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Leggo queste famose parole di Luca e mi sento sempre allo stesso punto, constato delusa la mia difficoltà di astenermi dal giudizio o dalla conversazione un po’ pettegola che spesso sfocia nella critica e penso che non ce la farò mai, o meglio che da sola non posso farcela. Perché è così difficile diventare consapevoli della propria cecità, del proprio limite, e viceversa così facile lasciarsi andare al giudizio sull’altro nella vita di tutti i giorni, in famiglia, nel lavoro? Perché vedo subito la pagliuzza dell’altro e non la mia trave? 

In poche parole, la Lettera agli Ebrei riassume il motivo per cui Dio si è fatto uomo: per prendersi cura di noi nel miglior modo possibile. E i risultati si sono visti fin dall’inizio: ogni persona che ha incontrato Gesù, a partire dai pastori e dai magi a Betlemme, ne è rimasta segnata in qualche modo. Lo stesso succede durante la presentazione al tempio. Mi ha sempre colpito molto il fatto che due persone anziane come Simeone e Anna, che hanno dedicato la loro vita al Signore e sono delle autorità nella comunità, siano anche talmente umili da riconoscere in un neonato il Figlio di Dio, la Salvezza di Israele che tutti gli ebrei stanno aspettando.

Oggi è l’epifania. Questo termine deriva dal greco “epiphànein”, verbo composto da epì (che significa “dall’alto”) e phànein (che significa “apparire”). In origine il termine epifania indicava le feste pagane in cui le divinità si manifestavano; oggi esso ha assunto una connotazione religiosa, rappresentando la prima manifestazione pubblica di Cristo. I Magi, infatti, entrarono nella casa dove Gesù bambino si trovava e lo videro per la prima volta: si è rivelato per la prima volta al mondo. Questa è stata la rivelazione nella vita dei Magi.

La mia speranza è che, nel presente intervento, possa dimostrare la necessità della fraternità e la possibilità di realizzarla. Il trittico «libertà, uguaglianza, fraternità», quasi una sintesi del programma politico della modernità, esprime un’intuizione profonda, e sollecita oggi da noi una profonda riflessione: a che punto siamo con la realizzazione di questa grande aspirazione?

Il brano delle beatitudini mi ha sempre messo in discussione. Quando ho avuto occasione di ascoltarlo o usarlo come guida per qualche attività, sono caduta nella tentazione di riportarlo ingenuamente alla mia vita come si faceva da bambini di fronte alle figurine dell’amico di turno, dovendo stabilire per ognuna il famoso «ce l’ho... mi manca». In passato però, dal confronto con le beatitudini sono uscita spesso perdente, mettendo in luce le mie povertà, non riuscendo a sentirmi testimone verso il prossimo per nessuna di esse e ritrovandomi in difetto rispetto a chi invece è davvero un operatore di pace, un mite, un puro di cuore...

Guardo la mia esperienza di lavoro, osservo i giovani colleghi, coloro che rimangono tra noi per un’esperienza a tempo determinato di due anni: sono per noi fratelli più piccoli ai quali insegniamo il lavoro e che accogliamo prendendoci cura di loro quasi come figli.

Ci perdonerai, Signore, se la Parola che ci doni questa domenica la capiamo poco e ci sembra anche fuori luogo. Dai un’occhiata quaggiù: ti pare che ci sia ancora qualcuno che possa pensare di lasciar perdere un’offesa, o solo un punto di vista diverso? Ti pare che ci siano ancora molte persone disposte a fare il primo passo verso chi le ha ferite, per dialogare e non vendicarsi del torto subìto? Facce dure come pietra, sì, ma perché irrigidite dall’orgoglio di chi sa che per prevalere non deve abbassare la guardia. Anche sulla tua assistenza, sulla tua presenza al nostro fianco abbiamo qualche dubbio: ci arrangiamo, contiamo sempre sulle nostre forze. Casomai, dovessimo aver bisogno di aiuto, se si può, lo compriamo.

«Papà, mi fai vedere che cos’hai in bocca?». È questa la semplicissima domanda che praticamente ogni domenica mi pone il mio bimbo più piccolo, 4 anni, quando torniamo al banco dopo la comunione. Per i nostri figli è un’abitudine, sin da quando erano piccolissimi, accompagnare me e mia moglie a ricevere l’ostia consacrata. Ed esattamente come a suo tempo ce lo chiedeva il maggiore, ora è il turno del minore, quasi che stesse interpretando un copione, che peraltro nessuno gli ha insegnato. Lo incuriosisce il fatto che noi adulti andiamo a mangiare qualcosa, vorrebbe assaggiarlo anche lui, e come dargli torto? Quando socchiudo appena la bocca per accontentare la sua richiesta, il pane non è già più lì. Piccola delusione.

Penso alle volte in cui, nella vita, ho digiunato. Poche per scelta, molte di più perché non ce l’ho fatta: avevo perso qualcuno di caro, avevo perso la presenza dolce e ardente di chi dava senso e amore alla mia esistenza. Penso anche, però, a certe pause di metà mattina, quando qualcuno, di sorpresa, andava a prendere i panini per tutti e stappavamo la birra fatta assieme.

Il regno di Dio è una promessa che mentre è espressa sta diventando realtà. Come un seme, che dal momento in cui è piantato sta già crescendo. E non importa il fatto che il seme di partenza sia piccolo, alla fine la pianta diverrà tanto grande che «gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra». Quanto è bella questa Parola. Come rende bene, perfino per noi abituati a vivere in città di cemento, l’immagine del seme che diventa albero magnifico! Scalda il cuore. Proprio nel corso di quest’anno passato ho avuto l’occasione di vedere per la prima volta un cedro, durante un viaggio in Libano, e un granello di senape.

Io mi alzai per ultimo: «Chissà che io non sia venuto da Gerusalemme proprio per partecipare a questa riunione? Sono un prete cattolico, sono ebreo; cittadino israeliano, sono nato in Egitto, dove ho vissuto otto anni. Porto quindi in me quattro identità: sono veramente cristiano e prete, veramente ebreo, veramente israeliano, e mi sento pure, se non proprio egiziano, almeno assai vicino agli arabi, che conosco e che amo.

Quando nasciamo, eccetto in caso di parto podalico, i nostri piedi sono l’ultima parte del corpo a venire alla luce. Per diversi mesi le piante dei nostri piedi rimangono sollevate da terra. Iniziare a camminare è l’inizio di una nuova stagione della vita di ogni cucciolo d’uomo. Alcune decine di centimetri sostengono ogni nostro cammino.

Elvio Fassone nel 1985 presiede a Torino un maxiprocesso, 242 imputati della mafia catanese, 300 mila fogli di istruttoria. Salvatore ha 27 anni, è sotto giudizio per un’infinità di delitti efferati. Già dalla prima udienza vuol mostrare di essere un capo, non risponde agli appelli, si arrampica come una scimmia sulle sbarre della gabbia. Fassone non alza la voce, rifiuta le provocazioni. Salvatore, intelligente, scaltro, non insiste. Il giudice non è un mostro: autorizza il viaggio in Sicilia di Salvatore – la madre sta morendo – e fa sì che ad accompagnarlo siano agenti in borghese. I vicini di casa non lo vedranno con le manette ai polsi.

Ogni mattino, quando mi alzo, Signore, riprendo a respirare e ti dico grazie di avermi fatto missionario di un popolo che cammina. Perché vivendo in emigrazione mi hai insegnato ad avere compassione di uomini, di donne, di intere comunità che emigrano con i loro piedi, con la loro testa e il loro cuore, e con tutti i drammi che li inseguono ovunque, con una fede e un coraggio a volte ben più grandi dei miei.

«Ti benedica il Signore e ti custodisca». «Maria da parte sua custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore». Il verbo custodire sembra fare da filigrana alla parola di Dio in questo primo giorno dell’anno. Custodire è uno dei verbi che nella bibbia raccontano il rapporto di Dio con l’uomo. Custodire è voler bene e prendersi cura. Custodire è proteggere ed essere attenti alle necessità dell’altro. Custodire è essere responsabili dei nostri fratelli.