcio!

Pesanti conseguenze

Molte sono le conseguenze di questo uso dissennato del suolo finalizzato alla costruzione di nuove case, capannoni, centri commerciali, strade e infrastrutture varie. Dal punto di vista ecologico questa attività umana impatta fortemente sul paesaggio, sull’equilibrio dei fondamentali cicli ecologici, sulla tutela della biodiversità, sulla qualità dell’aria e dell’acqua e quindi sulla salute e la qualità della vita degli abitanti.

Inoltre, rende più vulnerabile il paese in relazione all’accentuazione dei fenomeni connessi ai cambiamenti climatici: il Rapporto Ispra del 2014 ricorda infatti che l’impermeabilizzazione di terreni agricoli registrata tra il 2010 ed il 2012, ha comportato 21 milioni di tonnellate di maggiori emissioni di CO2 (corrispondenti alle emissioni di 4 milioni di veicoli circolanti) e una minore capacità di ritenzione idrica nell’ordine dei 270 milioni di tonnellate d’acqua.

Pesanti sono anche i costi economici per il sistema paese, sempre secondo Ispra il costo delle opere necessarie allo smaltimento delle acque meteoriche non più direttamente assorbite dal terreno è stimato nell’ordine del mezzo miliardo di euro, a cui bisogna aggiungere i costi di ripristino e messa in sicurezza causati dalle sempre più frequenti alluvioni.

L’impermeabilizzazione dei suoli nei tre anni considerati ha inoltre comportato una minor produzione agricola stimabile in 450 mila tonnellate di cereali, pari a un valore di circa 90 milioni di euro. A monte di questa situazione emerge una profonda non conoscenza delle funzioni che il suolo svolge. Sei sono quelle principali: generare biomassa utilizzata come cibo per gli uomini e cibo per gli animali di cui si nutrono gli uomini, nonché altre materie prime rinnovabili; depurare l’acqua perché tutte le sostanze di cui è composto riescono sia a filtrare l’acqua sia a distruggere le sostanze tossiche che può contenere; riserva di materiale genetico: una piccola porzione di terreno, fino ad una profondità di appena 20 centimetri, possiede più biodiversità di chilometri e chilometri quadrati di superficie; supporto fisico delle nostre infrastrutture, cioè su di esso poggiano case, strade, edifici, uffici, capannoni, tutto quello che ci serve per vivere; riserva di materie prime per realizzare queste strutture: argille, sabbie, ghiaia, e altri materiali; contenitore del patrimonio archeologico e culturale della la storia di un territorio: naturalistica ma, anche, umana di chi lo ha abitato prima di noi.

Proteggere il suolo non significa, dunque, solo opporsi alla speculazione edilizia che distrugge il paesaggio: in gioco ci sono anche la produzione di cibo, la biodiversità, l’acqua pulita.

Come l’aria e l’acqua, anche il suolo è un bene comune, e come tale dovrebbe essere amministrato, ed è una risorsa non rinnovabile, consumare e degradare l’humus vuol dire distruggere una materia che si riproduce in migliaia di anni, ci vogliono infatti 2000 anni per formare 10 cm di suolo.

Un possibile antidoto

In questa prospettiva è fondamentale dotarsi di una nuova puntuale ed efficace legge in materia di conservazione ed uso del suolo che consenta di raggiungere progressivamente l’obiettivo posto dalla normativa europea e cioè di azzerare il consumo di suolo al 2150. A fronte delle difficoltà e dell’incapacità del Parlamento di adeguarsi agli obiettivi ed impegni europei è necessario e per certi aspetti indifferibile attuare una forte azione culturale ed informativa rivolta a far acquisire la consapevolezza delle funzioni fondamentali che il suolo svolge per la cura e la salvaguardia della casa comune.

Appare cruciale che questo problema sia percepito come qualcosa che ci riguarda tutti, visto che le sue implicazioni hanno avuto, hanno e avranno effetti su tutti noi. Bisogna, quindi, far crescere la consapevolezza che il suolo è un bene comune naturale, una risorsa non rinnovabile che tutti dobbiamo contribuire a tutelare. Come ci ha ricordato papa Francesco, «la cura per la natura è parte di uno stile di vita che implica capacità di vivere insieme e in comunione» essa rappresenta dunque, una grande opportunità per rinnovare l’impegno civile delle nostre comunità nella direzione di contribuire all’affermazione di una vera «cittadinanza ecologica».

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Tutti i diritti riservati
Parole chiave: ambiente (49), cementificazione (15), Italia (67), Ispra (2)
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