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Ci perdonerai, Signore, se la Parola che ci doni questa domenica la capiamo poco e ci sembra anche fuori luogo. Dai un’occhiata quaggiù: ti pare che ci sia ancora qualcuno che possa pensare di lasciar perdere un’offesa, o solo un punto di vista diverso? Ti pare che ci siano ancora molte persone disposte a fare il primo passo verso chi le ha ferite, per dialogare e non vendicarsi del torto subìto? Facce dure come pietra, sì, ma perché irrigidite dall’orgoglio di chi sa che per prevalere non deve abbassare la guardia. Anche sulla tua assistenza, sulla tua presenza al nostro fianco abbiamo qualche dubbio: ci arrangiamo, contiamo sempre sulle nostre forze. Casomai, dovessimo aver bisogno di aiuto, se si può, lo compriamo.

«Papà, mi fai vedere che cos’hai in bocca?». È questa la semplicissima domanda che praticamente ogni domenica mi pone il mio bimbo più piccolo, 4 anni, quando torniamo al banco dopo la comunione. Per i nostri figli è un’abitudine, sin da quando erano piccolissimi, accompagnare me e mia moglie a ricevere l’ostia consacrata. Ed esattamente come a suo tempo ce lo chiedeva il maggiore, ora è il turno del minore, quasi che stesse interpretando un copione, che peraltro nessuno gli ha insegnato. Lo incuriosisce il fatto che noi adulti andiamo a mangiare qualcosa, vorrebbe assaggiarlo anche lui, e come dargli torto? Quando socchiudo appena la bocca per accontentare la sua richiesta, il pane non è già più lì. Piccola delusione.

Penso alle volte in cui, nella vita, ho digiunato. Poche per scelta, molte di più perché non ce l’ho fatta: avevo perso qualcuno di caro, avevo perso la presenza dolce e ardente di chi dava senso e amore alla mia esistenza. Penso anche, però, a certe pause di metà mattina, quando qualcuno, di sorpresa, andava a prendere i panini per tutti e stappavamo la birra fatta assieme.

Il regno di Dio è una promessa che mentre è espressa sta diventando realtà. Come un seme, che dal momento in cui è piantato sta già crescendo. E non importa il fatto che il seme di partenza sia piccolo, alla fine la pianta diverrà tanto grande che «gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra». Quanto è bella questa Parola. Come rende bene, perfino per noi abituati a vivere in città di cemento, l’immagine del seme che diventa albero magnifico! Scalda il cuore. Proprio nel corso di quest’anno passato ho avuto l’occasione di vedere per la prima volta un cedro, durante un viaggio in Libano, e un granello di senape.

Io mi alzai per ultimo: «Chissà che io non sia venuto da Gerusalemme proprio per partecipare a questa riunione? Sono un prete cattolico, sono ebreo; cittadino israeliano, sono nato in Egitto, dove ho vissuto otto anni. Porto quindi in me quattro identità: sono veramente cristiano e prete, veramente ebreo, veramente israeliano, e mi sento pure, se non proprio egiziano, almeno assai vicino agli arabi, che conosco e che amo.

Quando nasciamo, eccetto in caso di parto podalico, i nostri piedi sono l’ultima parte del corpo a venire alla luce. Per diversi mesi le piante dei nostri piedi rimangono sollevate da terra. Iniziare a camminare è l’inizio di una nuova stagione della vita di ogni cucciolo d’uomo. Alcune decine di centimetri sostengono ogni nostro cammino.

Elvio Fassone nel 1985 presiede a Torino un maxiprocesso, 242 imputati della mafia catanese, 300 mila fogli di istruttoria. Salvatore ha 27 anni, è sotto giudizio per un’infinità di delitti efferati. Già dalla prima udienza vuol mostrare di essere un capo, non risponde agli appelli, si arrampica come una scimmia sulle sbarre della gabbia. Fassone non alza la voce, rifiuta le provocazioni. Salvatore, intelligente, scaltro, non insiste. Il giudice non è un mostro: autorizza il viaggio in Sicilia di Salvatore – la madre sta morendo – e fa sì che ad accompagnarlo siano agenti in borghese. I vicini di casa non lo vedranno con le manette ai polsi.

Ogni mattino, quando mi alzo, Signore, riprendo a respirare e ti dico grazie di avermi fatto missionario di un popolo che cammina. Perché vivendo in emigrazione mi hai insegnato ad avere compassione di uomini, di donne, di intere comunità che emigrano con i loro piedi, con la loro testa e il loro cuore, e con tutti i drammi che li inseguono ovunque, con una fede e un coraggio a volte ben più grandi dei miei.

«Ti benedica il Signore e ti custodisca». «Maria da parte sua custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore». Il verbo custodire sembra fare da filigrana alla parola di Dio in questo primo giorno dell’anno. Custodire è uno dei verbi che nella bibbia raccontano il rapporto di Dio con l’uomo. Custodire è voler bene e prendersi cura. Custodire è proteggere ed essere attenti alle necessità dell’altro. Custodire è essere responsabili dei nostri fratelli.

Qualche anno fa, un amico libico mi ha parlato del deserto. Ricordo bene il suo racconto, mi aveva descritto il deserto come un luogo e un’esperienza che coinvolgono nell’insieme l’essere umano: dai pensieri, che si espandono nel silenzio più totale, al corpo, che si fa sentire in ogni sua parte per lo stress cui è sottoposto. Il mio amico non è nato nel deserto, né è per lui un ambiente familiare, avendo vissuto la maggior parte della sua vita nella capitale. Quello che al tempo mi aveva colpito era che, nonostante ciò, lo riconoscesse come luogo proprio: per lui il deserto era lo spazio dove ritrovare la pace e una dimensione profonda di preghiera.

Alan Clements: Ha mai parlato con i soldati a guardia della sua casa? Sono stati amichevoli? Aung San Suu Kyi: Certo che ho parlato con loro. Sono sempre stati molto educati e alcuni persino gentili. Alan Clements: In uno dei nostri incontri precedenti, lei ha detto: «Non ho mai imparato a odiare i miei carcerieri, quindi non li temo». La consapevolezza di non odiarli da cosa è derivata? Aung San Suu Kyi: Credo che in parte sia dovuto anche questo alla mia educazione. Forse le ho già detto che mia madre non mi insegnò mai a odiare neppure gli assassini di mio padre.

I bambini hanno un ruolo importante nella mia vita. Giocare con loro e vederli crescere mi ha permesso di prendere alcune decisioni che mi rendono quella che sono oggi. Alcuni anni fa stavo attraversando un periodo faticoso, sentivo che gli studi che avevo intrapreso, per quanto mi piacessero, non erano adatti a me e al mio carattere. Ho avuto la fortuna e l’occasione di partecipare a un weekend di spiritualità in cui ho potuto prendere del tempo per me stessa, fermarmi e pensare a cosa davvero mi rendesse felice e la risposta sono stati i volti dei bambini di cui ero educatrice.

«Rancore e ira sono cose orribili», dice il Siracide. E infatti, chi può dire di essere felice quando ne è preda? Ebbene, la soluzione che ci propone la bibbia è il perdono. Ma siamo capaci di perdonare? Quando al catechismo ci insegnavano a perdonare non sembrava una cosa poi così difficile: bastava dimenticare! Da bambini ci si dimentica il motivo per cui si litiga e via, tutto come prima. Ma quando si cresce? Quando la persona che ci ferisce è importante per noi e ha tradito la nostra fiducia?

Che cosa vuol dire «morire per produrre frutto»? Perché amare la propria vita significa perderla? E, al contrario, odiarla, in questo mondo, significa conservarla per la vita eterna? E che cos’è, questa vita eterna per la quale dovrei odiare la mia vita, l’unica che conosca? Quest’estate ho grandi progetti: un viaggio sempre rimandato, per diversi motivi.

Travestita da povera, avvolta in stracci, mano tesa, aspettavo i ragazzi della caccia al tesoro. Ho pensato: se non fosse un gioco? Se davvero la mia condizione fosse questa? Ma lo è, quando prego: mendicante di vita, di salute, di gioia, di pace nel cuore, tendo le mani verso te, Signore.