L'editoriale di settembre

Ci sono quelli che ne fanno parte da sempre. Hanno trovato la loro dimensione e la vivono con passione, in un cammino personale fatto di preghiera e ascolto. A volte può succedere che il farne parte diventi l’“occupare un posto”, con il rischio di perdere l’attenzione per le relazioni. Ci sono quelli che la approcciano con timidezza o perplessità, o perché l’hanno abbandonata da tempo o perché nutrono il desiderio di tornare a farne parte: un passaggio delicato e impegnativo, tanto per loro quanto per chi deve imparare l’accoglienza.

L'editoriale di settembre

Ci sono quelli che ne fanno parte da sempre. Hanno trovato la loro dimensione e la vivono con passione, in un cammino personale fatto di preghiera e ascolto. A volte può succedere che il farne parte diventi l’“occupare un posto”, con il rischio di perdere l’attenzione per le relazioni. Ci sono quelli che la approcciano con timidezza o perplessità, o perché l’hanno abbandonata da tempo o perché nutrono il desiderio di tornare a farne parte: un passaggio delicato e impegnativo, tanto per loro quanto per chi deve imparare l’accoglienza. E poi ci sono quelli che la osservano da lontano con indifferenza o con curiosità. Di tutti, quest’ultimo atteggiamento è forse il più fecondo, capace di accorgersi di quella bellezza che un occhio stanco o rattristato non sa più vedere.
Vivere in comunità è sempre faticoso. Lo sguardo o è troppo largo, perdendo la dimensione della cura, o è troppo stretto, facendo dei particolari un ostacolo insormontabile. È una fatica che chiede un cambiamento continuo, misericordia verso se stessi e gli altri, la pazienza di rallentare o accelerare il passo perché nessuno resti indietro. A che pro tanta fatica? «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Matteo 18,20). Ciò che se ne guadagna è la presenza stessa del Signore, con tutti i suoi doni.

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