Senza dimora ed Emergenza freddo. Contro il freddo e contro il virus

A Padova il Piano di accoglienza invernale per i senzatetto sta reggendo bene l’emergenza freddo. Ai 181 posti letto attivati a fine ottobre se n’è aggiunta un’altra decina. La Comunità di Sant’Egidio ne ha messi a disposizione 6. Nei giorni di “zona rossa” è stato prolungato l’orario di apertura delle strutture. L’asilo notturno di Torresino non ha rinunciato al pranzo di Natale, con gli ospiti contentissimi di scartare i pacchi dono. «La vera sfida è l’accompagnamento di queste persone verso opportunità di riscatto» – dice Mirko Sossai della Sant’Egidio. 

Senza dimora ed Emergenza freddo. Contro il freddo e contro il virus

Lavorano compatti per fare in modo che nessuno dei senzatetto padovani faccia la fine di Edwin, il 46enne africano trovato morto il 20 gennaio in piazza San Pietro, il decimo in tre mesi a Roma, ricordato da papa Francesco nell’Angelus di domenica scorsa. A Padova il Piano di accoglienza invernale attivo da un mese e mezzo sta rispondendo bene alla doppia emergenza in atto: il freddo, con temperature sottozero che non fanno sconti a chi vive per strada, e il Covid-19 che costringe al distanziamento chi più di altri avrebbe bisogno di riannodare i fili spezzati dei contatti umani.

Fino a qualche settimana fa erano 181 i posti letto messi a disposizione quest’anno (undici in più rispetto al 2019) a fronte degli oltre 300 clochard di Padova, secondo le stime dell’Università. I letti sono distribuiti in cinque strutture: l’ex scuola Gabelli, la cooperativa Lunazzurra, l’asilo notturno del Torresino, l’albergo Casa a colori e Casa Arcella, dove la Caritas ha affidato la gestione dell’accoglienza alla cooperativa Città Solare. A inizio gennaio si sono aggiunti una decina di posti, di cui sei garantiti dalla Comunità di Sant’Egidio, già impegnata in una delle sei unità di strada, che consegnano coperte, vestiti, cibo e bevande calde a chi rifiuta l’accoglienza in struttura. Un altro servizio importantissimo è assicurato dalle Cucine popolari.

«Stiamo facendo fronte a tutte le richieste di accoglienza e al momento non ci sono situazioni critiche», spiega Marta Nalin, assessore al sociale del Comune di Padova, assicurando che il Piano messo a punto dal Tavolo cittadino sull’inclusione sociale (di cui fanno parte istituzioni, enti e associazioni) sta funzionando al meglio, anche sul fronte sanitario grazie al protocollo anti-Covid adottato, fatto di monitoraggi quotidiani. Come sempre è alla casetta Borgomagno, sotto il cavalcavia della stazione, che la cooperativa Coges prende in carico le richieste. Ma a differenza degli altri anni, gli operatori prenotano anche il tampone in aggiunta agli accertamenti medici di rito, preliminari all’accoglienza nelle strutture. Ogni sera gli ospiti vengono monitorati all’ingresso: prima di entrare devono offrire la fronte al termoscanner, igienizzarsi le mani e indossare la mascherina. In caso di febbre o altri sintomi lievi riconducibili al Covid, la persona passa la notte in una stanza isolata in attesa di fare il tampone il giorno seguente. Se il test darà esito positivo, l’ospite trascorrerà la quarantena nei posti allestiti ad hoc.

«Finora non ci sono stati ricoveri ospedalieri per Covid – prosegue l’assessore – Contagi invece sì. Un piccolo appartamento ha vissuto giorni difficili perché quasi tutti gli ospiti erano positivi. Durante le festività, nei giorni di “zona rossa” abbiamo prolungato gli orari di apertura delle strutture perché con tutte le attività chiuse i senza dimora erano privi di appoggi». La richiesta è arrivata direttamente da loro, come racconta Paolo Mansour, vicepresidente e coordinatore dell’area adulti della Cosep, la cooperativa che gestisce l’asilo notturno di Torresino (82 posti) e l’ex scuola Gabelli (14). «“Siamo disperati” ci dicevano le persone accolte, così abbiamo tenuto aperto tutto il giorno, tranne che per la manciata di ore necessarie a sanificare gli ambienti».

E se tenere lontano il coronavirus è un imperativo (come sanno bene nell’asilo notturno visto il focolaio scoppiato lo scorso settembre), coltivare le relazioni è fondamentale per indicare una via di riscatto a queste persone “invisibili”. Per questo la cooperativa ha deciso di organizzare lo stesso la cena di Natale, con i commensali scaglionati in piccoli gruppi così da evitare assembramenti. «Era il minimo che potevano fare – afferma Mansour – Abbiamo addobbato l’albero insieme agli ospiti e tutte le sere tagliavamo panettoni per cercare di vivere il Natale come se fossimo in una grande famiglia». Sotto l’albero gli ospiti hanno trovato un pacco ciascuno, dono dei cittadini che hanno aderito all’iniziativa “Scatole di Natale”. «Erano contentissimi e sorpresi di trovare le cose più diverse, dai libri ai vestiti. Si sono scambiati gli oggetti a seconda delle necessità di ciascuno. Quei pacchi erano più di semplici regali: per loro significava essere presi in considerazione».

È la stessa gioia dei tanti senzatetto a cui la Comunità di Sant’Egidio ha consegnato i pacchi di Natale. «È festa anche per noi», hanno detto ai volontari, ringraziandoli. E in quell’«anche» è racchiusa tutta la sofferenza di chi si sente escluso. Già, perché ci sono due modi di vedere i clochard, secondo l’assessore Nalin: come presenze scomode ai margini delle strade oppure come persone dall’esistenza ferita ma non per questo prive di potenzialità da valorizzare. Padova ha sposato questa seconda visione.

«La sfida è quella dell’accompagnamento – afferma Mirko Sossai, referente della Sant’Egidio per i servizi alle persone di strada – Ogni persona salvata dalla strada è un miracolo. Le persone accolte le vediamo trasformate: sono più curate, mangiano meglio, riescono a riposare, sono più serene. L’obiettivo è che almeno qualcuno di loro non torni a vivere per strada. Per questo bisogna avviare dei percorsi di ricostruzione dei rapporti umani e di inserimento lavorativo. Negli anni abbiamo assistito a storie di riscatto. Va intensificata anche la prevenzione per fare in modo che altri non si ritrovino in strada, che è la condizione di marginalità più estrema». Figlia, quest’anno, anche della pandemia.

Percorrendo la città in queste rigide notti d’inverno i volontari hanno incontrato, purtroppo, anche volti nuovi. Non solo giovani stranieri ma anche italiani che hanno perso il lavoro, senza nessuno a cui chiedere aiuto. L’accoglienza invernale sta reggendo bene, ma si può fare molto di più, come è emerso dalla ricerca dell’Università di Padova “2020: vivere senza dimora a Padova”. Andare oltre la logica dei servizi frammentati e del dormitorio, migliorare l’accessibilità ai servizi, accompagnare le persone per valorizzarne le risorse, formare operatori e volontari, coinvolgere la cittadinanza: ecco le proposte emerse dal questionario somministrato l’estate scorsa a 156 utenti e a 16 ong attive nel settore, convinti che l’unica strategia vincente sia quella dell’inclusione.

Afghanistan, allarme minori

In Afghanistan, più di 300.000 bambini si trovano senza abbigliamento invernale e riscaldamento adeguati a dover affrontare un inverno, col rischio di ammalarsi e nei casi peggiori anche di perdere la vita. È l'allarme lanciato il 31 dicembre da Save the Children.

A Roma

«Grave» la situazione delle persone senza dimora, «costrette a dormire sulla strada nei giorni più freddi della stagione invernale». È l’allarme di Medici per i diritti umani, che ricorda i dieci decessi, solo a Roma.
«Solo presso le stazioni Termini e Tiburtina, dove Medu opera ogni settimana con una clinica mobile, sono presenti almeno 300 persone senza dimora – si legge in una nota – Tra i pazienti assistiti molti presentano vulnerabilità di vario tipo (minori stranieri non accompagnati, persone con patologie croniche , anziani...) e circa il 10 per cento degli assistiti ha più di 50 anni».

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