Il Veneto, in base in base al rapporto “Ecomafia 2012” reso noto in questi giorni da Legambiente, sale nella classifica degli illeciti nel settore dei rifiuti dal quattordicesimo all’undicesimo posto, con 237 illeciti, 278 persone coinvolte, 54 sequestri effettuati; mentre Venezia si piazza al settimo posto (dopo Napoli, Cosenza, Reggio Calabria, Roma, Udine, Salerno) tra tutte le province italiane, con 113 illeciti accertati.
In lieve flessione invece i reati a livello nazionale, sia nel cicli del cemento che dei rifiuti; in quest’ultimo ambito si sono registrati 5.284 reati e 5.830 soggetti denunciati. Aumentano i traffici illeciti internazionali, mentre i rifiuti gestiti illegalmente e sequestrati si sono attestati sulle 346 mila tonnellate (come se 13.848 tir si snodassero in una fila lunga più di 188 chilometri).
Le inchieste sui traffici organizzati dei rifiuti, dalla data della prima applicazione del delitto (2006) a oggi, sono 199, con 1.229 persone sottoposte a ordinanza di custodia cautelare, 3.654 denunciati, 676 aziende coinvolte in tutte le regioni (tranne la Val d’Aosta).
Si chiama “ibridazione”, termine un po’ astruso, coniato per l’occasione, magari con poco rispetto delle regole lessicali; ma non è questo il punto. Di fatto, questo tecnicismo proprio di chi si occupa di problemi legati ai rapporti tra malavita organizzata, mondo dell’economia e dell’impresa, politica, rende bene l’idea, soprattutto quando si parla del Veneto.
Perché addetti ai lavori e chi gestisce inchieste e indagini non hanno dubbi: la presenza dell’illegalità nel Nordest è discreta, poco appariscente, perfino non riconducibile ad azione diretta. Insomma la malavita organizzata, nel Veneto, quasi mai opera in proprio: preferisce piuttosto innervarsi, intrufolarsi, sfruttare ambiti imprenditoriali, ricorrendo al sistema di solide e vantaggiose alleanze.
Nel settore dei rifiuti, ad esempio, secondo il rapporto di Legambiente “Ecomafia 2012”, qui «non siamo di fronte a una gestione diretta o rumorosa del ciclo illegale delle immondizie e soprattutto degli scarti industriali, come accade in altri contesti, ma a un ambito in cui l’attività criminale è finalizzata soprattutto al reinvestimento del denaro sporco, attraverso l’acquisizione di ditte impegnate magari legalmente nel settore».
Il ruolo delle camorre, annota Giovanni Belloni di Legambiente in un saggio di prossima pubblicazione, «sarebbe passato dallo smaltimento al reinvestimento del denaro sporco anche in questo settore, così la camorra avrebbe compiuto un salto di qualità». È questa la tesi che sostiene l’opera di alcuni magistrati, come ad esempio il veneziano Roberto Terzo: «I gruppi camorristici hanno guadagnato somme imponenti dallo smaltimento dei rifiuti delle aziende venete – secondo testimonianze di collaboratori di giustizia fino a un milione di euro alla settimana – ora quelle somme vengono reinvestite, anche nel Veneto».
Il reimpiego fruttifero dei ricavi derivati dal business dei rifiuti da parte della criminalità troverebbe conferma nell’inchiesta denominata «Ferrari come back» dell’aprile 2011. Gli inquirenti hanno sequestrato un capannone dell’azienda, specializzata nel settore tritarifiuti, di Franco Caccaro, affermato imprenditore di Santa Giustina in Colle (Pd), il quale avrebbe beneficiato di ingenti somme di denaro, almeno tre milioni di euro, che egli ha giustificato come crediti personali. Secondo la ricostruzione dei magistrati, il denaro proverrebbe invece dall’avvocato Cipriano Chianese, raggiunto già nel 1993 e nel 2007 da provvedimenti di custodia cautelare nell’ambito di indagini sugli intrecci tra operatori del settore rifiuti e clan dei casalesi.
Tra l’altro, proprio il fatto che la malavita criminale non si esponga in prima persona ma si inserisca in aziende “legali” consente (questa è una delle piste su cui stanno lavorando gli inquirenti) di approfittare di contatti e legami con alcuni esponenti del mondo politico locale, sulla cui consapevolezza e connivenza il discorso è ancora aperto.
Ormai gli occhi su tale mondo sono puntati a più livelli, non soltanto da parte della magistratura. Nel dicembre scorso, ad esempio, i deputati padovani Alessandro Naccarato e Margherita Miotto (Pd), hanno posto un’interrogazione parlamentare «per allertare regione Veneto e provincia di Padova sulle attività della De Vizia Transfer Spa», ditta che gestisce i rifiuti solidi urbani per conto di numerosi comuni veneti, ma le cui «credenziali – secondo i due parlamentari – andrebbero verificate». La De Vizia risulta a oggi oggetto di un’inchiesta condotta dalla Guardia Forestale per problematiche attinenti la gestione dei rifiuti. C’è poi da segnalare l’arresto di Stefano Gavioli, nato a Mogliano Veneto (Tv), avvenuto il 17 novembre del 2011 per irregolarità fiscali e ambientali nella gestione di una discarica in località Alli di Catanzaro.
In conclusione, chi immagina che gli interessi della malavita organizzata sugli affari legati allo smaltimento dei rifiuti si snodino lungo l’asse che unisce il nord al sud, con trasporti che portano la merce scomoda dalle aziende del settentrione ai territori meridionali, si sbaglia di grosso. La connivenza e l’illegalità non corre, ma abita proprio tra di noi, magari con gli abiti e il volto di “persone perbene”.
Toni Grossi