Giornata mondiale del malato. Prima cura: la relazione. La celebrazione lunedì 11 febbraio al Santo

Lunedì 11 febbraio, memoria della Madonna di Lourdes, si celebra nel mondo la Giornata del malato. Alle 16, in basilica del Santo, il vescovo Claudio celebra la messa insieme a malati, anziani, volontari delle associazioni che si occupano di pastorale della salute all'interno della nostra Chiesa diocesana. Come dice il papa, dovremmo essere capaci di far sentire alle persone che sono preziose, un bene e mai un peso.

Giornata mondiale del malato. Prima cura: la relazione. La celebrazione lunedì 11 febbraio al Santo

Pazienti in carrozzina o altri ammalati, persone con piccoli o grandi acciacchi, volontari, famiglie, accompagnatori. Tutti insieme, per pregare nella basilica di Sant’Antonio, grazie alla celebrazione diocesana della Giornata mondiale del malato. Sarà il vescovo Claudio a presiedere la messa alle 16 di lunedì 11 febbraio, memoria della Madonna di Lourdes, proprio per questo data della giornata in cui la Chiesa prega per chi sta affrontando malattie e sofferenze.

«È un bel momento ogni anno – confida il direttore dell’Ufficio diocesano di pastorale della salute di Padova don Giuseppe Cassandro – al quale partecipano, oltre agli ammalati, anche i volontari delle associazioni che li seguono, dall’Avo all’Unitalsi, dal Ceav alla San Vicenzo. Assieme al vescovo vi saranno i frati della Basilica e i preti diocesani impegnati nella pastorale della salute. Sarà anche l’occasione per fare gli auguri al vescovo Claudio nel giorno del suo compleanno, ed è bello che questi auguri arrivino proprio da chi soffre di più».

Oltre a questa direttrice spirituale che collega la basilica del Santo, luogo in cui per secoli i malati hanno chiesto l’intercessione del Santo dei miracoli, al santuario di Lourdes, divenuto grazie a Maria oasi di speranza e di grazie, papa Francesco, nel suo messaggio per la Giornata di quest’anno, ha scelto di tracciare un’altra linea lungo la carta geografica che porta fino a Calcutta, in India, la città dove operò santa Teresa: «Il tema di quest’anno – ricorda don Giuseppe – è “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”, un richiamo al messaggio del Vangelo ma anche alla figura della religiosa di Calcutta. Papa Francesco ha voluto mettere un forte accento su questa capacità di farsi dono, di donare sé stessi, come primo passo per entrare in contatto. La relazione, infatti, è la prima cura, e c’è un bisogno estremo di capirlo quando si parla di attenzione verso gli ammalati. È qui, è in questa carità che possiamo parlare di evangelizzazione, apertura, attenzioni, specie a chi vive l’esperienza del dolore e della sofferenza».

Questa Giornata mondiale del malato accende i riflettori su una particolare tipologia di malati che rischiano di arrivare solo in un secondo momento nella lista delle priorità degli operatori: «Tante volte siamo particolarmente attenti agli ospedali, alle case di cura e alle case di riposo. Troppo spesso ci dimentichiamo che il 95 per cento degli ammalati si trova in casa, in famiglia. Lì dovremmo essere capaci di mettere in atto una grande attenzione, perché parliamo di milioni di persone, tra malati e familiari, che hanno a che fare tutti i giorni con la cronicità, la dialisi, le malattie rare. A volte da soli di fronte a una sfida enorme».

Se un tempo tutto questo era normale, o quanto meno mitigato dalla conformazione delle famiglie allargate, pronte a farsi carico di ogni fragilità, ora è più difficile rispetto a un tempo gestire un malato in casa: «Le famiglie stanno diventando progressivamente meno numerose e non sono sempre in grado di prendersi cura di chi sta male, specie per i ritmi di lavoro e l’assenza di parenti che possano dare sostegno. Dovremmo, dunque, mettere di più l’accento su cosa le comunità possono fare per questi bisogni. Spesso si ricorre alle badanti, oppure a strutture che stanno diventando sempre più imponenti e complesse, in grado così di offrire servizi migliori. Per fortuna oggi queste strutture non sono meri luoghi dove “depositare” gli anziani, ma spazi dove c’è animazione, accompagnamento, dove le persone possono ritrovare quella socialità, quell’incontro e quella relazione che avevano una volta. Tutto ciò risulta fondamentale se si vogliono contrastare certe patologie che amplificano i deficit cognitivi, danneggiano la memoria e la capacità di “tenersi su”».

La pastorale della salute opera attraverso una fitta rete di cappellanie in tutti gli ospedali del territorio della diocesi. Manca solo una presenza ad Asiago, Montagnana e Piove di Sacco, dove operano però in forma ancora non “istituzionalizzata” dei ministri straordinari della comunione. Tra le cappellanie più grandi ci sono quella dell’ospedale maggiore di Padova, formata da sei padri camilliani e una ventina di volontari quasi tutti laici, ma anche Camposampiero e Cittadella.

Ma la presenza negli ospedali e nelle case di cura, per quanto importante, non è che una porzione di questo impegno verso chi soffre. I malati, infatti, sono nella grande maggioranza dei casi ancora in famiglia: «La rete di pastorale della salute coincide anche con la rete delle comunità parrocchiali – conferma don Giuseppe – è una rete di prossimità non riservata a nessuno: l’unica specializzazione che serve è quella del cristiano, un cristiano che per sua natura è attento alle disabilità, alle sofferenze e ai bisogni delle persone». Cresce, anche in questo ambito e a ritmi sempre più veloci, il ruolo dei laici: «Per raggiungere i tanti malati, nelle parrocchie e nei territori, si stanno superando le vecchie distinzioni. Sempre più operatori di pastorale della salute sono anche i volontari Caritas e i ministri straordinari dell’eucarestia, che portano ai malati non solo il dono più grande, che è Gesù, ma si prendono a cuore anche i bisogni relazionali di chi soffre in casa, perché in questo modo si senta ancora parte della comunità».

La Chiesa, insomma, si fa anche qui: «È qui che si gioca la nostra credibilità. È importante anche come lo facciamo: il papa, nel suo messaggio, parla dello stile, della gioia con cui ci si dedica e ci si impegna anche in questo campo. Dovremmo essere capaci di far sentire alle persone che sono care, che sono preziose, che sono un bene e mai un peso, tentazione che ci farebbe cadere nelle concezioni errate della cosiddetta “cultura dello scarto”». E oltre ai volontari legati espressamente al mondo ecclesiale, prezioso se non fondamentale può essere l’aiuto di chi afferisce ad associazioni laiche e apolitiche per statuto, perché «la grandissima maggioranza di chi si mette al servizio in questo modo – ricorda don Giuseppe – lo fa con una sensibilità di stampo cristiano».

In questa sfida la comunità cristiana è chiamata a farsi carico anche delle malattie che si nascondono alla vista, come il disagio psichico: «Bene che siano stati aboliti i manicomi e bene che la scienza abbia trovato nuove cure e nuovi farmaci, eppure gli aspetti della sofferenza psichica e psicologica sono ancora troppo sottovalutati, sebbene siano in crescita. Non possiamo voltarci dall’altra parte e dobbiamo fare ciò che è in nostro potere».

Lo stile è sempre quello dell’accompagnamento, del mettersi al fianco: «È facile parlare di fede quando le cose vanno bene. Il momento del dolore può creare difficoltà e persino scandalo, ma anche una maggiore consapevolezza di ciò che conta davvero, non dando più per scontate le cose. Ed è proprio qui che si può incontrare chi sceglie di vivere la sua sofferenza con speranza, in comunione con il Signore. E anche il momento della malattia può diventare un momento di crescita per il nostro modo di vivere la fede in Cristo».

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