La quarantena e il suicidio: “La storia c'insegna che il legame c'è. Si corra ai ripari”

Parla Maurizio Pompili (Servizio per la prevenzione del suicidio): “Laddove si perdono aspettative per il futuro, il rischio aumenta. Avremo nuovi casi, sopratutto per le ricadute economiche; e si aggraveranno coloro che, già in cura, oggi non trovano l'ambulatorio aperto. Ci sono categorie più esposte, ma il rischio è diffuso e bisogna prevenire”

La quarantena e il suicidio: “La storia c'insegna che il legame c'è. Si corra ai ripari”

C'è il rischio, molto concreto, che i suicidi aumentino, per via dell'emergenza sanitaria in corso e delle relative misure restrittive. Ne è quasi certo, ma “spera di sbagliarsi” Maurizio Pompili, medico psichiatra, responsabile del Servizio per la prevenzione del suicidio presso l'ospedale Sant'Andrea di Roma. “Oggi si pensa alla salute, quella fisica prima di tutto. Ma non si trascuri la salute mentale, che subirà forti ripercussioni per via della crisi che stiamo attraversando. Non è troppo presto per incentivare le misure di prevenzione e sostegno”.

Esiste quindi una correlazione tra limitazione della libertà personale e tendenza al suicidio?
La storia insegna: in passato, misure di quarantena collettiva sono state descritte come associate ad un aumento della rischiosità suicidaria. Così come all'incremento di altri fenomeni, come gli abusi in famiglia, i disturbi psichici, i divorzi, le azioni legali. Per quanto riguarda la tendenza al suicidio, uno dei fattori scatenanti è la perdita delle aspettative future: sappiamo bene che quando il domani diventa incerto o cupo, il suicidio è in agguato. E poi, quando l'emergenza sarà passata, avremo a che fare con le ripercussioni economiche derivanti dall'aver fermato il mondo. L'Italia è quella che ora ha il primato delle morti e si va sempre più verso una riduzione delle attività commerciali. Questo produrrà una precarietà economica che avrà, sopratutto per alcuni, un forte impatto. Come è stato dieci anni fa, quando per la crisi economica tanti imprenditori si sono indebitati e abbiamo avuto un aumento del rischio di suicidio. Oggi, abbiamo motivo di pensare che noi, operatori della psichiatria e della salute mentale, lavoreremo di più...

Si sta registrando, in queste prime settimane di restrizioni dettate dall'emergenza sanitaria, un aumento delle richieste d'aiuto relative a tendenze suicide?
La Regione ha fermato tutte le prestazioni ambulatoriali e day hospital: laddove noi funzionavamo come sportello interlocutorio, ora possiamo occuparci solo delle urgenze, che è anche difficile decodificare, anche perché in ospedale ci viene detto di stare poco. In questo momento il mio staff (medici, volontari, studenti, specializzandi) si è ridotto o azzerato: è quindi difficile accogliere le richieste laddove si è chiuso il canale attraverso cui le raccoglievamo. In parte si riesce a supplire telematicamente, ma questo avviene sopratutto nel privato. Nel pubblico non abbiamo ancora un canale di telemedicina validato. E questo deve insegnarci qualcosa sul futuro delle prestazioni sanitarie: il Servizio sanitario nazionale dovrà dotarsi di un 'piano B', mettendo a disposizione piattaforme dedicate e validate per la presa in carico. Fermo restando che non tutti i disturbi possono essere affrontati a distanza: se c'è una tendenza al suicidio, è molto difficile accoglierla e contenerla senza un contatto reale.

Quali crede che siano, in questa situazione, le categorie maggiormente esposte al rischio di suicidio?
Dobbiamo sempre ricordare che il suicidio è un evento multifattoriale: non basta una causa, ma tanti elementi si devono allineare perché si realizzi. Il denominatore comune è il dolore mentale del soggetto, fatto di pensieri, ragionamenti, dialogo con se stesso, sconfitte e umiliazioni ecc. Laddove il dolore mentale è già presente, esacerbarlo diventa più facile in condizioni di ristrettezza e segregazione come quelle imposte da quarantena. Penso quindi alle famiglie rinchiuse nello stesso ambito, in cui sia già presente una conflittualità o una fragilità. Penso a tutte le persone che abbiano già un disturbo mentale: la loro sofferenza certamente aumenta, per la mancanza di sostegno, la paura e l'isolamento, e questo potrebbe portarle a voler smettere di vivere. Penso a chi ha già un dolore o una malattia in casa. E penso a chi fino a ieri ha vissuto, magari bene, con un'attività autonoma, che improvvisamente si è fermata. Si manifesteranno nel prossimo futuro problematiche per le quali dovremmo giocare d'anticipo, offrendo sostegni adeguati.

Le pare che questo si stia facendo?
In questo momento si pensa soprattutto a contenere il contagio e si investe in questa direzione. Ma non è certo troppo presto per mettere in campo sostegni e risorse per la salute mentale. Parlare di questo può sembrare meno pregnante, quando si devono salvare le vite. Ma tutte le istituzioni internazionali si stanno mobilitando perché ci sia grande enfasi sulla salute mentale. Non è precoce né improprio andare ad agire d'anticipo.

Che ruolo gioca la rete sociale nella prevenzione del suicidio?
Spesso un ruolo fondamentale: laddove la tendenza al suicidio è sostenuta da una rete sociale, laddove il soggetto si sente parte di un tessuto collettivo, il rischio è minore. Ora, la paura e la segregazione fanno venir meno tutto questo. E poi c'è la noia, che è uno degli elementi non trascurabili associati al rischio di suicidio. In questo senso, le manifestazioni di solidarietà così come i concerti e gli striscioni sui balconi possono aiutare a sentirsi parte di una comunità che condivide in questo momento lo stesso problema. In questo momento non c'è Equitalia che bussa alla porta di alcuni, ma un virus che può colpire chiunque. Paradossalmente, questa consapevolezza può far bene a chi ha una fragilità.

E l'informazione, che ruolo può svolgere nel contenere il rischio di suicidio?
Un ruolo importante: siamo bombardati ogni giorno da notizie drammatiche, senza che ci venga detto se e come verremo fuori da tutto questo. Il governo inglese, per esempio, ha dichiarato che in tre settimane se ne uscirà: se un messaggio come questo fosse trasmesso a tutti, naturalmente con cognizione di causa, questo sarebbe un elemento di sostegno. Ma così non è. I mass media dovrebbero dare messaggi che controbilancino la drammaticità: elementi di positività, prospettiva, indicazioni pratiche su come chiedere aiuto. Questo sarebbe un deterrente fortissimo. 

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Fonte: Redattore sociale (www.redattoresociale.it)