Frammentati e civici, gli italiani alle urne

Da qui al 15 giugno saranno ben mille i comuni italiani saranno chiamati alle urne per rinnovare le proprie amministrazioni. Tra questi c'è Padova, ma anche altri centri importanti del tessuto locale diocesano, come Thiene, nel Vicentino. L'analisi di Paolo Giaretta su come si sono comportati dieci mesi fa gli elettori di tutto lo stivale, e in particolare quelli di casa nostra, risulta oggi particolarmente interessante.

Frammentati e civici, gli italiani alle urne

Dare un giudizio sintetico sulle elezioni amministrative è sempre complicato. Per la profonda diversità delle situazioni locali, per il proliferare di liste civiche, talvolta in appoggio di candidati espressione di partiti esistenti a livello nazionale e da essi promosse, talvolta espressione di un civismo puro, che si manifesta anche trasversalmente rispetto ai partiti nazionali.

Il trionfo delle civiche

È un fenomeno in forte crescita. A livello nazionale si è passati dalle 2.117 liste civiche presentate nel 1997 nei 1.418 comuni al voto alle 3.910 liste civiche presentate in 1.342 comuni nel 2016. In due comuni su tre i cittadini non hanno trovato il simbolo dei partiti. Per il Veneto, Gianni Saonara ha calcolato che per i consiglieri eletti al primo turno 707 sono espressione di liste civiche (di varia natura), e 203 di liste partitiche, di cui 27 del Movimento 5 stelle che non ha mai affiancato le proprie liste da liste di ispirazione civica come hanno fatto gli altri partiti.

E la sconfitta del Pd

È naturale poi che nell'analisi e nell'opinione che si fa il cittadino finisca per prevalere il messaggio nazionale, particolarmente se come è accaduto questa volta il cambiamento è robusto, con l'affermazione di un partito nuovo, il Movimento 5 Stelle, alla guida della capitale e di una grande città a forte tradizione di sinistra come Torino. Il cambio di segno è stato molto forte. Prima delle elezioni su 25 capoluoghi che andavano al voto 21 erano governati dal centrosinistra e quattro dal centrodestra. Dopo le elezioni al Pd ne sono rimasti otto, dieci sono andati al centrodestra, tre al M5s e altri quattro di varia tendenza ma senza il Pd. Per i comuni sopra i 15 mila abitanti il Pd ne governava 70, oggi sono 42. Il M5s non ne aveva nessuno oggi ne ha 17. C'è una chiara sconfitta del Pd, risultati di luci e ombre per il centrodestra, una netta affermazione del M5s, in genere una frammentazione del voto che non corrisponde a uno schema bipolare.

Così in Veneto

Nel Veneto non andava al voto alcun comune capoluogo: le elezioni riguardavano 82 comuni, di cui 71 sotto i 15 mila abitanti e undici sopra, con possibilità di ballottaggio. Di questi quattro hanno visto il sindaco eletto al primo turno (sono sindaci di centrodestra), gli altri sono andati al ballottaggio. Gli elettori chiamati al voto sono stati nel Veneto 543.895. Potremmo incominciare a vedere quanti di questi sono andati al voto. Nei media nazionali si era molto parlato di un minacciato rischio astensione. Il calo c'è stato ma non drammatico. Nei 132 comuni superiori a 15 mila abitanti la partecipazione del 60 per cento è calata rispetto alle precedenti amministrative di 5,4 punti, molto maggiore il calo rispetto alle politiche 2013, in cui la partecipazione era stata del 74,5, mentre alle Europee 2014 era stata del 54,1. In Veneto la partecipazione è stata del 64,9 per cento, superiore a quella nazionale, ma anche con un calo più consistente rispetto alle precedenti consultazioni (- 6,8 punti). Ci limitiamo qui a un’analisi del voto per i comuni sopra i 15 mila abitanti. Per i comuni inferiori servirebbe una analisi più di dettaglio, e i dati sono spesso difficilmente comparabili e attribuibili a schieramenti politici di significato nazionale. Sarebbe tuttavia un’analisi importante: comprendere i fenomeni sotterranei con cui si organizza una comunità, spesso al di fuori degli schemi di partito, come si formano leadership locali nell'intreccio tra luoghi dell'amministrare e partecipazione civica, come si coagulano gli interessi, ecc. Nel Veneto gli spostamenti sono stati meno rilevanti che in altre regioni. Più consolidata la presenza tradizionale del centrodestra, e tuttavia anche qui segnali importanti ci sono stati. Si conferma la sofferenza del Pd. Dopo la sconfitta a Padova nel 2014, la sconfitta a Venezia e quella pesante per entità alle regionali 2015 anche questo turno vede rinsecchirsi la presenza del Pd. Dei tre comuni amministrati dal centrosinistra sugli 11 comuni sopra i 15 mila abitanti che andavano al voto (Chioggia, Este, San Giovanni Lupatoto) non ne è rimasto nessuno.

Il M5s mette radici

Il Movimento 5 stelle, oltre ad avere vinto a Vigonovo supera il ballottaggio a Chioggia. Oggi i comuni veneti amministrati da M5s sono divenuti quattro, oltre ai due citati Mira e Sarego. Considerato il fatto che M5s a differenza di altri partiti si è presentato senza liste civiche di accompagnamento è possibile effettuare una analisi più precisa del grado di consenso raggiunto negli undici comuni al voto, delineando le caratteristiche del consenso nel Veneto. La tabella seguente confronta le percentuali di voto ottenute dal candidato sindaco M5s con quelle delle precedenti amministrative e con il voto alle elezioni politiche. Come si può vedere il consenso resta molto lontano dal voto di opinione registrato alle elezioni politiche nazionali.

E tuttavia si registra un consistente radicamento rispetto alle elezioni precedenti, sia pure con una forte differenziazione del voto da comune a comune che non si era registrata nel voto alle elezioni politiche. Nel locale al voto di opinione occorre aggiungere un lavoro specifico nel territorio, con personalità locali in grado di intercettare i consensi dei cittadini.

Sotto un certo profilo il processo può ricordare quello della Lega che è partito sostanzialmente da un voto di opinione protestatario, anche senza militanza territoriale estesa, con i volantini lasciati nei bar e qualche scritta sui muri ma poi progressivamente si è consolidato partendo da una diffusa classe di amministratori locali. Un caso a sé può essere Chioggia, dove il voto alle politiche registrava già un consenso superiore alla media dimostrando l'esistenza di un elettorato sensibile alla proposte del grillismo. Il resto è stato fatto sia da centrodestra e da centrosinistra, divisi, con il passaggio del sindaco uscente eletto con la lista Pd e poi presentatosi con il centrodestra.

Il consenso frammentato

Più complessa è l'analisi del voto per gli altri partiti, quasi sempre presentatesi con liste civiche di appoggio, che hanno diviso i consensi del bacino elettorale dei rispettivi partiti. Pur nella loro scarsa significatività per l'impossibilità di comparare nel tempo e nelle diverse situazioni i dati per la variabilità di liste civiche di accompagnamento possiamo sottolineare questi elementi: si conferma una progressiva elevazione demografica nell'uso delle liste civiche. La parte di elettorato intercettata dai partiti tradizionali come si vede sta abbondantemente sotto il 50 per cento. In media negli undici comuni sopra i quindicimila abitanti andati al voto i tre partiti tradizionali (Lega, Forza Italia, Pd) intercettano direttamente poco più del 30 per cento dei voti. Gli stessi dirigenti hanno poca fiducia nella capacità attrattiva del proprio simbolo; Forza Italia che per tanti anni è stato il partito dominante in Veneto, prima e più della Lega, guidando la Regione, sostanzialmente tende a scomparire dalle schede. In sei comuni su 11 non ha presentato il proprio simbolo. La Lega modello Zaia appare più competitiva della Lega modello Salvini. Il voto complessivo della Lega non è stato brillante a livello nazionale con la perdita di Varese, il risultato deludente a Milano (metà dei voti di Forza Italia), una scarsa capacità espansiva con il nuovo modello lepenista. Invece nel Veneto conferma e consolida un ruolo di guida del centrodestra. M5s pur raggiungendo risultati importanti appare più debole rispetto ad altri territori nazionali, probabilmente la Lega ha fidelizzato un certo voto di protesta, per quanto stia governando la Regione. Del Pd ho già detto, non appare visibile una reazione, tenendo conto che uno dei radicamenti importanti, che derivava dalla tradizione post democristiana attraverso la Margherita e da quella della sinistra di governo, era costituita da una rete di amministratori capaci di esprimere buon governo, spesso vincendo comuni che alle politiche si esprimevano per il centrodestra. Questa capacità si è molto indebolita. Tra scarsa partecipazione al voto e frammentazione del voto acquisiscono davvero senso le parole di Romano Prodi sul significato del voto: «Il problema centrale della gente nel mondo contemporaneo è l'insicurezza economica, la paura sociale e identitaria. Il problema è che alle grandi forze politiche nazionali manca una interpretazione della storia e del presente. Non si tratta di cambiare i politici, ma di cambiare le politiche». E alla domanda sulla lezione da trarre così risponde: «Progetto e radicamento popolare. Il cambiamento possibile fatto entrare nel cuore della gente. Il solo ad averlo capito è papa Francesco». 

Paolo Giaretta

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