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È circa metà dicembre di un surreale 2020: il Natale diverso, forse persino più vero, è alle porte, ma l’atmosfera della festa è offuscata dal bollettino quotidiano sulla situazione pandemica, perché è arrivata la notizia che le terapie intensive sono di nuovo piene. La relazione causa/effetto secondo la quale più aumentano i contagi, più aumentano i ricoveri e le persone che non ce la fanno, l’abbiamo imparata a conoscere fin troppo bene in questi mesi per avere dubbi su quello che si prospetta.

Questa immagine, sentita e letta molte volte, mi lascia con più di una domanda, perché non appartiene molto alla mia esperienza. Rimanendo alle parole del Vangelo ho notato che Gesù usa due verbi: tagliare e potare. Ma quale differenza c’è tra tagliare e potare? Non sono la stessa cosa? Un viticoltore saprebbe rispondere con più sicurezza della mia, ma chiedendo a qualche collega più ferrato di me ho scoperto che taglio e potatura sono in realtà due azioni ben distinguibili. Il taglio è l’accorciamento di un ramo perché orientato male, cresciuto troppo o in posizione pericolosa.

Mentre ci accingevamo a condividere con voi alcune riflessioni suscitate dalla straordinaria festa che oggi celebriamo, stavamo sgranocchiando delle mandorle.

In questi tempi instabili e difficili capita di pensare al futuro a volte con un po’ di timore, e di appellarci alla speranza per affrontare le incertezze quotidiane. Ad alcuni può sembrare che la speranza sia una sorta di ultima spiaggia, un atteggiamento passivo e deresponsabilizzante a cui ci si aggrappa quando ormai tutte le altre soluzioni non hanno funzionato. Oggi leggiamo che c’è una speranza che va oltre tutte le altre. Come ci racconta san Paolo, Abramo, padre del popolo d’Israele, è stato un uomo di fede e di speranza: la svolta della sua vita non è avvenuta in base a una predestinazione scritta nella Legge del tempo, ma perché Abramo ha creduto alla promessa di Dio grazie alla relazione di fiducia che aveva con lui.

La «festa della candelora», così fin da piccola ho sentito chiamare la memoria liturgica che oggi ricorre. E non posso non tornare con la mente alle candeline accese all’inizio della celebrazione, che per me da bambina erano segno di festa, e alla nonna che mi accompagnava alla celebrazione. Se penso alla sintesi di questo vangelo affiorano in me due immagini, due riflessioni: quella della luce e quella della testimonianza di fede.

Ho avuto il privilegio di vivere un’esperienza di missione per qualche settimana in Etiopia. Prima di partire, tanti amici che erano già stati in Africa mi raccontavano delle sere stellate e della nostalgia delle notti africane. Il cielo infinito, pieno di puntini luminosi che mette pace e serenità, mentre si è avvolti nel silenzio assoluto.

Per tre volte abbiamo vissuto l’incanto del divenire genitori davanti a un bambino appena nato. La nostra fede ci riportava al Natale in cui si incarna l’amore e la tenerezza di un Dio che si è fatto uomo in una scelta imprevedibile. Un Dio che ha voluto prendersi cura delle sue creature divenendo un piccolo, fragile bambino chiamato, nella sua vita, a fare esperienza totale del suo essere uomo.

«Di chi sei?» è una frase che ho letto all’ingresso del museo dei sogni di Feltre, un luogo molto bello e particolare, che ho visitato qualche anno fa con un gruppo di giovani. I più piccoli risponderanno che sono della mamma e del papà, i più grandi delle persone che amano, qualcuno risponderà di Dio, qualche altro di nessuno o di se stesso. È vero che ciascuno è responsabile di se stesso, ma quando penso alla persona che amo, mi viene spontaneo dire che è mia, anche con le amicizie e pure con i miei nipotini, appunto! E capita anche a me di sentirmi dire «sei mia», dalla persona che amo. Non è con desiderio possessivo che dico «sei mio», ma con amore, con desiderio di cura e protezione.

La tavola della festa. La Parola di Dio di oggi si apre con la promessa di un evento festoso. La tavola infatti, è il luogo più bello dove memorie e ricordi affiorano e assumono una sensazione di pienezza che mi fa crescere in tutta la mia integrità. Sin da piccolo, lo stare a tavola con nonni, zii e cugini erano i momenti più belli. Dove, a pensarci bene, non c’era sempre un vero motivo di festa, ma ugualmente il fatto stesso di incontrarci tutti faceva la festa. Era la bellezza della festosità di un incontro, che diventa esso stesso dono, vita e futuro. La vita, posso dire, parte da quella tavola. 

Nei giorni di isolamento, in cui l’epidemia ci ha impedito di godere del calore della vicinanza degli altri, ci siamo chiesti spesso «come sarà dopo?» – verso che relazioni umane ci stiamo dirigendo? La Parola di oggi, che parla di comunità, di fratelli e di errori, ci consegna alcune prospettive importanti. Dal disinteresse al sentirci responsabili gli uni degli altri – «Non ci immischiamo in faccende che non ci riguardano», «facciamoci gli affari nostri»: sono atteggiamenti frequenti, modalità con cui cerchiamo di preservare il nostro quieto vivere. Nel tempo abbiamo anche ricoperto questo distacco con una veste più accettabile: non lo chiamiamo più “disinteresse” ma “tatto”, non “indifferenza” ma “buona educazione”. 

I tre discepoli hanno il privilegio di vedere anche il Gesù Dio, la sua natura divina, oltre al Gesù umano fino in fondo che già conoscono, con cui camminano e vivono. Hanno già visto miracoli, lo hanno sentito insegnare, ma stavolta la scena è ancora più sorprendente: vederlo come Dio, vedere due grandi profeti, fino a sentire la voce di Dio. Che faccia avranno fatto? Che emozioni avranno provato? Provare a immedesimarsi nei discepoli è più difficile proprio per l’eccezionalità che racconta. Anche il tempo è difficile da immaginare. Quanto sarà durata questa scena? Un minuto, un’ora? E poi tutto torna alla normalità, il nostro Gesù è soprattutto quello umano che vive, gioisce, soffre con noi. 

Provo sempre tanta ammirazione e invidia per Gesù quando il vangelo racconta il suo stile mite e forte! Quanto vorrei essere come lui, è davvero una delle cose che desidero di più… e così lontana da me. Da tempo ho compreso che mitezza e fortezza sono due qualità umane che si sposano perfettamente: lo osservo in alcune persone che stimo molto, non solo alcuni grandi della storia, ma anche gente comune che mi è capitato di incrociare nella vita. 

Santissima Trinità, così lontana, così vicina. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo. Il segno della croce è un gesto che ci è familiare: lo vediamo fare anche dagli atleti in televisione, appena entrati in campo, prima di una prestazione importante, quasi per scaramanzia. Dio è Padre. Noi immaginiamo Dio Padre secondo la nostra esperienza: assomiglia a nostro padre. Ho imparato tardi ad apprezzare mio papà. 

Qualcuno dice che ho letto tanti romanzi e che spesso questi influenzano il mio modo di pensare e di immaginare la realtà. Ecco, le letture di oggi sono sempre state fonte di impegnative immaginazioni: pensavo a quei discepoli radunati, provavo a definire le loro facce contemporaneamente spaesate, ma anche curiose, in attesa, come di chi si ostina ad aspettare perché sente che qualcosa ancora può e deve succedere. Li vedevo lì, ciascuno caratterizzato da qualcosa di particolare. 

Il mattino di Pasqua, quando tutto sembra bloccato in un fermo immagine irreale, alcuni cominciano a correre. Una donna, che ama oltre i limiti, non si rassegna all’ultima parola pronunciata dalla morte su un sogno infranto. Lei per prima ha visto qualcosa e corre con il cuore in tumulto per annunciare una pietra rovesciata, quella che nascondeva il corpo del suo adorato maestro, il cui sguardo l’aveva fatta sentire speciale restituendole una vita sprecata. Due uomini che hanno perso l’amico più caro (il più giovane l’ha visto morire mentre il più vecchio l’ha vilmente rinnegato) corrono per vedere e credere.