Chi sono i migranti della Diciotti? I loro racconti

L'associazione replica alle”gravi dichiarazioni” di Salvini, riportando le testimonianze dei alcune delle persone sbarcate dalla nave Diciotti: tutti eritrei, “in fuga da una plumbea dittatura che impone a tutti i suoi cittadini il servizio militare a tempo indefinito”

Chi sono i migranti della Diciotti? I loro racconti

ROMA - “Chi sono i migranti della Diciotti? Giudicate voi dalle testimonianze di alcuni di loro raccolte mentre venivano assistiti dai medici e dai volontari della clinica mobile di Medici per i Diritti Umani a Roma in questi giorni”: così Medu, con una lunga nota ricca di testimonianze e “storie vere”, replica alle “dichiarazioni di estrema gravità” rilasciate nei giorni scorsi dal ministro Salvini, a seguito delle operazioni di fermo e foto segnalamento a Roma di 16 migranti eritrei sbarcati dalla nave Diciotti lo scorso 25 agosto a Catania. 

Poverini in fuga dalla guerra? No, clandestini in fuga dalla legge: rifiutano l'aiuto e pretendono di circolare senza documenti e senza rendere conto di nulla. Così, abbiamo la conferma che la storia degli 'scheletrini che scappano dalla guerra' è una farsa", aveva detto infatti Matteo Salvini. “In sostanza – commenta Medu - secondo il ministro dell’Interno i migranti della Diciotti - come la stragrande maggioranza di coloro che giungono dalla Libia - sarebbero dei furbetti che si fanno passare per rifugiati e si fanno gioco del paese che li accoglie. Un messaggio questo che giunge ad un opinione pubblica sempre più sconcertata e confusa da una sistematica e irresponsabile disinformazione che viene da chi ricopre cariche istituzionali delicatissime”. Di qui la necessità di raccontare le vere storie di alcuni di loro. “Sono tutti eritrei – premette Medu - dunque in fuga da una plumbea dittatura che impone a tutti i suoi cittadini il servizio militare a tempo indefinito (o vogliamo considerare “porto sicuro” anche l’Eritrea?)”. 

AT, 37 anni, Eritrea. “Ho lasciato l’Eritrea a Gennaio 2016. Sono passato dal Sudan, dove sono rimasto per 1 anno e 7 mesi e poi sono entrato in Libia. Sono rimasto in Libia 1 anno e 2 mesi e tutto il tempo l’ho trascorso in un centro di detenzione. Era un posto molto grande, eravamo circa 3000 persone, ogni giorno qualcuno partiva e qualcuno di nuovo arrivava. A Settembre ricordo che eravamo addirittura oltre 3000. Questo giugno eravamo 2600 persone. Eravamo tutti insieme, uomini, donne e bambini. Il centro di detenzione era tremendo. Le condizioni igieniche erano terribili. C’erano pochissimi servizi igienici, sporchissimi, e non erano sufficienti per tutti. Anche l’acqua era pochissima, sia da bere che per lavarsi. Ci ammalavamo tutti. E molti sono morti durante la detenzione. Non c’era nessuna possibilità di chiedere aiuto, nemmeno per la salute, nessun medico è mai venuto a visitarci. Lì se ti ammali, muori. E poi c’è la tortura, che è una cosa normale se non si è in grado di pagare. I trafficanti sceglievano qualcuno di noi, tra quelli che non avevano i soldi per pagare e lo costringevano a lavorare per loro e a torturarci. Ci davano un telefono per chiamare le nostre famiglie per chiedere di versare dei soldi e mentre eravamo al telefono ci picchiavano brutalmente”. 

XY, 39 anni, Eritrea. “Sono fuggito dal mio paese nel 2013. Ho attraversato l’Etiopia, sono entrato in Sud Sudan dove mi sono trattenuto per 2 anni quindi mi sono spostato in Nord Sudan per 4 mesi e sono entrato in Libia. In Libia sono rimasto 1 anno e 5 mesi e sono stato detenuto per tutto il tempo. Di questi 17 mesi, 6 mesi li ho passati al buio. Questa è stata la cosa più tremenda che ho mai vissuto. Eravamo 150 persone in questa stanza, incluse donne e bambini. Ci tenevano al buio per incentivarci a pagare. È stato tremendo e adesso la mia vista non è più la stessa, non riesco a vedere più bene. I trafficanti “eleggevano” tra di noi qualcuno che facesse da rappresentate per loro, nessuno si poteva rifiutare. Così in qualche modo, anche al buio, erano sempre presenti. E erano i nostri a prenderci e torturarci. Durante questi mesi il cibo e l’acqua non erano mai sufficienti e nessuno ha mai potuto essere visitato da un dottore. Anche se dicevamo che stavamo male, le cure mediche ci venivano sempre negate”. 

EZ, 26 anni, Eritrea. “Sono rimasto in Libia per 1 anno e 7 mesi. Per la maggior parte del tempo sono stato sempre rinchiuso in centri di smistamento o di detenzione. Sono stato rapito e imprigionato 2 volte e per 3 volte ho dovuto pagare il mio viaggio. Le prima due volte erano centri di smistamento. La cosa che mi ricordo maggiormente è il numero delle persone che morivano. Quasi ogni giorno qualcuno si ammalava di problemi intestinali. Non ci davano acqua ed eravamo costretti a bere acqua non potabile. Così in tanti si ammalavano, veniva la diarrea e morivano. Succedeva spesso. Un dottore non lo abbiamo mai visto. Solo qualche volta i trafficanti venivano e ci distribuivano delle medicine, erano le stesse per tutti . Però continuavamo a morire. E poi c’erano le percosse e le torture. […] La prima volta che mi sono imbarcato siamo stati intercettati dalla Guardia Costiera libica che ci ha riportato indietro. Ci hanno detto che ci avrebbero portato in un centro istituzionale. Poi però il nostro gruppo è stato diviso. Io, insieme ad altre persone, sono stato venduto a dei trafficanti e portato in un'altra prigione. Sono stato separato da mia moglie. Da allora non ne ho notizia”. 

AS, 27 anni, Eritrea. “Sono fuggito dal mio paese a febbraio 2014 e nel 2016 sono entrato in Libia. La Libia è un posto tremendo. Sono stato rapito e detenuto 4 volte e per 4 volte ho dovuto pagare. Per essere qui oggi ho versato ai trafficanti 12.000 dollari (n.d.t raccolti con il sacrificio e la colletta di un’intera comunità). La prima volta che sono stato rapito ero a Kufra, mi hanno tenuto in una prigione che era costruita sottoterra. La seconda volta che mi hanno rapito, mi hanno portato in mezzo al deserto e mi hanno lasciato lì. Mi hanno lasciato vagare a vuoto tantissimo tempo, poi mi hanno chiesto dei soldi per essere riportato indietro. La terza volta è stato a Bani Walid. Sono stato rapito e portato in un centro di detenzione gestito da un uomo che si chiama “Ahmed Whisky”. Lì era tremendo. Le guardie erano veramente crudeli. La quarta volta sono stato venduto ad un trafficante, un uomo eritreo che si chiama “Abdu Salam” che alla fine mi ha fatto partire. Ringrazio Dio per esser vivo oggi. E veramente non so come io abbia fatto a sopravvivere. Non puoi mangiare né bere, sei sfinito, sei debole e stanchissimo e loro, oltre a questo, ti prendono, ti portano via, ti torturano e ti picchiano. Morivano in tanti. Ogni settimana morivano 2 o 3 persone. E la cosa più tremenda è che erano soprattutto le donne e i bambini a morire. Medici o delegazioni internazionali in questi 2 anni non li ho mai incontrati. Ad Ottobre 2017 girava la voce che in qualche prigione qualcuno entrava per osservare e a fare visite mediche, ce lo dicevano quelli che li avevano incontrati. Io non ho mai incontrato nessuno. In Libia non c’è niente che puoi fare per salvarti. Anche nei brevi periodi in cui resti libero non c’è niente che puoi fare. Alla polizia non si può andare perché i poliziotti spesso sono corrotti e rischi di essere venduto di nuovo. Secondo me la situazione nel tempo è peggiorata. Prima in Libia entravano persone in continuazione. Adesso che gli ingressi si sono ridotti, i trafficanti devono farci girare di prigione in prigione per guadagnare i soldi. Così ci liberano e ci rapiscono di nuovo, ci spostano e ci vendono. Per continuare a guadagnare”.

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Fonte: Redattore sociale (www.redattoresociale.it)