L'editoriale di novembre

Vigilare è un verbo di movimento. Si muove l’occhio che segue da lontano i giochi dei bimbi, si muovono le gambe pronte a cambiare direzione, si muovono i pensieri che entrano ed escono di continuo. Dentro al movimento della vigilanza si formano parole, si concretizzano gesti, si prendono decisioni. Vigilare è il verbo della cura. Fa parte del vocabolario dell’amore: mette insieme l’attenzione per il tutto con la passione per i dettagli.

L'editoriale di novembre

Vigilare è un verbo di movimento. Si muove l’occhio che segue da lontano i giochi dei bimbi, si muovono le gambe pronte a cambiare direzione, si muovono i pensieri che entrano ed escono di continuo. Dentro al movimento della vigilanza si formano parole, si concretizzano gesti, si prendono decisioni. Vigilare è il verbo della cura. Fa parte del vocabolario dell’amore: mette insieme l’attenzione per il tutto con la passione per i dettagli. Uno sguardo vigile è uno sguardo che scruta, che si muove con il mondo, pronto a proteggere ma anche ad allontanare. La vigilanza ci fa rimanere dentro ai confini tra ciò che ci fa bene e ciò che ci mette in pericolo. Vigilare su se stessi è proprio questo: saper scegliere bene i propri confini e rispettarli. È custodire l’intimità del proprio cuore.
Ma la vigilanza ha bisogno di luce per illuminare la strada. È la lanterna della Parola, «lampada ai miei passi» (Salmo 119,105), che giorno dopo giorno definisce i confini della vita e la preserva da quella morte dell’anima di cui solo dobbiamo preoccuparci. Vigilare allora è un verbo di santità. È l’esercizio costante del rimanere dentro all’intimità del cuore di Dio, e così facendo scoprire sempre più il suo volto di Padre e la nostra natura di figli. Perché è lui, per primo, a vigilare su di noi.

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