Mercoledì 19 Giugno 2013
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San Lorenzo: Erano i poveri i suoi tesori   versione testuale
La luce è sicuramente il tratto distintivo della festa di san Lorenzo, il 10 agosto. Sia quella divampante della “gran calura” che in questi giorni dell’anno proverbialmente colpisce la terra, oppure quella baluginante ed effimera delle stelle cadenti che arabescano il cielo notturno in questi giorni, o sia infine la luce cupa dei carboni ardenti che hanno torturato il corpo del martire cristiano per fargli rivelare il nascondiglio dei “tesori della chiesa”. Il bagliore che anticipa la festa della “Signora della luce”, il 15 agosto, viene acceso da un umile diacono, forse di origine spagnola, che fu ucciso durante la persecuzione di Valeriano nel 258, la stessa di cui rimase vittima papa Sisto II, di cui era discepolo. Sono davvero rare le immagini di Lorenzo che non lo mostrano con accanto la graticola. Eppure l’immagine del fuoco divenuta così significativa nella tradizione popolare e nell’iconografia si affermo solo tardivamente, nel settimo-ottavo secolo. «Nei primi tempi – spiega don Bruno Cogo, direttore dell’ufficio per i beni culturali ecclesiastici, che ci sta accompagnando nella lettura del santo del mese – come possiamo vedere anche nel mausoleo di Galla Placidia, prevale una maggiore fedeltà ai dati storici e si sottolinea soprattutto l’eroismo di Lorenzo che non rivela il nascondiglio di ciò che, come diacono, custodiva. Il suo essere custode dei “tesori della chiesa” viene interpretato in vari modi: era custode dei libri sacri, delle Scritture, ed era amministratore dei beni della chiesa». Il riferimento ai libri sacri è importante perché proprio i testi sacri erano oggetto della persecuzione imperiale: a causa della distruzione accanita dei libri, quasi si volesse far sparire anche la memoria del cristianesimo, ci mancano testi fondamentali della chiesa dei primi tempi, che pure erano nascosti in luoghi segreti, in forzieri.
La chiesa romana dei primi secoli poi dava grande importanza alla carità, che non interessava solo i componenti della comunità stessa. Roma privilegiava l’assistenza ai poveri. Ne abbiamo una indiretta conferma in una lettera dell’imperatore Giuliano, detto l’apostata, che nella seconda metà del quarto secolo ripristinò il culto pagano nell’impero. In essa si lamenta che «l’ellenismo non progredisce secondo i programmi» perché «l’ateismo (così definiva il cristianesimo) è stato accresciuto dalla filantropia verso gli stranieri, dalla cura nel seppellire i morti e dalla simulata austerità di vita». Egli quindi esorta i sacerdoti delle divinità antiche «a non andare a teatro, a non bere nelle osterie, a non dirigere attività o mestiere sconveniente» e poi a istituire alloggi per gli stranieri «affinché godino della nostra filantropia, e non solo i forestieri che sono dei nostri, ma chiunque altro abbia bisogno. Sarebbe infatti vergognoso che, mentre i giudei non hanno nessun mendicante e gli empi galilei nutrono, oltre ai loro, anche i nostri, risultasse che i nostri manchino di assistenza da parte nostra».
Ecco allora spiccare il ruolo di Lorenzo, martire della carità, che quando l’imperatore vuole vedere i tesori della chiesa porta al suo cospetto uno stuolo di poveri: sono essi i tesori autentici del cristianesimo.
Lorenzo Brunazzo
 

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