L'editoriale di agosto

Il termine «cultura» ha strettamente a che fare con il verbo «coltivare». È la crescita paziente e attenta dell’uomo che si mette in relazione con gli altri esseri umani, con l’ambiente in cui vive, con l’intelligenza di cui dispone, con la trascendenza cui è abilitato. 

L'editoriale di agosto

Il termine «cultura» ha strettamente a che fare con il verbo «coltivare». È la crescita paziente e attenta dell’uomo che si mette in relazione con gli altri esseri umani, con l’ambiente in cui vive, con l’intelligenza di cui dispone, con la trascendenza cui è abilitato. Se prendersi cura del creato è un impegno a proteggere e valorizzare la grande ricchezza che deriva dalla diversità di ambienti e di forme di vita, allora è anche vero che l’uomo, con tutto il suo bagaglio di vita, fa parte integrante di questa cura. Ogni ricchezza culturale che dice l’identità di un popolo rappresenta quella capacità di coltivare se stesso che l’essere umano sa mettere in campo.
Ma la cultura non rimane sempre immutata nel tempo: è piuttosto un continuo inspirare ed espirare l’aria entro la quale si forma, creando relazioni nuove con la natura, l’uomo e Dio, apportando cambiamenti al mondo sociale e religioso e trasformando così anche se stessa. Anche per Dio il farsi uomo ha significato nascere, crescere e lasciarsi plasmare all’interno di una determinata cultura, valorizzandola e prendendosene cura a sua volta, come condizione di possibilità della relazione di Gesù con il Padre e con i fratelli. La stessa cura che ci viene chiesta oggi, nei confronti di ogni cultura, perché l’uomo possa vivere in pienezza.

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