La giornata di domenica 21 luglio

«A cosa non rinunceresti mai per vivere la fede?», mi ha chiesto a bruciapelo un amico prete. Subito ho pensato che, se c’è una cosa alla quale non rinuncerei mai, è l’ascolto della Parola, convinta che c’è solo una Parola veramente degna di ascolto. Eppure quanto è distante questa riposta dalla mia vita. Mentre discutevamo infatti, pensavo a quanto sono immersa nel diluvio di parole delle mie giornate... al telefono sempre acceso, al senso di alienazione quando le chat di whatsapp pullulano di messaggi e a quando da facebook arriva ogni sorta di aggiornamento in tempo reale.

La giornata di domenica 21 luglio

«A cosa non rinunceresti mai per vivere la fede?», mi ha chiesto a bruciapelo un amico prete. Subito ho pensato che, se c’è una cosa alla quale non rinuncerei mai, è l’ascolto della Parola, convinta che c’è solo una Parola veramente degna di ascolto. Eppure quanto è distante questa riposta dalla mia vita. Mentre discutevamo infatti, pensavo a quanto sono immersa nel diluvio di parole delle mie giornate... al telefono sempre acceso, al senso di alienazione quando le chat di whatsapp pullulano di messaggi e a quando da facebook arriva ogni sorta di aggiornamento in tempo reale. Turoldo diceva che «il diluvio delle nostre parole soffoca l’appassionato suono della sua Parola». Nel mio caso mi accorgo che è proprio così. Durante le estati però, quando mi concedo del tempo prolungato alle settimane teologiche di Camaldoli, la Parola ritorna al centro e mi suggerisce un altro modo di abitare la vita: più profondo, più delicato, più umano.
Nel silenzio della foresta casentinese, dove sorgono l’antico monastero e l’eremo, mi attendono relazioni da costruire senza uno schermo davanti. Mi attende una Parola che chiede ascolto. È qui che, osservando i monaci, capisco qualcosa di più della dimensione contemplativa della vita. Comprendo che essere contemplativi non è una fuga dalla realtà, ma un penetrare il cuore delle cose. Per questo la parola “monaco” (dal greco “monos”, letteralmente “uno”) significa “riunificato”, perché i monaci nel silenzio e nella preghiera ritrovano se stessi e Dio. Noi ospiti siamo invitati semplicemente a condividere la preghiera e l’ascolto quotidiano della Parola e ogni volta, facendo due conti, realizziamo tutti di aver pregato in una settimana molto più che in un anno. La cosa straordinaria è rendersi conto che tutto questo ci aiuta veramente a dare senso al tempo che scorre. Ecco, credo che questa «parte migliore» che a Maria non sarà tolta sia la capacità, il desiderio di un ascolto profondo. Si tratta della possibilità di ascoltare nella Parola quello che Dio ha in mente per me: libertà, amore, misericordia, luce... tutte cose vertiginose! È questo che dà nuovo senso alle cose. Certo, non è sempre facile capire Gesù. A volte la sua Parola è dura e dobbiamo accettare di entrare un po’ nella notte e nel mistero: dobbiamo accettare di non capire. Eppure, nel momento in cui siamo inquieti, tutto ci è già donato. Il suo abbraccio ci avvolge e ci chiede solo il miracolo di lasciarci amare.
Concludo con una preghiera di Bonhoeffer. «Facciamo silenzio prima di ascoltare la Parola di Dio, perché i nostri pensieri sono già rivolti alla Parola. Facciamo silenzio dopo l’ascolto della Parola, perché questa ci parla ancora, vive e dimora in noi. Facciamo silenzio la mattina, perché Dio deve avere la prima parola. Facciamo silenzio prima di coricarci, perché l’ultima parola appartiene a Dio». 

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