L'editoriale di ottobre

Di un albero ammiriamo l’altezza del tronco, lo splendore della chioma, la quantità delle foglie, lo splendore dei fiori o il sapore dei frutti. Tutto questo è impossibile senza la parte dell’albero che rimane nascosta nella terra: le radici. Se tagliamo le radici tutto finisce. Se le radici sono deboli, o poco profonde, tutto è instabile, precario e anche sterile.

L'editoriale di ottobre

Di un albero ammiriamo l’altezza del tronco, lo splendore della chioma, la quantità delle foglie, lo splendore dei fiori o il sapore dei frutti. Tutto questo è impossibile senza la parte dell’albero che rimane nascosta nella terra: le radici. Se tagliamo le radici tutto finisce. Se le radici sono deboli, o poco profonde, tutto è instabile, precario e anche sterile. Tutto può anche sparire, di una pianta, in seguito a un temporale, a una potatura, ma nel terreno rimarrà sempre qualche traccia delle sue radici. Pensare alle radici è un po’ in controtendenza perché esse godono di una qualità poco apprezzata: il nascondimento, l’invisibilità.
Tanti atteggiamenti cristiani sono come le radici. L’umiltà perché è fatta di terra, di humus. La pazienza perché resiste alle intemperie. La mitezza perché nasce solo da una consapevolezza profonda. Essere cristiani significa avere radici profonde, grandi, estese. Radici invisibili perché affondano nel terreno del cuore di Dio che le alimenta con la sua grazia. L’albero della nostra fede potrà crescere solo coltivando le sue radici, sempre nascoste, ma feconde in frutti di bene che resistono a ogni intemperia o violenza alla quale siamo esposti, come ogni pianta su questa terra.

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