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«Di chi sei?» è una frase che ho letto all’ingresso del museo dei sogni di Feltre, un luogo molto bello e particolare, che ho visitato qualche anno fa con un gruppo di giovani. I più piccoli risponderanno che sono della mamma e del papà, i più grandi delle persone che amano, qualcuno risponderà di Dio, qualche altro di nessuno o di se stesso. È vero che ciascuno è responsabile di se stesso, ma quando penso alla persona che amo, mi viene spontaneo dire che è mia, anche con le amicizie e pure con i miei nipotini, appunto! E capita anche a me di sentirmi dire «sei mia», dalla persona che amo. Non è con desiderio possessivo che dico «sei mio», ma con amore, con desiderio di cura e protezione.

La tavola della festa. La Parola di Dio di oggi si apre con la promessa di un evento festoso. La tavola infatti, è il luogo più bello dove memorie e ricordi affiorano e assumono una sensazione di pienezza che mi fa crescere in tutta la mia integrità. Sin da piccolo, lo stare a tavola con nonni, zii e cugini erano i momenti più belli. Dove, a pensarci bene, non c’era sempre un vero motivo di festa, ma ugualmente il fatto stesso di incontrarci tutti faceva la festa. Era la bellezza della festosità di un incontro, che diventa esso stesso dono, vita e futuro. La vita, posso dire, parte da quella tavola. 

Nei giorni di isolamento, in cui l’epidemia ci ha impedito di godere del calore della vicinanza degli altri, ci siamo chiesti spesso «come sarà dopo?» – verso che relazioni umane ci stiamo dirigendo? La Parola di oggi, che parla di comunità, di fratelli e di errori, ci consegna alcune prospettive importanti. Dal disinteresse al sentirci responsabili gli uni degli altri – «Non ci immischiamo in faccende che non ci riguardano», «facciamoci gli affari nostri»: sono atteggiamenti frequenti, modalità con cui cerchiamo di preservare il nostro quieto vivere. Nel tempo abbiamo anche ricoperto questo distacco con una veste più accettabile: non lo chiamiamo più “disinteresse” ma “tatto”, non “indifferenza” ma “buona educazione”. 

I tre discepoli hanno il privilegio di vedere anche il Gesù Dio, la sua natura divina, oltre al Gesù umano fino in fondo che già conoscono, con cui camminano e vivono. Hanno già visto miracoli, lo hanno sentito insegnare, ma stavolta la scena è ancora più sorprendente: vederlo come Dio, vedere due grandi profeti, fino a sentire la voce di Dio. Che faccia avranno fatto? Che emozioni avranno provato? Provare a immedesimarsi nei discepoli è più difficile proprio per l’eccezionalità che racconta. Anche il tempo è difficile da immaginare. Quanto sarà durata questa scena? Un minuto, un’ora? E poi tutto torna alla normalità, il nostro Gesù è soprattutto quello umano che vive, gioisce, soffre con noi. 

Provo sempre tanta ammirazione e invidia per Gesù quando il vangelo racconta il suo stile mite e forte! Quanto vorrei essere come lui, è davvero una delle cose che desidero di più… e così lontana da me. Da tempo ho compreso che mitezza e fortezza sono due qualità umane che si sposano perfettamente: lo osservo in alcune persone che stimo molto, non solo alcuni grandi della storia, ma anche gente comune che mi è capitato di incrociare nella vita. 

Santissima Trinità, così lontana, così vicina. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo. Il segno della croce è un gesto che ci è familiare: lo vediamo fare anche dagli atleti in televisione, appena entrati in campo, prima di una prestazione importante, quasi per scaramanzia. Dio è Padre. Noi immaginiamo Dio Padre secondo la nostra esperienza: assomiglia a nostro padre. Ho imparato tardi ad apprezzare mio papà. 

Qualcuno dice che ho letto tanti romanzi e che spesso questi influenzano il mio modo di pensare e di immaginare la realtà. Ecco, le letture di oggi sono sempre state fonte di impegnative immaginazioni: pensavo a quei discepoli radunati, provavo a definire le loro facce contemporaneamente spaesate, ma anche curiose, in attesa, come di chi si ostina ad aspettare perché sente che qualcosa ancora può e deve succedere. Li vedevo lì, ciascuno caratterizzato da qualcosa di particolare. 

Il mattino di Pasqua, quando tutto sembra bloccato in un fermo immagine irreale, alcuni cominciano a correre. Una donna, che ama oltre i limiti, non si rassegna all’ultima parola pronunciata dalla morte su un sogno infranto. Lei per prima ha visto qualcosa e corre con il cuore in tumulto per annunciare una pietra rovesciata, quella che nascondeva il corpo del suo adorato maestro, il cui sguardo l’aveva fatta sentire speciale restituendole una vita sprecata. Due uomini che hanno perso l’amico più caro (il più giovane l’ha visto morire mentre il più vecchio l’ha vilmente rinnegato) corrono per vedere e credere. 

La pagina di vangelo è carica di atteggiamenti ed emozioni, vari ma molto intensi: curiosità, fiducia, timore, spavento, entusiasmo, scoperta. Sembra di vedere i discepoli a bocca aperta di fronte a qualcosa che si presenta davanti a loro e che all’improvviso si fa sentire. Tutto avviene senza che loro se l’aspettino: Gesù prende l’iniziativa di portarli in un luogo appartato, si mostra in modo nuovo, sentono una voce; tutto questo non era certo nei programmi della giornata! Nonostante la straordinarietà dell’evento, mi piace scorgere i tratti della quotidianità anche all’interno di un episodio strano e insolito come può essere la trasfigurazione.

Gli anziani hanno occhi speciali, anche se presbiti: il vangelo di questa domenica ne è un esempio. Simeone e Anna hanno trascorso tutta la vita desiderando Dio, sono persone semplici che hanno occhi forse acciaccati per l’età, ma intelligenti, capaci di riconoscere il Signore in un piccolo bambino in braccio a sua madre e in mezzo alla folla del tempio, occhi che sanno penetrare la realtà leggendovi dentro i segni di un progetto più grande e misterioso.

Benedizione, figliolanza, custodia. Tre parole che sembrano rincorrersi e scambiarsi vicendevolmente nelle letture di oggi, impastando la storia con il presente e facendone promessa di bene per il futuro. Dentro il tempo del Natale, dentro al mistero grande di Dio che si fa uomo, che pone la sua tenda in mezzo a noi, queste tre parole si incarnano e diventano esperienza di vita che si rinnova, che subisce un cambiamento il cui impulso iniziale e la cui forza trasformativa hanno le loro origini in Dio stesso.

«Dio è grande». Così ci siamo sussurrati all’orecchio quella notte guardando la nostra bimba appena nata. Com’è possibile che questo piccolo essere vivente sia frutto nostro? Non è nemmeno immaginabile che nel processo del dare la vita non ci sia la forza e potenza creatrice di Dio. Immagino Maria, da sola, in uno spazio tutto suo, a soffrire gioiosamente per stringere tra le braccia il suo primogenito e penso che Dio ha affidato la vita di suo figlio nelle mani di un essere umano, alla sua libera scelta, alla caducità della sua salute, l’ha affidato al corpo di una donna, Maria. 

Ero al supermercato e mi aggiravo nel reparto patatine e salatini, sentendomi un po’ in colpa perché sicuramente mia moglie mi avrebbe rimproverato per quell’acquisto... mentre i miei figli ne sarebbero stati felici. In un angolo di questo grande supermercato mi sono trovato improvvisamente di fronte a un uomo che piangeva stringendo in una mano un sacchetto del pane e un cellulare... Mi sono avvicinato pensando che avrei rinunciato alle patatine e avrei aiutato quella persona a completare la spesa, ma la sorpresa è stata tanta quando alla domanda «mi scusi, ha bisogno di aiuto?»

La chiacchierata in confidenza con uno studente fuori sede, lavoratore e tentato di rientrare a casa per avvicinarsi alla fidanzata stanca della sua lontananza, mi ha riportata al tempo del mio fidanzamento. Piuttosto breve per la verità, anche per quei tempi, ma estremamente impegnativo. Ciascuno di noi portava con sé la propria storia un po’ raminga, magari banale, anche dolorosa, e le nostre vicende anelavano uno sguardo che le considerasse con interesse e occhio benevolo, perfino complice. Con il matrimonio poi si sono aperti altri fronti, perché la convivenza ha richiesto di modulare non solo i ritmi di vita ma anche le piccole abitudini quotidiane sconosciute all’altro. A distanza di anni, tra le tante modalità messe in atto da entrambi per costruire una vita insieme, riconosco senza dubbio quella dell’aspettarsi. 

Mi colpisce Nicodemo. Era un fariseo, capo dei giudei. Egli va da Gesù di notte. Mi sono sempre chiesta il perché. Ha forse paura che qualcuno lo veda? Oppure ha paura di essere giudicato perché incontra Gesù, un personaggio un po’ scomodo? Nicodemo chiama Gesù Rabbì, maestro. È un appellativo attraverso il quale riconosce che egli deve venire sicuramente da Dio, visto i segni che compie. Forse non è ancora convinto che Gesù sia il Figlio di Dio, ma nel suo modo di parlargli emerge la sua convinzione che Dio è con lui, altrimenti non potrebbe fare quello che fa. Apparentemente non va a chiedere qualcosa. Perché non gli chiede apertamente se è lui il re che deve venire? Mi sembra di riconoscere nella situazione di Nicodemo tanti tratti della mia vita quando non riesco a far domande.