La giornata di domenica 20 giugno

È circa metà dicembre di un surreale 2020: il Natale diverso, forse persino più vero, è alle porte, ma l’atmosfera della festa è offuscata dal bollettino quotidiano sulla situazione pandemica, perché è arrivata la notizia che le terapie intensive sono di nuovo piene. La relazione causa/effetto secondo la quale più aumentano i contagi, più aumentano i ricoveri e le persone che non ce la fanno, l’abbiamo imparata a conoscere fin troppo bene in questi mesi per avere dubbi su quello che si prospetta.

La giornata di domenica 20 giugno

È circa metà dicembre di un surreale 2020: il Natale diverso, forse persino più vero, è alle porte, ma l’atmosfera della festa è offuscata dal bollettino quotidiano sulla situazione pandemica, perché è arrivata la notizia che le terapie intensive sono di nuovo piene. La relazione causa/effetto secondo la quale più aumentano i contagi, più aumentano i ricoveri e le persone che non ce la fanno, l’abbiamo imparata a conoscere fin troppo bene in questi mesi per avere dubbi su quello che si prospetta. Una collega, con il volto attraversato da un dolore al di là delle lacrime, mi racconta che il padre, contagiato durante il suo lavoro come medico di famiglia, si trova ora intubato in rianimazione Covid e che gli anestesisti le hanno comunicato il peggioramento del suo quadro clinico. Che dire in un momento del genere? Faccio appello ai miei anni di associazionismo e di educazione all’ascolto della Parola, ma non trovo parole. Mi sento al buio come Giona nel ventre della balena, piena di domande e di disperazione come Giobbe. Rileggo questo passo del vangelo di Marco e mi soffermo a pensare che Gesù durante la tempesta chiede di avere fede. Penso che non dobbiamo smarrire la fiducia e la speranza, i segni della nostra umanità più profonda, ma dobbiamo lottare con tutte le nostre forze per conservarle. E poi a un tratto le parole che stavo cercando riaffiorano dentro me come bagliori di luce a cui aggrapparmi per vedere oltre questa lunga notte… parole che mi donano uno sguardo diverso, più puro e forse un nuovo senso delle cose.
«Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano… Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi, l’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che certamente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini… Il gelsomino dietro casa è completamente sciupato dalla pioggia e dalle tempeste di questi ultimi giorni, i suoi fiori bianchi galleggiano qua e là sulle pozzanghere scure e melmose che si sono formate sul tetto basso del garage. Ma da qualche parte dentro di me esso continua a fiorire indisturbato, esuberante e tenero come sempre, espande il suo profumo tutt’intorno alla tua casa, mio Dio. Vedi come ti tratto bene. Non ti porto soltanto le mie lacrime e le mie paure, ma ti porto persino in questa domenica mattina grigia e tempestosa, un gelsomino profumato. Ti porterò tutti i fiori che incontro sul mio cammino e sono veramente tanti». (Etty Hillesum)
Alle parole di Etty fanno eco quelle di papa Francesco, in una piazza San Pietro vuota, sotto la pioggia, oltre un anno fa; un tardo pomeriggio che non dimenticheremo mai, che fece risuonare le parole di Gesù nelle nostre case, ripetutamente, per ritrovare quella speranza che sembrava perduta: «Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore… Non spegniamo la fiammella smorta, che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza».

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