Venerdì 24 Maggio 2013
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Piano socio-sanitario   versione testuale
Tra conferme, novità, tagli
È come se, il paragone non sembri forzato o irriverente, finalmente avessimo deciso di rimettere a posto il nostro appartamento o meglio il condominio in cui viviamo da anni. Una scelta importante, perché il luogo in cui abitiamo incide in maniera decisiva sulla nostra (e altrui) esistenza. È stata una lunga e talora sofferta maturazione: infatti, erano passati ben sedici anni da quando avevamo pensato l’ultima volta a tale eventualità; finalmente ora siamo giunti a un progetto, che è ancora tutto da definire e attuare, ma perlomeno abbiamo un “piano” a cui fare riferimento per i prossimi anni.
Tale ipotesi di lavoro e intervento, che nello specifico è riferita al nuovo Piano socio-sanitario della regione, è composta sostanzialmente di tre parti, che corrispondono ad altrettante condizioni che in qualche modo determinano e soprattutto renderanno possibile o meno la realizzazione di quanto indicato proprio nel Piano. Nel quale è possibile rinvenire le buone idee, le intenzioni possibili e i comportamenti virtuosi.
 
Le buone idee
Sono sostanzialmente due. La prima riscontrabile già nella denominazione del documento, che è definito come “socio-sanitario”. Significa semplicemente che il tema della salute viene inteso in una visione unitaria, in cui prevale la centralità della persona, che non si limita soltanto agli aspetti medici e di cura, ma contempla anche tutti gli interventi di carattere sociale e assistenziale.
È un’acquisizione che fa parte a pieno titolo dell’impostazione storica delle politiche sociali venete e che qui si ribadisce con convinzione. Nulla di nuovo, dunque; purtroppo anche nell’ancora precaria definizione degli ambiti sociali, che non trovano puntuali indicazioni e continuano a essere lasciati in una vaghezza che non tranquillizza né operatori né destinatari dei sostegni e degli interventi, che rischiano di essere troppo soggetti alla variabili di disponibilità di bilancio (su questo punto anche il ministro Renato Balduzzi, di passaggio per Padova, ha avuto qualcosa da dire).
La seconda buona idea è invece più radicalmente innovativa: la centralità dell’azione socio-sanitaria viene posta nel territorio. Vuol dire che il percorso di cura ha il suo momento decisivo non più nell’ambito degli interventi “apicali”, come quelli ospedalieri, ma nella prassi quotidiana di una sanità diffusa, di base. Il ricovero, insomma, è visto come un momento indispensabile per i casi clinici, acuti e per le cure non altrimenti esplicabili a casa o in presidi locali. Viene fortemente rivisitato il ruolo dei medici di base; è introdotto l’ospedale di comunità.
Non sono dichiarazioni di intenti o formali: alla medicina territoriale la regione si impegna a destinare il 51 per cento delle risorse (44 agli ospedali, 5 per cento alla prevenzione). Una scelta chiara, non solo di tendenza.
 
Le intenzioni possibili
Partendo dalle due buone idee (unione tra sociale e sanitario e opzione territoriale), il Piano regionale tira qualche conclusione ed esprime una serie di esigenze. Rispetto alle quali non è sempre facile cogliere se le scelte annunciate siano dettate da motivazioni di carattere culturale e politico o dall’inesorabile esigenza di onorare in maniera più responsabile gli obblighi di bilancio. La sanità è la voce più pesante nel consuntivo veneto e in tempi di ristrettezze è comprensibile che gli amministratori di palazzo Balbi guardino con rispetto alla possibilità di risparmiare.
A cominciare dall’organizzazione territoriale della sanità locale. Oggi nel Veneto ci sono 21 Ulss (più due aziende ospedaliere, Padova e Verona, e lo Iov, istituto oncologico). La dimensione ideale che il Piano individua per ogni Unità sociosanitaria è tra i 200 e i 300 mila abitanti, escluse quelle che fanno riferimento ad aree montane, lagunari o polesane, che per le loro peculiarietà hanno esigenze particolari. L’idea è quella di scendere a 15 Ulss, ma non si capisce bene come questo potrà avvenire. La regione attualmente ha circa 4 milioni e 900 mila abitanti: tolto circa 1 milione di cittadini che fanno capo alle Ulss “esentate” dal rispetto dei limiti numerici (Belluno, Feltre, forse Bassano che ha anche Asiago, Rovigo, Adria, Venezia, Chioggia), restano sette unità che dovrebbero spartirsi circa 3 milioni 800 mila cittadini, cioè più di 500 mila di media. Rimane quindi tutto da verificare come la Regione risolverà tale problema.
Gli ospedali in Veneto sono 55; 19.127 i posti letto, 3,9 per mille abitanti. Tasso di ospedalizzazione tra 154 e il 160 per mille; il Patto per la salute nazionale prevede il 140 per mille, quindi il Veneto deve scendere di circa il 20 per cento. Il Piano indica che vi siano centri ospedalieri di riferimento regionale (Padova e Verona), provinciali (hub, con un bacino di circa 1 milione di abitanti), altre realtà (spoke, con riferimento di 200 mila abitanti) con pronto soccorso e specialità di base di “media complessità”, e che gli altri diventino ospedali di rete, con singole specialità, ma evitando soprattutto i doppioni.
Prendiamo l’esempio della provincia di Padova. In città si costruirà il nuovo ospedale (che sarà anche punto di riferimento provinciale, come quello recente di Mestre), poi vi sarà un ospedale cittadino (il sant’Antonio o altro); la Bassa sta costruendo un proprio centro sanitario che manderà in pensione quelli di Este e Monselice; nell’Alta vivranno Cittadella e Camposampiero, con divieto assoluto di sovrapposizioni, cioè di specialità presenti in tutti e due. Negli ospedali storici, ora attivi, l’intenzione è di lasciare soltanto un punto di primo intervento e alcune attività “di base”. Qualcuno, tra gli addetti ai lavori, sostiene che l’economicità di tale scelta sia tutta da dimostrare, comunque resta il fatto che una presenza così massiccia di ospedali non è più sostenibile e quindi bisogna sfoltire.
Si punta molto, proprio nell’ambito della centralità del territorio, sulla costituzione di nuovi presidi come gli ospedali di comunità (struttura intermedia, per ricoveri di media durata, circa 30 giorni), in cui avranno un ruolo decisivo i medici di base. Insomma lo sforzo è quello di limitare sempre più il ricorso e la durata delle degenze.
 
I comportamenti virtuosi
Questo dunque l’impianto del Piano e le scelte che (a breve) il documento votato dal consiglio regionale imporrà. È chiaro che ciò sarà possibile soltanto se scenderanno in campo comportamenti all’insegna della virtù e della coerenza.
Ad esempio: è facilmente ipotizzabile che nessuna comunità locale vorrà rinunciare alla “sua” sanità, al proprio ospedale, ad esempio. I politici, gli amministratori, sapranno su tale punto essere sufficientemente fermi e convincenti?
La varie categorie professionali, dai medici agli operatori sanitari, saranno chiamati a mutare il proprio modo di lavorare: vi sarà disponibilità, magari anche alla formazione e all’aggiornamento?
Infine, ogni cambiamento esige condivisione; che non è certo automatica. Occorre avere la pazienza di spiegare, far capire e provare. Ma soprattutto è indispensabile che le novità stesse siano sostenute dalla trasparenza; nuovi ospedali, dismissioni, trasferimenti di competenze, costano e mettono in circolo tanti soldi. La gestione di tali investimenti, di queste spese, degli appalti, degli incarichi, sarà così virtuosa da non dare alibi a sospetti e a malaffari? Su questo il Piano si gioca molto, quasi tutto.
Toni Grossi
 
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