Immigrazione, flat tax, reddito di cittadinanza. Dopo le promesse...

Tre politici veneti (Antonio De Poli di Udc - Noi con l'Italia, Giorgio Santini del Partito democratico e Erika Stefani della Lega) a confronto sulle prospettive politiche dopo il voto.

Immigrazione, flat tax, reddito di cittadinanza. Dopo le promesse...

In tema di primati Antonio De Poli di Udc-Noi con l’Italia, Eletto al Senato nel collegio uninominale 5 di Padova con il 44,9 per cento delle preferenze, la sa lunga.
Dopo la prima elezione in Parlamento del 2013, che lo ha addirittura consacrato questore “anziano” per aver ottenuto il maggior numero di preferenze, De Poli si appresta ad affrontare il secondo mandato: non più come la prima volta in un’Udc orgogliosamente fuori dai poli ma all’interno della coalizione di centrodestra, che gli ha permesso di venire eletto come unico senatore tra le compagini politiche “minori”.
Senza inutili schermaglie, il senatore di Carmignano di Brenta avverte la forte differenza tra la sua identità politica dichiaratamente cattolica e quelle delle due nuove aree premiate dal voto del 4 marzo. «Purtroppo in Parlamento i cattolici contano sempre meno e chi resta ha il compito di salvaguardare alcuni valori imprescindibili come la dignità della persona, i temi bioetici, la solidarietà, lavorando trasversalmente, andando a incidere sulle coscienze dei singoli». 
Ma quali prospettive si aprono con due compagini politiche laiche, come Lega e Movimento 5 stelle, ad esempio sulla famiglia, da sempre al centro dell’attenzione dei cattolici? «Non ritengo che la famiglia sia meno in pericolo rispetto all’ultima legislatura; credo invece che i principi che attraggono l’elettorato cattolico siano maggiormente difesi con un governo di centrodestra. Sarebbe, invece, estremamente difficile parlare di famiglia, bioetica, solidarietà con un grillino a capo del governo».
E il terzo settore, per il quale è stato fatto tanto negli ultimi anni prima dal governo Renzi e poi da quello Gentiloni per riconoscerne la forza sociale ed economica nel Paese? «Il terzo settore appartiene a chi ci crede. Noi e tutto il centrodestra potremmo fare leggi buone puntando ancora una volta sulla sensibilità dei parlamentari, a prescindere dallo schieramento». 

Fuori dal parlamento per effetto della sconfitta nel collegio uninominale per il Senato di Bassano-Cittadella contro l’avvocato padovano Niccolò Ghedini, consigliere principe di Berlusconi che ha ottenuto il 52 per cento delle preferenze, il senatore uscente del Pd Giorgio Santini intravede grandi incognite all’orizzonte se a governare dovessero essere tanto la Lega di Salvini quanto i Cinque stelle di Di Maio. «Entrambi gli schieramenti hanno un’impostazione destruens più che construens, e mi auguro che tutto il lavoro fatto negli ultimi anni, ad esempio perché il mondo del non profit avesse il giusto riconoscimento giuridico, non venga polverizzato».
Il terzo settore, in virtù della riforma legislativa 106 del 2016, avrà maggiore certezza di risorse ora che è tutelato dal fondo per il finanziamento di attività di associazioni di promozione sociale, di onlus e organizzazioni di volontariato. «E auspico che non ci sia motivo di scardinare quanto fatto finora per garantire le attività di un ambito fondamentale per il welfare in Italia. Chi, invece, avrà bisogno di essere salvaguardata con estrema tenacia è la famiglia, che non rientra nelle prerogative né dei 5 stelle né della Lega. In campagna elettorale il Pd l’aveva messa al centro del programma prevedendo di destinarle quasi 10 miliardi di euro del futuro bilancio, ma non ha saputo comunicarlo adeguatamente... e farne un punto di forza per attrarre gli elettori come invece sono riusciti a fare la Lega da una parte, con la promessa della riduzione delle tasse, e il Movimento 5 stelle dall’altro con il reddito di cittadinanza». Avendo fatto parte della quinta commissione di bilancio al Senato nell’ultima legislatura, Santini i conti li sa fare bene, con logica: «Il reddito di cittadinanza e la flat tax avrebbero un impatto devastante sulle casse dello stato. Dietro tante promesse ci sono dinamiche molto pericolose, che non portano certo lontano».

Lo considera «un successo atteso, lo sentivamo andando in giro dalle reazioni della gente» Erika Stefani, neo senatrice della Lega al suo secondo mandato e non nasconde la soddisfazione. Rispetto alle prospettive, la senatrice di Trissino non nasconde però la preoccupazione. «La situazione è molto liquida. Occorre vedere se ci sono i presupposti per un governo visto che, da parte nostra almeno, è molto difficile un accordo con i partiti. Con il Pd, per esempio, ci siamo battuti per cinque anni su una serie di scelte che non abbiamo condiviso. Con il Movimento 5 stelle ci sono distanze incolmabili. Non possiamo dialogare con chi era a favore dello Ius soli o non ha la cultura d’impresa nel proprio dna o sulla politica migratoria ha posizione lontane dalle nostre».
La soluzione possibile? Stefani auspica un «accordo con singoli parlamentari che condividano le linee del centrodestra e accettino di votarle. Quello che è certo è che il pallino a oggi è nelle mani delle segreterie dei partiti: il presidente Mattarella dovrà partire da lì». In conclusione Erika Stefani si augura che si arrivi a varare un esecutivo: «Non un governo tecnico che in Italia (si pensi ad Amato e Monti) hanno sempre fatto danni. Non possiamo, però, permetterci di restare senza un esecutivo a lungo. Abbiamo già perso sei mesi. Quello che assolutamente va fatto è una nuova legge elettorale, visto che quella che c’è è peggiore del Porcellum».

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