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Giovanni piange: ha messo il piede dentro la zanzariera che è saltata tagliandogli il labbro. Lo consolo sciacquandogli la bocca e mostrandogli cosa è successo. Nicolò piange per la rabbia che gli si scatena dentro ogni volta che non vince. Consolarlo è difficile. Provo ancora una volta ad aiutarlo a riconoscere questa rabbia e a lasciarla uscire senza fare troppo male. Sofia piange perché l’ho ferita rimproverandola: non se l’aspettava, di solito andiamo d’accordo.

È morta la zia Luciana, la mia madrina di cresima, la “mamma” come l’ho chiamata per un periodo della mia vita. La mia mamma, sua sorella, il giorno prima del funerale, me l’ha raccontata ripercorrendo le storie della sua lunga vita, quelle che conosco bene e anche altre di quando erano bambine e poi giovani.

È proprio questa la prima opera di misericordia che mi salta in mente: “Dar da mangiare agli affamati”. Una folla di immagini mi riempie la mente e il cuore. Innanzitutto i milioni di persone affamate che vivono nel mondo, ma anche la tendenza a sprecare il cibo nei vassoi dei bambini alla mensa della mia scuola seguita dalla classica frase: «Pensa ai bambini che non hanno da mangiare», a cui prontamente i piccoli rispondono: «Glielo mando volentieri questo cibo che non mi piace!».

Ammonire! Che verbaccio! In uno scambio con alcuni amici sono venuti a galla i pochi significati ancora in uso nella vita quotidiana. L’arbitro, nelle partite, ammonisce chi non rispetta pesantemente le regole del gioco, in particolare offendendo o facendo male. Anche nel rapporto di lavoro si può chiamare ammonizione ciò che precede la sanzione disciplinare.

Insegnare agli ignoranti è il mio mestiere: da trent’anni accolgo bimbi di sei anni che non sanno né leggere né scrivere e li accompagno alle soglie dell’adolescenza dopo che hanno compiuto passi enormi nel sapere, nel fare, nell’essere. Eppure le cose non stanno solo così. Ignoranti è una parola bruttissima, assolutamente fuori dal nostro linguaggio, offensiva. Infatti i bimbi, con cui ogni cinque anni inizio l’avventura, non sono affatto ignoranti: possiedono già un mondo ricco di conoscenze, esperienze, emozioni, affetti.

Nel progettare quest’anno di Dall’alba al tramonto sono stata infastidita da quest’opera di misericordia: non mi piace l’idea di sopportare, mi sembra passiva. Non mi piace nemmeno pensare che ci siano persone moleste, anche se devo riconoscere che pure nella mia vita c’è gente fastidiosa, qualcuno che mi viene subito in mente quando Gesù dice: «Amate i vostri nemici».

Profughi, stranieri, immigrati, rifugiati! Quanto parlare di queste persone. A volte come fossero casi da studiare. Spesso generalizzando. Difficile tenere conto della complessità di ragioni che le spingono a spostarsi da casa loro, dai loro affetti, dalle loro abitudini e tradizioni e venire qui in una terra quasi sempre inospitale. Perché? Per capire abbiamo a disposizione molti studi che ci aiutano ad andare oltre i facili luoghi comuni.

L’anno scorso volevo proporre il succo del messaggio di Gesù scegliendo di raccontare ai miei alunni di scuola primaria poche cose e non scontate, quelle che mettono in evidenza la differenza portata dal vangelo. Il perdono mi è apparso subito come un ingrediente fondamentale di questo succo.

I consigli non mi vengono spontanei! Ho scelto, per il mio vissuto, di non elargire consigli non richiesti. Preferisco ascoltare quello che le persone hanno da dirmi e raccontare, a mia volta, la mia esperienza. Nel mio lavoro, invece, più che consigliare affermo, osservo e a volte anche ordino.

Sono tentata di tradurre le opere di misericordia perché hanno un sapore un po’ antico. Eppure sono parole del vangelo, parole di Gesù: «Ero malato e mi avete visitato» è vangelo secondo Matteo al capitolo 25, al versetto 36. Visitare i malati, dedicare del tempo, stare insieme, questo mi chiede il Signore. La bellezza delle opere di misericordia è la loro semplicità, sono proprio dirette, inutile interpretarle: così dice la parola del Signore.

Cominciamo bene! Visitare i carcerati: forse l’opera di misericordia più difficile, almeno per me. Ho cercato di trovare delle spiegazioni simboliche, delle vie di uscita che mi semplifichino la fatica. Non ci sono! Visitare: non è pregare, ricordare, conoscere, informarsi ... è visitare.

È il luogo della Galilea che amo di più! Là in alto ho ammirato il lago, abbracciato l’orizzonte, respirato il profumo dei fiori e ascoltato il silenzio: il monte delle beatitudini. Lassù ho intuito come quelle parole tanto paradossali possano essere uscite da Gesù. «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia».

Un viaggio lungo un anno dentro la carità, dentro l’amore di Dio che possiamo sperimentare nelle mille forme dell’amore umano. Mi auguro che quest’anno Dall’alba al tramonto ci abbia aiutato a gustare, a intravedere quanto la carità sia più dell’elemosina con cui si confonde nel linguaggio comune.

La giustizia non è sorpassata. Qualcuno lo pensa, oggi come un tempo. Vale la pena dedicare la vita al servizio della giustizia come racconta la storia di Rosario Livatino che leggiamo in questo mese. Affermare che la carità supera la giustizia non è vivere in un mondo fuori da questo.

Beati gli ultimi, perché saranno primi. Un proverbio che possiede una serie di versioni, più o meno dialettali, che lo stravolgono. Mettere gli ultimi al primo posto sta proprio fuori della mentalità umana che, in ogni ambito e ambiente, inclusi quelli religiosi anche cristiani, si fonda su criteri di preferenza completamente altri. Ma Dio è di parte? Sceglie gli ultimi e trascura i primi?