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Provo sempre tanta ammirazione e invidia per Gesù quando il vangelo racconta il suo stile mite e forte! Quanto vorrei essere come lui, è davvero una delle cose che desidero di più… e così lontana da me. Da tempo ho compreso che mitezza e fortezza sono due qualità umane che si sposano perfettamente: lo osservo in alcune persone che stimo molto, non solo alcuni grandi della storia, ma anche gente comune che mi è capitato di incrociare nella vita. 

Santissima Trinità, così lontana, così vicina. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo. Il segno della croce è un gesto che ci è familiare: lo vediamo fare anche dagli atleti in televisione, appena entrati in campo, prima di una prestazione importante, quasi per scaramanzia. Dio è Padre. Noi immaginiamo Dio Padre secondo la nostra esperienza: assomiglia a nostro padre. Ho imparato tardi ad apprezzare mio papà. 

Qualcuno dice che ho letto tanti romanzi e che spesso questi influenzano il mio modo di pensare e di immaginare la realtà. Ecco, le letture di oggi sono sempre state fonte di impegnative immaginazioni: pensavo a quei discepoli radunati, provavo a definire le loro facce contemporaneamente spaesate, ma anche curiose, in attesa, come di chi si ostina ad aspettare perché sente che qualcosa ancora può e deve succedere. Li vedevo lì, ciascuno caratterizzato da qualcosa di particolare. 

Il mattino di Pasqua, quando tutto sembra bloccato in un fermo immagine irreale, alcuni cominciano a correre. Una donna, che ama oltre i limiti, non si rassegna all’ultima parola pronunciata dalla morte su un sogno infranto. Lei per prima ha visto qualcosa e corre con il cuore in tumulto per annunciare una pietra rovesciata, quella che nascondeva il corpo del suo adorato maestro, il cui sguardo l’aveva fatta sentire speciale restituendole una vita sprecata. Due uomini che hanno perso l’amico più caro (il più giovane l’ha visto morire mentre il più vecchio l’ha vilmente rinnegato) corrono per vedere e credere. 

La pagina di vangelo è carica di atteggiamenti ed emozioni, vari ma molto intensi: curiosità, fiducia, timore, spavento, entusiasmo, scoperta. Sembra di vedere i discepoli a bocca aperta di fronte a qualcosa che si presenta davanti a loro e che all’improvviso si fa sentire. Tutto avviene senza che loro se l’aspettino: Gesù prende l’iniziativa di portarli in un luogo appartato, si mostra in modo nuovo, sentono una voce; tutto questo non era certo nei programmi della giornata! Nonostante la straordinarietà dell’evento, mi piace scorgere i tratti della quotidianità anche all’interno di un episodio strano e insolito come può essere la trasfigurazione.

Gli anziani hanno occhi speciali, anche se presbiti: il vangelo di questa domenica ne è un esempio. Simeone e Anna hanno trascorso tutta la vita desiderando Dio, sono persone semplici che hanno occhi forse acciaccati per l’età, ma intelligenti, capaci di riconoscere il Signore in un piccolo bambino in braccio a sua madre e in mezzo alla folla del tempio, occhi che sanno penetrare la realtà leggendovi dentro i segni di un progetto più grande e misterioso.

Benedizione, figliolanza, custodia. Tre parole che sembrano rincorrersi e scambiarsi vicendevolmente nelle letture di oggi, impastando la storia con il presente e facendone promessa di bene per il futuro. Dentro il tempo del Natale, dentro al mistero grande di Dio che si fa uomo, che pone la sua tenda in mezzo a noi, queste tre parole si incarnano e diventano esperienza di vita che si rinnova, che subisce un cambiamento il cui impulso iniziale e la cui forza trasformativa hanno le loro origini in Dio stesso.

«Dio è grande». Così ci siamo sussurrati all’orecchio quella notte guardando la nostra bimba appena nata. Com’è possibile che questo piccolo essere vivente sia frutto nostro? Non è nemmeno immaginabile che nel processo del dare la vita non ci sia la forza e potenza creatrice di Dio. Immagino Maria, da sola, in uno spazio tutto suo, a soffrire gioiosamente per stringere tra le braccia il suo primogenito e penso che Dio ha affidato la vita di suo figlio nelle mani di un essere umano, alla sua libera scelta, alla caducità della sua salute, l’ha affidato al corpo di una donna, Maria. 

Ero al supermercato e mi aggiravo nel reparto patatine e salatini, sentendomi un po’ in colpa perché sicuramente mia moglie mi avrebbe rimproverato per quell’acquisto... mentre i miei figli ne sarebbero stati felici. In un angolo di questo grande supermercato mi sono trovato improvvisamente di fronte a un uomo che piangeva stringendo in una mano un sacchetto del pane e un cellulare... Mi sono avvicinato pensando che avrei rinunciato alle patatine e avrei aiutato quella persona a completare la spesa, ma la sorpresa è stata tanta quando alla domanda «mi scusi, ha bisogno di aiuto?»

La chiacchierata in confidenza con uno studente fuori sede, lavoratore e tentato di rientrare a casa per avvicinarsi alla fidanzata stanca della sua lontananza, mi ha riportata al tempo del mio fidanzamento. Piuttosto breve per la verità, anche per quei tempi, ma estremamente impegnativo. Ciascuno di noi portava con sé la propria storia un po’ raminga, magari banale, anche dolorosa, e le nostre vicende anelavano uno sguardo che le considerasse con interesse e occhio benevolo, perfino complice. Con il matrimonio poi si sono aperti altri fronti, perché la convivenza ha richiesto di modulare non solo i ritmi di vita ma anche le piccole abitudini quotidiane sconosciute all’altro. A distanza di anni, tra le tante modalità messe in atto da entrambi per costruire una vita insieme, riconosco senza dubbio quella dell’aspettarsi. 

Mi colpisce Nicodemo. Era un fariseo, capo dei giudei. Egli va da Gesù di notte. Mi sono sempre chiesta il perché. Ha forse paura che qualcuno lo veda? Oppure ha paura di essere giudicato perché incontra Gesù, un personaggio un po’ scomodo? Nicodemo chiama Gesù Rabbì, maestro. È un appellativo attraverso il quale riconosce che egli deve venire sicuramente da Dio, visto i segni che compie. Forse non è ancora convinto che Gesù sia il Figlio di Dio, ma nel suo modo di parlargli emerge la sua convinzione che Dio è con lui, altrimenti non potrebbe fare quello che fa. Apparentemente non va a chiedere qualcosa. Perché non gli chiede apertamente se è lui il re che deve venire? Mi sembra di riconoscere nella situazione di Nicodemo tanti tratti della mia vita quando non riesco a far domande.

La solennità odierna ci spalanca il cuore verso l’oltre e ci immerge nella contemplazione del mistero che riguarda la vita di ogni battezzato. In Maria è realizzato il compimento della promessa di Gesù Cristo: il Risorto ci contamina con la sua risurrezione. Maria è la prima associata alla vittoria di Cristo sulla morte: concepita senza peccato, quindi la prima redenta, è anche la prima a gustare i frutti della risurrezione, come ci attesta la prima lettera ai Corinzi.

«A cosa non rinunceresti mai per vivere la fede?», mi ha chiesto a bruciapelo un amico prete. Subito ho pensato che, se c’è una cosa alla quale non rinuncerei mai, è l’ascolto della Parola, convinta che c’è solo una Parola veramente degna di ascolto. Eppure quanto è distante questa riposta dalla mia vita. Mentre discutevamo infatti, pensavo a quanto sono immersa nel diluvio di parole delle mie giornate... al telefono sempre acceso, al senso di alienazione quando le chat di whatsapp pullulano di messaggi e a quando da facebook arriva ogni sorta di aggiornamento in tempo reale.

Da sempre descrivere Dio, capirlo, entrare nel suo modo di vedere è impresa ardua. Farlo con un Dio che è contemporaneamente uno e tre persone distinte è addirittura un mistero, tanto che come chiesa ci prendiamo del tempo, una domenica intera all’anno, per fermarci, prendere un bel respiro ed entrare in questa bellezza infinita. Mi piace assimilare le letture di oggi a delle pennellate di un quadro che va formandosi e che ci aiuta a addentrarci nel mistero di Dio. Pennellate rappresentate da un elenco di verbi che attraversano tutte e tre le letture: essere, giocare, riversare l’amore, guidare, udire, glorificare, annunciare. Il soggetto è quasi sempre lo Spirito ma l’immagine che ne esce è quella di un Dio che è unione e relazione. Innanzitutto lo Spirito c’è, è presente. Affianca il Padre che crea il mondo tramite la Parola (il Figlio).

L’amore, quello vero, quello con la A maiuscola, domanda questo, porta inevitabilmente e per sua natura a questo, senza neppure il bisogno di chiederlo: fidarsi dell’altro fino a osservarne ogni parola, ogni gesto, forte del fatto che, trattandosi di amore, non può che far bene, che portare al bene. Osservare, più che seguire: sì, perché le parole sono importanti! Osservare per poter accorgersi e amare ogni dettaglio, ogni più piccola increspatura dell’altro, fidandosi che anche la più imperfetta sia di fatto la più bella.