Aree interne. I giovani vogliono restare, ma anche contare di più

Hanno titoli di studio elevati, lavorano, ma c’è ancora poca propensione alla microimpresa e in tanti dicono di avere poca voce in capitolo sul proprio territorio. I dati della ricerca Giovani Dentro di Riabitare l’Italia. Lucatelli: “Servono soluzioni innovative ma anche aggiustamenti normativi”

Aree interne. I giovani vogliono restare, ma anche contare di più

I giovani vogliono restate nelle aree interne, ma vogliono anche contare di più quando si tratta di prendere decisioni sul futuro dei propri territori. È quanto emerge dalla ricerca Giovani Dentro realizzata dall’associazione Riabitare l’Italia che nei giorni scorsi ha presentato il report finale proprio in un’area interna italiana, ovvero Caselle in Pittari, in provincia di Salerno. La ricerca, durata un anno, è stata finanziata dalla Fondazione Peppino Vismara e da Coopfond, ed è stata realizzata in partnership con Crea per la Rete rurale nazionale, Gran Sasso Science Institute, Eurac Research, Dipartimento di culture, politica e società dell’Università degli  Studi di Torino e l’Osservatorio Giovani dell’Università degli Studi di Salerno per approfondire le tematiche relative alla popolazione giovanile nei territori delle aree interne. Il lavoro di indagine ha riguardato la popolazione presente nelle aree interne tra i 18 e i 39 anni e in un anno - in piena pandemia - ha coinvolto circa 3.300 cittadini abitanti o provenienti dai territori interni del paese. Quattro le fasi della ricerca: la prima fase è stata caratterizzata da una rilevazione statisticamente rilevante con un campione di mille persone. Una seconda fase ha raccolto le risposte di 2 mila volontari provenienti dalle aree interne attraverso i social (non statisticamente rappresentativo). Una terza fase ha permesso ai ricercatori di andare più in profondità attraverso il contributo di 300 persone residenti nei comuni aree interne delle 72 aree oggetto della Strategia nazionale per le aree interne (Snai). Infine, la quarta fase, ha visto l’organizzazione di tre focus group su tematiche quali impresa, agricoltura e formazione e lavoro. 

Cosa dicono i primi dati della ricerca

Il dato sorprendente - già anticipato dai risultati della prima fase dell’indagine e ricavato attraverso una rilevazione statisticamente significativa - riguarda il 67% dei giovani che dice di voler rimanere nelle aree interne in cui vive. Non solo, secondo la ricerca il 70% degli intervistati ha terminato gli studi e il 65% è entrato nel mondo del lavoro. I settori di impiego prevalenti sono in ordine: servizi di mercato; istruzione, sanità, poco presente l’agricoltura (3,9%) e complessivamente il 42 % del campione ha un lavoro a tempo indeterminato. “Tra le principali motivazioni a restare ci sono il forte legame con la comunità (65 %), la possibilità di contatti sociali più gratificanti (68%) e la migliore qualità della vita (79%) - si legge nel report -. Per ciascuno di questi motivi il sud e le isole hanno percentuali più alte”.  

Smontati i luoghi comuni

“I dati della nostra ricerca sfatano innanzitutto la rappresentazione delle aree interne come luoghi da cui tutti i giovani, soprattutto quelli più bravi e capaci, vogliono fuggire o sono già fuggiti”, racconta Andrea Membretti, professore di Sociologia del territorio all’Università di Pavia e coordinatore della ricerca per Riabitare l’Italia. “Il dato più rilevante che abbiamo raccolto in questa indagine è quello di un desiderio espresso dalla maggioranza dei soggetti intervistati a rimanere nel proprio territorio e a sviluppare qualche tipo di progettualità”. Un altro luogo comune smontato, poi, è che quello secondo cui a rimanere sono i meno qualificati. “Invece anche in questo caso i dati hanno abbondantemente sfatato questa narrazione - aggiunge Membretti -. I nostri intervistati sono in gran parte soggetti dentro i percorsi di studio superiori o universitari o anche già laureati. Titoli di studio decisamente alti rispetto anche a molte aree limitrofe”. Anche i dati che riguardano il lavoro, infine, raccontano altro rispetto all’immaginario maturato attorno alle aree interne. “Basti dire che tra quelli che lavorano oltre il 40% ha un contratto a tempo indeterminato - continua Membretti -. Anche in questo caso i dati vanno a sfatare l’idea che si rimanga facendo lavoretti e tirando alla giornata”. Dati che in parte hanno sorpreso anche chi da anni lavora su questo tema, come Sabrina Lucatelli, direttrice di Riabitare l’Italia. “Noi che siamo stati un po’ di più sui territori ci siamo resi conto che le aree interne non sono una storia incredibile da Piccolo mondo antico - spiega Lucatelli -. C’è tutto un mondo che non viene raccontato in maniera adeguata. Tuttavia, questa determinazione nel voler restare, questa ricchezza del capitale umano non ce l’aspettavamo”. 

Le difficoltà non mancano

È l’indagine in profondità, quella realizzata su 300 residenti nei comuni delle 72 aree interne oggetto della Snai, a delineare potenzialità e problematiche. I dati raccolti in questa fase, infatti, dicono che il 33% dei rispondenti (45% tra i 30-39 anni) è imprenditore o libero professionista e che gli elementi più rilevanti che potrebbero migliorare la condizione lavorativa sono gli incentivi per l’avvio e l’innovazione d’impresa, l’accesso al microcredito o credito agevolato e i sostegni alla genitorialità. “Il dato della poca propensione alla microimpresa è preoccupante - aggiunge Lucatelli -. Evidentemente i giovani, anche se acculturati, desiderosi di restare e fare un proprio progetto di vita, non riescono a fare il salto necessario”. Altro tema è quello del coinvolgimento attivo da parte delle istituzioni locali. Sebbene quasi il 40% dei rispondenti dichiara di avere abbastanza voce in merito alle decisioni che influenzano la propria comunità e lo sviluppo del proprio territorio, sono di più quelli che dicono di averne poca o per nulla. “Una percentuale molto significativa dei giovani e ancora di più delle giovani donne ha dichiarato di avere poca o nessuna voce in capitolo quando si tratta di prendere delle decisioni che sono importanti per il proprio territorio”, spiega Membretti. Altro dato da considerare è quello che vede soltanto la metà degli intervistati aderire a qualche associazione sul territorio. Un tema da approfondire, aggiunge Lucatelli: “Probabilmente il modo in cui leggiamo le associazioni tipico della città non è necessariamente il modo in cui questi giovani fanno parte della propria comunità. L’essere attivi nelle aree interne e in piccole comunità spesso si realizza in una maniera molto più informale”. 

I giovani vogliono essere coinvolti

Una cosa è certa: i giovani che vogliono restare vogliono essere protagonisti di una nuova stagione per le aree interne, come racconta Giulia Sonzogno, dell’associazione Riabitare l’Italia e referente di Officina giovani aree interne. “Bisogna parlare non più solo di partecipazione, ma di coinvolgimento finalizzato alle politiche, ai progetti, alla definizione di politiche di sviluppo - spiega Sonzogno -. Con Officina giovani aree interne, un progetto promosso dal Comitato tecnico aree interne per promuovere il radicamento politico e sociale della Snai, abbiamo cercato di avviare un coinvolgimento strategico. Alla nostra call per partecipare alla coprogettazione finalizzata alla definizione di 15 proposte di policy per promuovere opportunità di futuro nelle aree interne, hanno aderito oltre 400 giovani realtà da tutta Italia. Quello che è ancor più interessante è che il 50% sono persone singole, quindi abbiamo anche università, giovani amministratori locali, forum, consulte e associazioni”. Per Sonzogno, la maggior parte dei giovani delle aree interne “vuole rimanere, ma soprattutto essere coinvolta e partecipare al cambiamento - spiega -. Spesso, però, manca proprio il coinvolgimento e il dialogo con le istituzioni. I giovani delle aree interne necessitano di spazi di dialogo con amministrazioni che siano più aperte, sostengano le iniziative dei giovani o che almeno non le ostacolino”. Ed è per questo, sottolinea Sonzogno, che i giovani “chiedono strumenti e una formazione dedicata per capire come fare partecipazione sul territorio”. 

Il futuro oltre la pandemia

Webinar, didattica a distanza, smartworking o anche southworking: la recente emergenza sanitaria ha fatto fare un balzo in avanti a tanti strumenti ancora poco utilizzati fino al 2019. Le limitazioni e i lockdown, tuttavia, hanno permesso a molti di riscoprire un’Italia lontana dalle grandi città. “Sui media c’è stata una narrazione un po’ naïf - spiega Membretti -. Tuttavia, anche i nostri intervistati sono stati costretti a passare lunghi periodi nel proprio territorio. Sicuramente c’è stata una presa di coscienza maggiore di ciò che il proprio territorio offre. Non è un caso, quindi, vedere che tra le principali motivazioni che hanno espresso per restare nelle aree interne, i giovani abbiano indicato proprio la qualità dell’ambiente, la dimensione anche estetica di questo paesaggio e le relazioni sociali di tipo comunitario”. Sebbene non sia mancata una narrazione stereotipata, quindi, la pandemia sembra aver lasciato il segno. “Ha messo in luce tante fragilità delle aree interne - aggiunge Sonzogno - ma durante questo periodo qualcuno è tornato e si è trovato a lavorare in questi piccoli comuni. C’è chi ha avviato progetti e non vuole più lasciarli. C’è chi è tornato da Bruxelles in Basilicata, ad esempio, e ha deciso di rimanere in questi luoghi, mantenendo il lavoro all’estero”. Con la pandemia, però, si è “rafforzata tra i giovani la volontà di restare con uno sguardo ampio, non chiuso sui territori, ma disponibili e accoglienti verso gli altri, le idee e i suggerimenti. Hanno voglia di cooperare, di conoscersi, di incontrarsi e di relazionarsi. Sicuramente da questo periodo è nato qualcosa da cui non si può più tornare indietro”. Per scrivere un nuovo finale per le aree interne, tuttavia, occorre un impegno politico. “La Snai è una meravigliosa sperimentazione che ha cominciato a collocare la questione nel cuore delle problematiche del paese - conclude Lucatelli -, ma affianco alla strategia ci sono ancora tantissime cose da fare. La società civile, i giovani, questo pullulare di innovazione che sentiamo e percepiamo nelle aree interne non è sicuramente ancora affiancato da politiche ordinarie. Avere un preside nelle aree interne richiede ancora un numero minimo di alunni simile a quello delle città. Su questo tema, infatti, il dibattito è molto indietro: non si vede nella microscuola un modo innovativo per poter fare cose diverse”. Un altro esempio è quello dei punti nascita. Secondo Lucatelli, ad oggi, non c’è una ragionata distribuzione degli stessi sul territorio. “È il modo di pensare le politiche ordinarie che va fortemente messo in discussione  - conclude Lucatelli -. È necessario pensare soluzioni innovative ma anche aggiustamenti normativi”.

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Fonte: Redattore sociale (www.redattoresociale.it)