Il controllo delle risorse mette il mondo a ferro e fuoco

L’acqua, in particolare – di cui il 22 marzo ricorre la Giornata mondiale istituita dalle Nazioni unite – rappresenta uno dei principali elementi di tensione e di conflittualità tra paesi come conseguenza del fatto che quattro persone su dieci nel mondo vivono in bacini fluviali condivisi da due o più nazioni e che, già oggi, il cambiamento climatico ha ridotto del 20 per cento le risorse idriche mondiali. Proprio la scarsità d’acqua è alle radici di una delle più cruente guerre in corso quella siriana.

Il controllo delle risorse mette il mondo a ferro e fuoco

«È prevedibile che, di fronte all’esaurimento di alcune risorse, si vada creando uno scenario favorevole per nuove guerre, mascherate con nobili rivendicazioni. La guerra causa sempre gravi danni all’ambiente e alla ricchezza culturale dei popoli, e i rischi diventano enormi quando si pensa alle armi nucleari e a quelle biologiche» (Laudato Si’ n. 57).

Già nel 2009 il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) pubblicava il rapporto From Conflict to Peacebulding. The Role of Natural Resources and the Environment dove veniva denunciato che il 40 per cento dei conflitti interstatali combattuti dopo la fine della seconda guerra mondiale erano collegati in modo diretto o indiretto al controllo e all’accesso alle risorse naturali.

Si pensi alle guerre per il controllo delle fonti energetiche (guerre del Golfo, Iran, Iraq, …), dei giacimenti di materie prime rare e preziose (Congo, Centrafrica, Colombia, …), delle terre fertili, delle risorse idriche.

La scarsità d’acqua e la guerra in Siria

L’acqua, in particolare, rappresenta uno dei principali elementi di tensione e di conflittualità tra paesi come conseguenza del fatto che quattro persone su dieci nel mondo vivono in bacini fluviali condivisi da due o più nazioni e che, già oggi, il cambiamento climatico ha ridotto del 20 per cento le risorse idriche mondiali.

Proprio la scarsità d’acqua è alle radici di una delle più cruente guerre in corso quella siriana. Numerosi studi, tra cui una recente analisi del Parlamento europeo, hanno evidenziato lo stretto collegamento tra siccità, cambiamenti climatici, degrado delle risorse ed esplosione della protesta sociale. Gli anni tra il 2006 e il 2011 sono stati in Siria caratterizzati dalla peggiore siccità mai registrata, causata da una serie di fattori esterni e interni: la riduzione delle precipitazioni anche come conseguenza del progressivo avanzamento del cambiamento climatico; la riduzione di un terzo della quantità d’acqua nel sottosuolo siriano a seguito degli interventi infrastrutturali (dighe) per il controllo delle acque dei fiumi Tigri ed Eufrate da parte della Turchia; l’uso intensivo, a partire dagli anni Novanta, delle falde acquifere per sviluppare il comparto agricolo del paese nel tentativo di competere con i principali produttori agricoli del Mediterraneo.

Questi diversi fattori hanno comportato la desertificazione di interi territori, perdite di raccolti e di bestiame, con il conseguente esodo di più di un milione e mezzo di persone dalle campagne alle città. La siccità e la crisi del comparto agricolo ha avuto un secondo effetto destabilizzante: l’aumento dei prezzi dei generi alimentari e di prima necessità aggravando la povertà e agendo da detonatore per l’esplosione della protesta sociale.

Come è noto dopo le prime manifestazioni pacifiche della primavera del 2011 si è avviata un’escalation che ha portato all’esplosione della guerra civile, di cui ancora non si vede la soluzione, con le sue drammatiche conseguenze, centinaia di migliaia di morti, milioni di profughi, il 60 Per cento della popolazione ridotta in povertà.

Nel mondo 1.700 conflitti per le risorse

Certo non tutti i conflitti degenerano, per fortuna in guerre civili, ma come segnala l’Atlante globale dei conflitti ambientali in tutti i paesi del mondo si registrano conflitti a causa dalla scarsità di risorse naturali o da loro eccessivo sfruttamento. L’Atlante, un progetto finanziato dall’Unione europea e promosso da università, centri di ricerca e organizzazioni nongovernative a livello internazionale, ha rilevato la presenza di oltre 1.700 conflitti nel mondo riconducibili alla gestione dell’ambiente, una cifra approssimata per difetto considerata la mancanza di informazioni sulla situazione di alcuni grandi paesi come la Cina, il Brasile, il Messico e in molti paesi del Sud est asiatico. La maggior parte di questi conflitti sono di tipo socio-ambientale, perché coinvolgono comunità locali, movimenti e associazioni di società civile nella lotta per la tutela dei beni comuni ambientali (acqua, aria, foreste, ecosistemi, …) e dei loro fondamentali diritti umani, messi in pericolo dalla realizzazione di grandi infrastrutture (dighe, strade, oleodotti, …), dallo sfruttamento di ricchi giacimenti minerari (bauxite, uranio, …), di combustibili fossili (petrolio, gas naturale, carbone), così come delle terre marginali per l’agricoltura intensiva e i biocarburanti da parte dei governi centrali, di imprese multinazionali e statali. Il più alto numero di dispute censite si trova nei paesi del Sud del mondo, perché qui sono maggiormente concentrate le risorse naturali, perché molti di questi paesi hanno vissuto e/o stanno vivendo un periodo di forte crescita economica la cui realizzazione è stata possibile anche avviando un massiccio sfruttamento delle risorse naturali a loro disposizione, perché le istituzioni sono spesso ancora deboli e corrotte e a farne le spese sono le popolazioni locali, più povere e vulnerabili, che vivono in territori dove persistono anche altri fattori di rischio ambientale e/o in terra difficilmente accessibili e in ecosistemi naturali unici e incontaminati ricchi di materie prime.

Terza guerra mondiale ambientale

Si può sicuramente affermare considerato il numero, la diffusione e gli impatti sociali dei conflitti ambientali che essi fanno parte integrante di quella “terza guerra mondiale a pezzi” più volte richiamata da papa Francesco e che la ricerca di soluzioni efficaci deve per forza passare attraverso la ricerca di quell’approccio integrato proposto dall’enciclica Laudato Si’, pubblicata proprio un anno fa, che chiede di tenere insieme le problematiche ambientali con quelle economiche e sociali:

Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un'altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale… le cui soluzioni richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura (LS 139).

Matteo Mascia

Tutti i diritti riservati
Parole chiave: controllo (1), terza-guerra-mondiale-a-pezzi (1), Laudato-Si (5), risorse (4)
Il controllo delle risorse mette il mondo a ferro e fuoco
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.