Uneba: l'assistenza agli anziani con il profumo della carità

L'analisi di Francesco Facci, direttore della fondazione Santa Tecla di Este e presidente per il Veneto di Uneba, che riunisce la gran parte delle case di riposo promosse da enti diocesani e parrocchie. Se oggi è sempre più difficile fare quadrare i bilanci degli enti che gestiscono strutture residenziali per gli anziani, la crisi ha colpito di meno quelli cattolici che puntano su qualità, organizzazione e attenzione alla persona.

Uneba: l'assistenza agli anziani con il profumo della carità

Gran parte delle case di riposo promosse da enti diocesani e parrocchie sono riunite nell’Uneba, l’Unione nazionale istituzioni e iniziative di assistenza sociale.
Il presidente per il Veneto è Francesco Facci, direttore della fondazione Santa Tecla di Este, che non nasconde come oggi siano molte le difficoltà nel gestire una struttura residenziale per anziani.
«Le problematiche sono tante – spiega Facci – dalle norme che si susseguono al fabbisogno assistenziale sempre più elevato... Il turn-over nelle strutture è molto alto anche perché, giustamente, la famiglia cerca di tenere a casa le persone finché non ce la fa più e si sente costretta a ricoverarle. Teniamo presente che oggi le persone autosufficienti in una casa di riposo sono mosche bianche: anzi, vi sono spesso persone con problematiche sanitarie molto gravi, per motivi fisici o di demenza».

Questo cosa significa?
«Che quando la famiglia non è più in grado di tenerli in casa ha necessità di una struttura. La medicina oggi fa miracoli, ma l’età moderna vive un paradosso: permette di vivere più a lungo ma non ci dice “come” viviamo. È diminuita la mortalità ma la morbilità, ovvero il numero di persone con bisogno di assistenza in rapporto al numero di abitanti, è invece cresciuta».

Le strutture private, come le vostre, come si attrezzano?
«Attivando procedure di qualità e con un’attenzione molto forte al servizio e alla persona, alla cura del dettaglio, alla formazione e motivazione degli operatori. Vorrei porre attenzione su un punto poco considerato dalle normative: i gestori delle strutture. Devono essere persone preparate e aggiornate: chi dirige una struttura per anziani non impara a farlo sui libri ma solo sul campo, perché si tratta di gestire persone fragili, processi di tipo sociosanitario, di interloquire in modo maturo con i sindacati, di porre attenzione particolare allo spirito con cui si svolge questo lavoro».

Rispetto al tema “lavoro”, è vero che nelle strutture private si preferisce esternalizzare i servizi?
«E se le dicessi che è il contrario? Che è il pubblico che qualche volta vuole esternalizzare, perché non ha la flessibilità che hanno le strutture private in ambito occupazionale?

Vi sono Ipab che gestiscono tutto tramite cooperative esterne, noi raramente ne abbiamo necessità e, anzi, abbiamo un contratto che è diventato il riferimento per la categoria».

Alcune delle vostre strutture hanno sofferto la crisi economica?
«Le nostre, che sono strutture non profit senza scopo di lucro, hanno affrontato meglio di altre la crisi: ad esempio non hanno licenziato, garantendo al territorio un bacino di manodopera e una continuità a favore del tessuto sociale. Con un termine di moda si può dire che siamo “promotori di welfare a km zero”. Questo perché Uneba rappresenta oggi alcune caratteristiche sentite come veramente importanti, vale a dire mantenere le persone nei propri luoghi, garantire un’assistenza attenta il più possibile, dare dignità alle persone nel loro percorso di passaggio da questa vita all’altra.

Questa è la nostra missione, la dignità nella sofferenza e nella morte. Dobbiamo ricordare sempre da dove veniamo: la caratteristica precipua dei nostri enti deve essere un profumo, quello della carità. Le nostre strutture sono nate, alcune nell’Ottocento, su iniziativa di parroci o di laici che avevano un profondo afflato verso l’uomo in stato di bisogno. Quest’attenzione caritativa della chiesa che ci caratterizzava ieri, lo fa oggi e deve farlo domani».

La nuova frontiera per voi è offrire servizi all’esterno?
«È vero, si dice che sia questa, aprirsi al territorio e aiutare a mantenere le persone a casa propria. Ma se la famiglia è sfaldata o non c’è proprio, oppure i figli lavorano, il ruolo della struttura rimane insostituibile. Assunto questo, si può pensare di aprirsi in parte al territorio: è il tema degli ospedali di comunità, un percorso interessante di cui siamo solo agli inizi. Va verso una sanità gestita in modo diverso, richiede approfondimento, nuove procedure, una diversa formazione degli operatori, servizi appropriati: sarà un cambio di pelle di cui non abbiamo paura, anzi porterà nuove opportunità agli enti come al territorio. I nostri fondatori non avevano paura delle novità, sono stati loro stessi gli innovatori: ma le novità si possono declinare in vari modi. Per questo vogliamo sottolineare come debba rimanere alta l’attenzione ai valori fondativi».

La riforma sociosanitaria come impatta su di voi?
«La regione ha voluto andare verso una maggiore efficienza e migliore gestione e controllo. È un bene: però qui, ora, si stanno affacciando gruppi commerciali, anche esteri, che hanno possibilità economiche tali da potersi comprare una casa di riposo in poche ore. Ci si deve porre di fronte a queste realtà in maniera saggia e sensata. Non è pensabile affrontarli senza fare economie di scala, certo, dobbiamo farlo; ma è importante anche una verifica sui valori, su come si svolge l’attenzione alla persona fragile. Anche su questo è giusto concorrere, non solo sul piano economico».

E cosa pensa della legge sulle Ipab?

«È una legge che attendiamo da tempo. Noi rappresentiamo enti di natura privata che svolgono un servizio di utilità pubblica, con un contratto di lavoro di natura privatistica: gradiremmo che l’indirizzo della nuova legge andasse in questa direzione. Per ora non mi sembra che il dibattito sia orientato su un versante preciso. Nel nostro caso, la natura privata è funzionale a dare una risposta efficace e tempestiva alle richieste».

C’è poi la riforma del Terzo settore...
«Non è ancora completa, ma possiamo dire che parifica strutture commerciali e non profit, anche perché si adegua a norme europee come la non concorrenza. Però è una legge che ci penalizza: di fatto, le onlus non saranno più come ora, chi vorrà avere dei benefici dovrà trasformarsi, modificare i propri statuti. A breve faremo un convegno in Veneto per dare il via a tutta una serie di percorsi per permettere agli enti di scegliere in maniera oculata come evolvere».

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