Iran, il velo obbligatorio e la battaglia delle donne: una storia lunga 40 anni

Condannata a 33 anni di carcere e 148 frustate, il caso di Nasrin Sotoudeh è forse il caso più noto. Ma nel paese il movimento contro l’obbligo del velo è cresciuto. Una protesta che si è diffusa anche attraverso i social

Iran, il velo obbligatorio e la battaglia delle donne: una storia lunga 40 anni

L’obbligo di indossare il velo in Iran torna a far discutere. L’ultima, nota, vittima di questo sistema è Nasrin Sotoudeh, 56 anni d’età, avvocatessa, condannata dai giudici di Teheran in via definitiva a 33 anni di galera e 148 frustate. La sua colpa è quella di avere difeso attraverso il suo lavoro donne arrestate l’anno scorso perché avevano osato protestare contro l’obbligo del velo. Accuse, quelle contro la Sotoudeh, che vanno dall’incitamento alla corruzione, alla prostituzione, fino ad atti “peccaminosi” per essersi fatta vedere in giro senza il velo e la propaganda contro lo Stato iraniano. Complessivamente, dato che la legge nazionale prevede che in casi del genere si debba scontare la pena più grave tra tutte quelle inflitte, si prevede che l’avvocatessa dovrà stare in galera per 12 anni almeno. Oltre ad altri 5, a causa di un’altra condanna risalente a tre anni fa.

Una storia lunga 40 anni. Per capire l’obbligo di indossare il velo in Iran bisogna tornare almeno al 1979, alla Rivoluzione islamica dell’ayatollah Khomeini. L’hijab, infatti, ha avuto sin da subito una valenza politica, non religiosa: rappresentava la resistenza contro la monarchia dello scià Mohammed Reza Pahlavi. Voleva dire opporsi alla modernizzazione e ai modelli proposti dallo scià. E così all’inizio degli anni Ottanta l’hijab divenne obbligatorio in Iran per tutte le donne, indipendentemente dalla religione. Da allora, il velo è un modo di controllo sociale usato costantemente dalle autorità. Ed ha avuto anche un corrispondente maschile, anche se molto meno pesante: agli uomini non è permesso apparire pubblicamente indossando pantaloni corti o magliette con simboli occidentali.
La protesta sui social. Il movimento contro l’obbligo del velo è cresciuto nel tempo. Ed ha avuto un momento particolare nel 2014, quando la giornalista iraniana Masih Alinejad ha promosso una campagna su Facebook attraverso la pagina “My stealthy freedom” (la mia libertà furtiva). Uno spazio in cui la donna iniziò pubblicando un selfie a viso scoperto e i capelli in evidenza e che ha ospitato in seguito immagini simili di moltissime donne iraniane. Da quell’esperienza è nato anche un libro, “The wind in my air. My fight for freedom in modern Iran”. Oggi la giornalista è costretta a vivere in esilio, negli Stati Uniti, ma ha potuto comunque proseguire la propria attività, anche attraverso la campagna del White wednesday, in cui le donne del suo Paese appaiono in foto e video con un foulard bianco che sta a testimoniare l’opposizione all’obbligo del velo.
La repressione. All’inizio dello scorso anno in Iran sono state arrestate una trentina di donne proprio per essere andate in luoghi pubblici senza l’hijab. Un movimento partito appena un mese prima, nel dicembre 2017, con manifestazioni di protesta contro l’obbligo del velo.

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Fonte: Redattore sociale