L'editoriale di marzo

«Fin qui arriviamo, per i miracoli dobbiamo ancora organizzarci». Facendo due conti, resta forse a malapena il tempo di dormire, perché anche le pause pranzo ormai sono state rimpiazzate con le “cose veloci”, quelle che la logica vorrebbe sbrigare in breve tempo ma che alla fine fanno passare da un impegno all’altro senza soluzione di continuità. Ogni giorno è un’impresa da costruire che comincia da un progetto, ovvero una pagina d’agenda sapientemente organizzata, che non ha paura di riempire gli spazi, anzi, non li conta nemmeno.

L'editoriale di marzo

«Fin qui arriviamo, per i miracoli dobbiamo ancora organizzarci». Facendo due conti, resta forse a malapena il tempo di dormire, perché anche le pause pranzo ormai sono state rimpiazzate con le “cose veloci”, quelle che la logica vorrebbe sbrigare in breve tempo ma che alla fine fanno passare da un impegno all’altro senza soluzione di continuità. Ogni giorno è un’impresa da costruire che comincia da un progetto, ovvero una pagina d’agenda sapientemente organizzata, che non ha paura di riempire gli spazi, anzi, non li conta nemmeno. Poi una telefonata inaspettata, un invito, una richiesta d’aiuto, qualche malessere di stagione ed ecco, il progetto va a farsi benedire, o piuttosto è costretto a trovare quello spazio “benedetto”, perché non scelto né deciso da noi. No, forse non siamo ancora organizzati per i miracoli, nel senso che non siamo per nulla abituati a tenerne conto.
Riconoscere che arriviamo “fin qui” è rassicurante: è dire una priorità altra, un’antecedenza che attende solo di prenderci per mano e accompagnarci nello spazio dei miracoli. È così che Dio si rivela: nel messaggio sconvolgente di un angelo, nel perdersi di un figlio al tempio, nel cammino verso Gerusalemme in attesa della Pasqua della vita. Allora ben venga il nostro arrivare “fin qui”, che ci permette di vivere l’“oltre”.

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