Contro la violenza sulle donne: Si riparte dagli uomini che maltrattano

Il Gruppo Polis dal 2014 porta aventi il progetto Servizio uomini maltrattanti (Sum) che, per far fronte al problema della violenza sulle donne, pone l’accento sull’uomo inserendolo in un percorso di consapevolezza.

Contro la violenza sulle donne: Si riparte dagli uomini che maltrattano

Nel 2016 una donna ogni 900 residenti in Veneto, ha preso contatto con un centro antiviolenza per l’avvio di un percorso di aiuto, una protezione o un’uscita dalla violenza. È quanto emerge dal rapporto annuale Interventi regionali per prevenire e contrastare la violenza contro le donne sull’attività dei centri antiviolenza del Veneto, che mostra come lo scorso anno sia aumentato del 2,8 per cento il numero delle donne prese in carico dai centri della rete antiviolenza regionale.

Il rapporto consente di tracciare l’identikit delle oltre 2.700 donne che si rivolgono ai centri: prevalgono le italiane, tra i 30 e i 50 anni, coniugate, con figli. Il 60 per cento di loro ha un grado di istruzione medio alta e il 57 per cento lavora. Le violenze di cui sono vittime sono psicologiche, economiche e di persecuzione verbale. Oltre 1.300 donne hanno denunciato, anche, episodi di violenza fisica. Gli autori sono quasi sempre il coniuge, il convivente o l’ex compagno. Ma solo una su quattro, delle donne prese in carico dai centri, ha sporto denuncia alle forze dell’ordine.

Fra le strade scelte per far fronte al problema a Padova, il Gruppo Polis dal 2014 ha preferito un approccio alternativo con il progetto Servizio uomini maltrattanti (Sum) che ha l’obiettivo di fermare la violenza fisica e ridurre i comportamenti abusivi e autoritari fornendo agli uomini un’alternativa agli abusi, incoraggiandoli a condividere la responsabilità della vita di coppia e le prese di decisione con la compagna, nel quadro di un rapporto basato sul rispetto, cambiando il loro modo di essere mariti e padri.

«Gli uomini – spiega Antonio di Donfrancesco, responsabile del Sum – arrivano da noi attraverso i servizi sociali e all’interno di un percorso di sospensione del processo con messa alla prova, un istituto che ha natura consensuale e funzione di riparazione sociale e individuale del torto connesso alla consumazione del reato. Quindi non è una loro scelta volontaria e la loro permanenza nel progetto è variabile, legata ai mesi di messa alla prova che sono stati richiesti dal giudice. Però la nostra esperienza ci fa ben sperare, perché in molti rimangono nel progetto anche dopo il periodo obbligatorio».

Dal 2014, anno di inizio del progetto, sono circa 50 gli uomini che hanno aderito e a fine novembre è in partenza il terzo gruppo. L’iter prevede che dopo il primo contatto si passi a cinque colloqui introduttivi, propedeutici all’inserimento in un percorso di gruppo, in cui gli uomini possono confrontarsi tra loro. Durante questa fase si possono prevedere dei colloqui sia per valutare l’andamento del percorso, sia nel caso vengano riportati comportamenti violenti.

«L’essere violento – conclude di Donfrancesco – non è una malattia, ma un modo di esercitare potere e controllo sulla propria partner. Se trattiamo la violenza sulle donne come una patologia allora in un certo modo la giustifichiamo. Invece le sue radici profonde sono nella cultura della società, che spesso la considera un comportamento normale e accettabile. Il confronto con altri uomini favorisce il cambiamento». Per informazioni: consulenza.uomini@gruppopolis.it

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