Cara di Mineo verso la chiusura, "futuro incerto per i migranti"

L'imminente chiusura del Centro per i richiedenti asilo in provincia di Catania preoccupa la Rete antirazzista: "Sistema di accoglienza smantellato". Si teme che i migranti finiscano in strada o che diventino vittime di sfruttamento

Cara di Mineo verso la chiusura, "futuro incerto per i migranti"

CATANIA - C'è chi è stato dentro il Cara di Mineo - il Centro per richiedenti asilo in provincia di Catania prossimo alla chiusura - per alcuni anni e adesso vive da invisibile sfruttato nei campi agricoli, chi è in attesa di capire cosa gli riserverà un futuro sempre più incerto e chi, in stato di forte vulnerabilità, se non aiutato adeguatamente, rischia di finire in strada. Sono le situazioni di molti richiedenti asilo che la Rete antirazzista catanese cerca di seguire. "Siamo davanti ad un sistema di accoglienza che, se prima arrancava facendo acqua da diverse parti, adesso è quasi completamente smantellato e sta affondando del tutto - sottolinea Alfonso Di Stefano portavoce della Rete antirazzista  - . I migranti sono sempre di più un popolo di invisibili vittime di un sistema che lede i diritti umani. Nei fatti, anche con il lavoro prezioso che fa il Medu (Medici per i diritti umani) per esempio dentro il Cara ma anche a Ragusa, si riesce ad intercettare una percentuale bassa solo dei casi più critici considerando che ci sono anche le altre situazioni dei migranti sparsi per la Sicilia. Purtroppo, quello che si teme è, inevitabilmente, la crescita dei potenziali senza dimora o di persone che entrano nello giro di varie forme di sfruttamento da invisibili. Nonostante tutto, anche se distribuite a macchia di leopardo, ci sono come noi tante sacche di resistenza determinate che lavorano in rete per un'accoglienza dal basso che vuole fronteggiare il sistema facendo un lavoro di denuncia, sostegno e di sensibilizzazione sociale".

Davanti all'ingresso principale del Cara, presidiato dai militari, aleggia il silenzio più assoluto e si respira un'aria di pesante desolazione per la dismissione graduale del centro. Lungo la strada si incontrano alcuni migranti che arrivano in bicicletta e molti altri che trascinano grandi carrelli di spesa pieni di roba che portano nei luoghi dove adesso vivono. Seduti a terra su delle cassette vuote di frutta c'è un piccolo gruppo di giovanissimi migranti in attesa di un passaggio per andare a Mineo, il paese più vicino che sorge su una collina e dista circa un'ora a piedi. A loro i volontari della rete danno un foglio che in francese e in inglese li informa sui cambiamenti legati alla nuova normativa in materia di immigrazione. "Sono stato al Cara due anni - racconta Harouna del Senegal, 19 anni - e oggi sono venuto a trovare un mio amico che vive ancora dentro il centro. Ora sto nel paese di Grammichele (Catania) e lavoro nelle campagne per la raccolta di pomodoro e fagiolini. Vivo insieme ad altri in una baracca precaria dentro il campo agricolo ed è tutto molto pesante. Per 9 ore di lavoro vengo pagato 3 euro l'ora. Ho preso la licenza media a Caltagirone, ho un codice fiscale e un permesso di soggiorno fino al 2020. Vorrei tanto cambiare la mia condizione di vita ma in questo momento nessuno è disposto ad aiutarci in maniera regolare ma solo ad approfittare di noi per sfruttarci".

Eric Bonis Daniel, 49 anni, della Costa D'Avorio, vive nel Cara da 3 anni e da 11 mesi aspetta la risposta per potere entrare in uno Sprar. "Fra 6 mesi mi scade il permesso umanitario e ancora non so se riuscirò ad entrare in uno Sprar - racconta con molta preoccupazione - . Nel mio paese ho fatto l'autista, la guida turistica e il magazziniere. Nonostante il caos che c'è stato, dentro il Cara, mi sono tanto impegnato, prendendo tantissimi attestati: cura dell'orto biologico, corso di informatica, scuola, attività sportive, volontario per la comunità di Sant'Egidio. Ho preso la patente B ma adesso non so quale sarà il mio futuro. Anche se nessuno sembra interessato ad aiutarci, ho ancora molta speranza soprattutto confidando nelle persone sensibili delle associazioni che non vogliono lasciarci soli e abbandonati senza più punti di riferimento". (set)

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Fonte: Redattore sociale