La giornata di domenica 21 giugno

Talvolta capita che nella nostra vita cali la sera. Il buio. Capita di sentirsi su una barca, soli, salpati nostro malgrado verso un altrove lontano e sconosciuto e misterioso. Un luogo dove nessuno potrà raggiungerci, nessuno potrà più raggiungere il nostro dentro. Le nostre esperienze, i nostri pensieri, i nostri sentimenti sembrano non somigliare a quelli di qualcuno, nella fatica, nel dolore.

La giornata di domenica 21 giugno

Talvolta capita che nella nostra vita cali la sera. Il buio. Capita di sentirsi su una barca, soli, salpati nostro malgrado verso un altrove lontano e sconosciuto e misterioso. Un luogo dove nessuno potrà raggiungerci, nessuno potrà più raggiungere il nostro dentro. Le nostre esperienze, i nostri pensieri, i nostri sentimenti sembrano non somigliare a quelli di qualcuno, nella fatica, nel dolore. Stendiamo le mani, nella speranza che ci sia chi può afferrarle, prenderci e trattenerci nel mondo di prima, dove tutto era conosciuto e familiare, dove i giorni avevano un senso e un sapore di casa e un tepore sereno, atteso e perfino prevedibile.
Ma non c’è nessuno che possa tirarci a riva di nuovo, riportarci a casa. Il prima non esiste più. Allora ci sentiamo soli, disperatamente. La solitudine è il mantello nero e pesante della notte, ci piomba addosso gelido e impenetrabile. Vuoto di presenza. Proviamo a tenere la rotta, a scrutare per scorgere una luce piccola, una voce, una terra sulla quale approdare. E invece sopraggiunge la tempesta. Le onde si rovesciano sulla barca, lo scafo si riempie d’acqua. Le tavole sono squassate. Non si distingue più cos’è cielo e cos’è mare.
Siamo perduti. Immersi completamente nell’acqua nera, tentiamo di tirar fuori la testa e di riprendere fiato. Ma l’onda torna inesorabile sopra di noi. Proprio allora, quando ormai pensiamo che basta, non c’è più da lottare, da fare, siamo troppo stanchi per qualsiasi tentativo ulteriore e non c’è un luogo desiderato a cui tornare, proprio allora ci accorgiamo che sulla barca non siamo soli. C’è Gesù, c’è sempre stato. È steso sul fondo, la testa sul cuscino, e dorme. Il suo viso sereno dice che si può dormire anche nella tempesta. Che possiamo riposare, per riprendere fiato, respirare, ritrovare forza e senso. Che abbiamo diritto alla fragilità, a essere spezzati, spaventati, delusi, stanchi. Solo, non siamo ancora capaci di capirlo, questo, e di accettarlo.
Allora ci avviciniamo a lui, lo scuotiamo per le spalle, vogliamo che sia sveglio con noi in mezzo alla tempesta. «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». Gesù allora insegna al mare la calma. E contagia anche noi. «Perché avete paura?».
Alziamo lo sguardo e ci accorgiamo che è l’alba: la luce sta invadendo il cielo. Ce l’abbiamo fatta: abbiamo attraversato la notte, la notte ci ha attraversato, e ora ritorna il giorno, la luce sorge ancora. La luce di un nuovo inizio possibile, concreto, incarnato.
La vita ci propone talvolta la tentazione della disperazione. Ci fa sentire che nel nostro camminare nessuno ci assomiglia e dunque nessuno può comprenderci e accoglierci completamente. Ma c’è Gesù: egli ha vissuto quel salpare solitario. E quando il cielo si pulisce dalle nubi di piombo, e si lascia colorare dall’oro del sole, allora ci accorgiamo che intorno a noi ci sono altre barche. Altri cuori da incontrare e sentire fraterni e fratelli, nel navigare comune della vita.
Le ferite sono ancora aperte, bruciano di sale. Siamo ancora spezzati, e fragili. Ma la vita torna ad ammaliarci, a conquistarci con la sua bellezza, quegli incontri che salvano. La notte ci ha fatto nuovi. «Le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove». È possibile, sì, sentire che le cose vecchie sono passate. Restano intatte nel nostro cuore, ora non più come un fardello implacabile che ci affonda, ma come un tesoro luminoso e prezioso da custodire, un cartoccio di semi che possono far germogliare nuove esperienze. Novità nell’anima e nella vita. Gesù ci mostra che si può, e anche in questo ci sorprende: infrange l’orgoglio delle onde, il vento e il mare gli obbediscono. Allora possiamo tornare a casa. E poi ripartire ancora.

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