#nataledifrontiera. Sotto l’albero gli “esuberi”

La multinazionale dell’occhialeria con quartier generale a Padova ha annunciato 38 esuberi.
Dopo le vertenze che hanno coinvolto gli operai, questa volta tocca a impiegati e dirigenti, tra cui la mamma di Cadoneghe, addetta al controllo di gestione industriale.

#nataledifrontiera. Sotto l’albero gli “esuberi”

Una riunione sindacale. Le solite voci di corridoio: «Licenziano, c’è una lista». Infine una foto rubata e la scoperta che in quella lista di “esuberi”, tra i nomi di 38 colleghi c’è anche il tuo.

La doccia gelata Chiara Giacon l’ha subita ai primi di novembre. Diciotto anni di instancabile lavoro in Safilo – multinazionale dell’occhialeria con il quartier generale in Settima Strada, nella zona industriale di Padova – si sono come volatilizzati.

Un minuto prima idee per migliorare il controllo di gestione industriale, prospettive di sviluppo, relazioni professionali. Un baleno dopo, di tutto questo non era rimasto che un bivio: firmare la proposta dell’azienda di lasciare con un bonus, oppure gettarsi nella lotta sindacale per difendere con le unghie e con i denti un posto di lavoro che secondo il management non serve più.

I pandori e i panettoni di questi giorni non riusciranno a placare con facilità l’amaro in bocca di un licenziamento inatteso.

Per Chiara e per gli altri 37 impiegati e dirigenti di Safilo sarà anzi un Natale indigesto.

«Eppure non siamo i primi e non saremo nemmeno gli ultimi», racconta la 40enne di Cadoneghe, una laurea in economia e commercio, un marito e due figlioletti di tre e cinque anni. «Ogni azienda ha pienamente diritto di scegliere le proprie strategie e di gestire i rapporti di lavoro come crede. Certo fa riflettere: rimaniamo a casa in 38 su circa 1.100 tra operai, impiegati e dirigenti nella sola sede di Padova. Di certo la nostra uscita di scena non cambierà le sorti dell’azienda: e allora perché questa scelta? E come si è arrivati proprio ai nostri profili?».

Senza contare le modalità di comunicazione:

«Qualcuno di noi ha ricevuto la notizia alla macchinetta del caffè. Altri direttamente dalla foto rubata della lista. Solo a quel punto i manager hanno stretto i tempi con incontri personali, per spiegare ciò che avremmo dovuto sapere solo dopo Natale».

Parole che fanno tornare alla mente la presa di posizione di fine novembre da parte dei sindacati Cgil, Cisl e Uil che stanno seguendo la vicenda: «Quello che si respira in azienda – hanno scritto in una nota – è una gestione dilettantistica e approssimativa delle strategie produttive», e anche della gestione delle relazioni umane, verrebbe da aggiungere. Un management che non ha saputo dimostrare la stessa sensibilità di Mattia, il figlioletto più grande di Chiara, che la sera a casa, appresa la notizia, ha chiesto: «Mamma, ma chi ti ha detto che hai perso il lavoro? E in che modo?».

Viene da sorridere a rileggere in questi giorni il “Worldwide business conduct manual” di Safilo, che tradotto non sarebbe altro che un manuale di condotta dell’azienda.

Nella presentazione l’amministratore delegato Luisa Delgado scrive: «La sostenibilità del successo del nostro business è costruita sulla fiducia. È responsabilità di ognuno di noi rendere validi tali standard nel nostro comportamento quotidiano».
Comportamento da cui certo non esula la relazione personale e professionale. E chissà cosa direbbe di questi licenziamenti Richard Risch, una cui citazione campeggia in un altro documento fondamentale della multinazionale: «Il rispetto è una strada a doppio senso. Se vuoi ottenerlo devi darlo». Alla base di questi tagli – gli ultimi di una serie che ha coinvolto anche gli stabilimenti di Santa Maria di Sala e di Longarone – ci sarebbe la fuga dei grandi marchi, tra cui Gucci e Dior, e i dati negativi anche nell’ultimo rapporto trimestrale. Secondo i sindacati,

Safilo starebbe tentando di rilanciare i propri marchi (per esempio Polaroid e Havaianas) che però hanno la particolarità di essere prodotti all’estero: «Se questa fosse la strategia, questi licenziamenti saranno presto seguiti da altri».

In attesa di capire come evolverà l’intera vicenda nei prossimi mesi, Chiara Giacon rilegge questi 18 anni trascorsi negli uffici della multinazionale leader dell’occhialeria. «Da un lato ho visto l’azienda cambiare, evolversi. Dall’altro rimane il rammarico per il modo in cui sono rimasti bloccati i processi degli organi aziendali e quindi il modo di ricevere gli input da parte dei lavoratori. Lo stesso continuo, veloce turnover dei dirigenti in aree particolarmente sensibili dell’azienda ha generato non poca confusione.
Non si è mai riusciti a capire fino a che punto il “piano 2020” varato nel 2015 per il rilancio stia davvero avanzando».

Su tutto però prevale il peso di un licenziamento subìto.

«In questi anni ho dato molto all’azienda, specie del mio tempo personale. Alla scorsa epifania ero in ufficio, perché ci credevo molto. Oggi la fiducia reciproca è venuta meno. Rimane la solidarietà dei colleghi di Padova e di Santa Maria di Sala, che si chiedono il motivo di tutto questo».

E il senso, ancora una volta lo ha già trovato Mattia: «Mamma – ha detto – adesso però potrai venire a prenderci a scuola!»

Buon Natale in famiglia, Chiara.

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