La giornata di domenica 10 luglio

«Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». La domanda è formulata con ipocrisia: il dottore della legge è interessato alla risposta non perché vuole veramente imparare cosa fare, dato che presume di saperlo già, ma per mettere alla prova Gesù. Eppure, se posta in modo genuino, la domanda punta a un bersaglio altissimo.

La giornata di domenica 10 luglio

«Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». La domanda è formulata con ipocrisia: il dottore della legge è interessato alla risposta non perché vuole veramente imparare cosa fare, dato che presume di saperlo già, ma per mettere alla prova Gesù. Eppure, se posta in modo genuino, la domanda punta a un bersaglio altissimo. Pensiamo sorridendo alle domande che ci facciamo per organizzare la nostra giornata: chi prende le bimbe all’asilo? Cosa prepariamo per cena? A che ora torni? Potremmo fare un esperimento, e chiederci invece: cosa devo fare oggi per ereditare la vita eterna? Magari nessuno dei due si ricorderà di pensare alla cena, ma chissà cosa potrebbe capitare di buono. «Non passare oltre, ma abbi compassione»: eccola, la risposta di Gesù. Pensiamo alle persone ferite che abbiamo incontrato sulla nostra strada, alle volte che abbiamo tirato dritto senza accorgerci, o che ci siamo accorti, ma non ci siamo fermati, per la fretta, la distrazione, il timore, l’imbarazzo o chissà quale altra ragione. Forse siamo ancora in tempo per tornare indietro e versare un po’ di vino e olio sulle ferite del nostro prossimo.
Il bene va fatto bene. Sto mangiando un tramezzino su una panchina del centro. All’improvviso mi piomba addosso un uomo, si butta a peso morto sulla panchina. Mi alzo di scatto, spaventato. Il tempo di riprendermi, e capisco che è un senzatetto al quale improvvisamente non hanno retto più le gambe. Lo aiuto a stendersi. E dopo, che fare? Per fortuna arriva un altro che ha visto la scena e prende in mano la situazione: fa delle domande, sa come muoversi, contatta qualcuno dei servizi sociali. La mia presenza ormai è inutile e me ne vado, con un vago senso di inadeguatezza. Penso al samaritano: dopo aver fasciato le ferite, e versato olio e vino, affida il malcapitato all’albergatore. Non presume di poter fare tutto da solo, ma chiede l’intervento di altri più idonei e meglio organizzati.
Gesù è il buon samaritano. Riavvolgiamo la scena e cambiamo parte: non il sacerdote o il levita, non il samaritano, ma il ferito. È Gesù il nostro buon samaritano. Egli è nei volti di tutti quelli che si sono presi cura di noi due quando eravamo a terra, che hanno fasciato le nostre ferite, che ci hanno rimesso in piedi e consentito di riprendere il cammino. Tutti hanno prestato le loro mani e il loro cuore a Dio, perché se ne servisse per aiutarci.

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